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Bersani ha torto, chi porta i soldi all’estero non è un “nemico della patria”

– Pochi giorni fa Pierluigi Bersani, parlando alla festa del Partito Democratico a Massa Lombarda, ha definito chi porta i soldi all’esteroun poco di buono, un vigliacco e un traditore del suo paese”.
Si tratta di parole molto forti, ma per varie ragioni inopportune e sbagliate.

Innanzitutto, anche a prescindere da considerazioni di merito, appaiono abbastanza infelici certe scelte lessicali. Di fatto è brutto che il leader di una sinistra che si intesta ideali europeisti finisca per recuperare delle categorie retoriche da nazionalismo di inizio novecento.
Le parole “vigliacco” e “traditore” ci fanno fare un bel salto indietro nel tempo e ci riportano ad un clima politico da ’15-’18 di cui francamente non sentiamo alcuna nostalgia.

Ma, al di là del vocabolario, le dichiarazioni di Bersani non sono affatto condivisibili neanche sul piano dei contenuti, in quanto con le sue parole il segretario del PD attacca non solamente i princìpi del libero scambio in senso generale, ma anche nei fatti quelli del mercato comune europeo.
La possibilità di spostare capitali rappresenta, in effetti, uno dei cardini dell’integrazione economica continentale ed un presidio a difesa dei diritti dei cittadini in una fase storica in cui è diffusa la tentazione delle classi politiche di rafforzare il controllo verticale degli Stati sugli individui.

In un paese come l’Italia la possibilità di spostare capitali assume una valenza estremamente importante, nel momento in cui risulta sempre più debole l’assunzione che per difendere i diritti dei cittadini dal potere dello Stato sia sufficiente il semplice “controllo democratico”.

In questi ultimi due decenni gli elettori italiani più volte hanno creduto di votare per “meno tasse”, ma i partiti hanno sistematicamente disatteso le aspettative di riduzione della pressione fiscale, senza mai realmente pagare pegno.
Alla fine abbiamo assistito al sostanziale fallimento dell’alternanza democratica tra destra e sinistra rispetto a qualsiasi obiettivo di contenimento del ruolo dello Stato, in quanto invariabilmente per le forze politiche gli incentivi a conquistare i voti attraverso la spesa sono sempre risultati di gran lunga prevalenti.

In definitiva, se il nostro paese viene a configurarsi come un “sistema chiuso” – senza flussi in ingresso o in uscita – il peso dello Stato sui suoi cittadini sembra destinato ad aumentare in modo indefinito ed è abbastanza illusorio pensare di poter contrastare con qualche efficacia questa tendenza votando magari alle prossime elezioni il partito X anziché il partito Y.

Nelle condizioni attuali, l’unico fattore che può limitare la voracità dello Stato è proprio la presenza di un “diritto di exit” dal nostro paese – cioè la possibilità di portare legalmente i nostri soldi o di spostarci noi stessi al di fuori dei confini dell’Italia.
La possibilità di “chiamarsi fuori” è l’unica opzione effettiva di votare contro politiche governative che non condividiamo. E quello che è importante capire è che non si tratta di un diritto per pochi eletti, bensì di un fondamentale diritto di tutti i cittadini. E’ certo diritto del ricco possidente, ma è anche diritto del pensionato che vuole mettere un po’ più al sicuro i risparmi di una vita di lavoro, così come è diritto dell’imprenditore che non ce la fa più in Italia o del neolaureato che vuole costruirsi un futuro in un paese meno ostile del nostro al talento dei giovani.

Va detto che molti italiani non se andranno mai dall’Italia e non porteranno mai i propri soldi altrove, ma il semplice fatto di poterlo fare è un straordinario elemento di libertà ed è quanto rende ogni cittadino del nostro paese infinitamente più libero di quanto lo fosse, ad esempio, un cittadino della Germania Est.
Il semplice fatto che ciascuno di noi possa salire sul prossimo volo Ryanair o possa spostare i propri soldi in una banca lussemburghese con pochi click è quello che fa sì che il governo italiano non possa comunque spingersi oltre un certo limite.

In questo senso chi sta portando soldi all’estero per molti versi sta giocando un ruolo positivo per l’Italia, perché sta accrescendo la pressione su chi governa affinché ripristini condizioni di effettiva agibilità per gli operatori economici.
Insomma il rischio di perdere contribuenti a favore di paesi caratterizzati da una maggiore moderazione fiscale può essere un pungolo che costringe la politica a limitare le proprie pretese ed a ridurre le tasse, a beneficio di tutti.

Questo, naturalmente, a patto che la politica non preferisca invece una reazione da socialismo nazionale – revocare ai cittadini il diritto di “votare con i piedi”, imprigionarli all’interno dei confini nazionali e provare a buttar via la chiave.


Autore: Marco Faraci

Nato a Pisa, 34 anni, ingegnere elettronico, executive master in business administration. Professionista nel campo delle telecomunicazioni. Saggista ed opinionista liberista, ha collaborato con giornali e riviste e curato libri sul pensiero politico liberale.

6 Responses to “Bersani ha torto, chi porta i soldi all’estero non è un “nemico della patria””

  1. PINOZ6700 scrive:

    Salve sig Faraci,se si meraviglia per quell’affermazione che dirà di questa? http://pinoz6700.blogspot.it/2012/05/lultima-di-bersani-niente-ambulanza-per.html

  2. Pippolo scrive:

    Complimenti!
    Quoto ogni riga.

  3. Piccolapatria scrive:

    Ohibò, se tutto quanto esposto è la sacrosanta realtà ( e lo è!) non si può non concludere esplicitamente che costui, il Bersani cannoniere, è praticamente un cialtrone di cui poco o nulla fidarsi?

  4. mauri scrive:

    io porterei all’estero bersani,ma credo che nessuno se lo prenda.veramente un politico mediocre

  5. HaDaR scrive:

    Se invece di essere povero e privo di reddito avessi qualche decina di migliaia di Euro, non sarebbe certo in Italia che li depositerei

  6. anto scrive:

    E questi, sono quelli che auspicano l’arrivo dei capitali dall’estero.
    Grande politica.

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