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E se il vero caso Pasolini fosse la manipolazione letteraria?

– Negli ultimi anni agli editorialisti italiani è sovente mancata la minima prudenza metodologica.

Un metodo realistico imporrebbe, infatti, la capacità di riscontrare quanto si afferma.
È a dir poco sconveniente (purtroppo, non improbabile) leggere un lungo editoriale sulle politiche in materia di stupefacenti da parte di chi non ha mai visitato una comunità di recupero o non ha mai consultato un’edizione aggiornata del Testo Unico; è facile passare in rassegna prolisse analisi circa la prevenzione della prostituzione e quasi sempre l’opinionista ha omesso di prendersi la briga di toccare con mano il disagio dei e delle sex workers, anche solo ascoltandoli, creando un flusso di ascolto o di semplice riscontro dei dati.

Il prototipo dell’editorialista all’italiana dà il peggio di sé parlando, però, di letteratura e di economia: due materie che sembrano affrontate, come se si fosse fermi ai tempi della guerra fredda, coi posizionamenti ideologici suggeriti da impostazioni fideistiche degli studi e della critica.

Chi non ha mai visto una fabbrica sproloquia dello Statuto dei Lavoratori, anche se i suoi “ascendenti” non s’erano presi a cuore di votarlo o foss’anche di analizzarlo, sia pure per smontarlo pezzo a pezzo; chi non ha mai letto un autore percepito come bandiera degli spalti opposti, continua a parlarne male per sentito dire. E tralasciamo quegli scrittori che sono, in qualche modo, interessati a un nuovo cambio di casacca dei loro studiosi abituali: Sciascia può divenire all’improvviso il teorico di un nuovo pensiero cattolico (avventatamente, visto che Sciascia non cadde mai nella blasfemia, ma non lesinò critiche ai confessionalismi organizzati), Silone e Croce dei reazionari tout court, il buon Einaudi drappo da stropicciare in tutte le stagioni.

La fortuna di Pier Paolo Pasolini in Italia si cala esattamente in questo filone: la cultura comunista lo ha portato vicino fino a quel brevissimo frangente in cui poteva sembrarne integerrimo corifeo, poi lo ha isolato o stigmatizzato e infine lo ha parzialmente recuperato quando serviva la costituzione di una ideologia nuova non ancora pervenuta.

I più reazionari lo hanno deprecato in vita, anche per lo stile di vita (che non dovrebbe essere né vanto né iattura per qualsivoglia intellettuale), ma ne hanno reinterpretato in chiave totalmente pro-life la visione sull’aborto, che in realtà era di una articolazione così tormentata da meritare ben più d’un ripensamento. L’omicidio nella persona di Pasolini Pier Paolo sembra uno dei terreni preferiti del settore “critiche dietrologiche”, che ben presto diventano “verità non appurate”; è impressionante il numero di scritti che possono esser usciti sul tema, senza che l’autore di turno avesse voglia, anche de relato, di dar atto dei vari passaggi giudiziari o delle tesi, anche di intellettuali, che andavano contro quei primi, non inappuntabili, riscontri.

Ecco allora che il fatto di cronaca diventa il luogo per verificare all’infinito la bontà di una sceneggiatura premeditata; se ne son lette di tutti i colori, compresa l’idea (ad avviso di chi scrive, non poco truce) che quel destino luttuoso sia dovuto necessariamente arrivare come la lezione definitiva per qualcuno che s’era avvicinato con troppa foga al masochismo. Conclusione lugubre, che potrà, in senso solo astratto, risultare né migliore, né peggiore di molte e troppe altre. Tuttavia, ciascuna di queste non potrà valere a sospendere, ad orientare o peggio a negare il giudizio sull’opera e sul contesto storico entro cui si cala l’opera.

Pasolini è uno di quegli intellettuali che si rendono conto della sconfitta di un certo approccio organico rispetto ai partiti ufficiali; pur distante su posizioni e temi concreti, Pasolini non disprezza l’operato del Partito Radicale e plaude apertamente alla condotta di alcuni dirigenti radicali di quegli anni. Apparirebbe un controsenso: il Partito Radicale, già allora, fa mostra di quella rielaborazione pluridirezionale che determina, sino ad oggi, tante antipatie alla sua sinistra; è partito che non disconosce il contributo della Destra Storica, del liberalismo classico e del ripristino di una concorrenza trasparente.

Eppure, è partito che in queste rivendicazioni intuisce che il valore della libertà può esser il solo elemento guida per riscattare le estreme marginalità sociali (come le tossicodipendenze, le diversità sessuali nell’Italia del tempo, ma in buona misura anche oggi, le detenzioni). Una declinazione che era qualificata bislacca ieri e che è coltivata come tale in qualche caso persino oggi, ma che indica una varietà ideologica e prospettica più nutrita di quella dei quasi contemporanei governi dell’astensione.

Pasolini ha, peraltro, indagato una serie di temi scomodi: il rapporto tra sessualità e morale (ed è fuorviante interpretare questa indagine pro domo sua: difficile capire cosa siano, effettivamente, in questo Paese laicità e secolarizzazione, fuori dagli steccati di parte); la crescente egemonia della comunicazione breve e spettacolare radio-televisiva, coi primi accenni di una polemica verso il finanziamento cinematografico pubblico (che nei decenni successivi seppe fare strame di meriti, concorrenza, economicità, rendimento, sperimentazione estetica); la centralità del sistema energetico, soprattutto: di un sistema energetico accentrato, per la qualificazione sostanziale degli equilibri politici del Paese -anche se qui non è necessario aderire alle conclusioni a Pasolini attribuite.

Pasolini è stato rivendicato ora da vate, ora artista, ora da opinionista. E la sua morte letta ora come presagio, ora come exitus non rinviabile, ora come rappresaglia. Né le beatificazioni, né le condanne per interposto oggetto (dalla opera in vita alla violenza patita in morte), fanno bene alla serenità di un percorso, di uno studio, di una considerazione.

Quel che è certo è che Pasolini, più che l’eretico tante volte descritto, era anche ed esattamente un personaggio che aveva un sembiante, un ruolo e un’attività elaborativa reale in quel preciso periodo storico: la periferia tradita, i velleitarismi di una industria culturale che voleva continuare ad libitum i suoi fasti, senza rinunciare a rendite e ad affiliazioni, l’olezzo, buono per tutti i gusti e per tutte le ricostruzioni, delle zone grigie e del dettaglio sordido.

Nell’Italia di solo un decennio più in là, di queste istanze culturali non sarebbe rimasta che minima traccia, non frequentata, non affrontata, non ripensata. E sarebbe stato davvero un peccato.


Autore: Domenico Bilotti

Nato a Cosenza nel 1985, vive e lavora principalmente a Catanzaro (raro caso di mobilità professionale verso Sud). Dottorando di ricerca in Teoria del Diritto e Ordine Giuridico Europeo, si occupa di diritto ecclesiastico, relazioni tra Stati e Chiese, laicità e bioetica. Suoi saggi, tra gli altri, sono pubblicati su riviste e web-zine come: Euprogress, Diritto & Diritti, LiberalCafé, politicamentecorretto, Stato,Chiese e pluralismo confessionale.

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