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Quella legge sul lobbying che avrebbe contenuto il debito pubblico

– Succede ancora in America: Google, eBay, Amazon e Facebook un bel giorno si sono incontrate, hanno capito che era arrivato il momento di far sentire anche la loro voce a Washington sul wild side non regolamentato della tech industry e hanno lanciato un lobbying group, “The Internet Association”. Semplice, no? In questo modo, potranno occuparsi di una sfilza di questioni normative che incidono direttamente sulla loro attività, come la legislazione della privacy, le riforme fiscali sulla vendita online, la cyber security e le proposte legislative sull’anti-pirateria e sul copyright.  Per giocare bene una partita, bisogna conoscerne prima le regole. E se si riesce a contribuire a scriverle, facendo mediare tra i tuoi interessi e quelli di altri, tanto meglio.

Succede in America, ma non in Italia. Perché qui tutto deve essere patologicamente complicato, irrisolto, ambiguo. In Italia, le regole semplicemente non esistono. Con il risultato che da noi le lobby esistono uguale, ma vivono in maniera poco o per nulla trasparente, e vanno oltre i limiti della corretta azione di sensibilizzazione e di comunicazione di interessi. Questo significa colpire al cuore la democrazia e il libero mercato, innescando un meccanismo dannoso per tutti.

La ratio di fondo della regolamentazione del lobbismo made in USA è che le lobby contribuiscono al policentrismo democratico nella misura in cui conservano una forma di diversità sempre riconoscibile rispetto ai pubblici poteri. Questo ha ispirato un modello normativo basato sulla trasparenza, che punta a delineare i perimetri di attività dei gruppi di interesse senza interventi coercitivi, portando alla luce del sole la conflittualità esistente tra le istituzioni pubbliche e le lobbies, in modo che tutto sia più pulito e funzionale alla stessa democrazia.  La trasparenza e la presenza di regole garantiscono infatti la nascita e la diffusione di quelle lobby che sono veri gruppi di interesse, e non di pressione. Diventa molto difficile per i pubblici decisori resistere se i gruppi di interesse si trasformano in coalizioni che, muovendosi nel cono d’ombra della trasparenza, esercitano una pressione diversa dalla comunicazione, anche forte, della propria posizione rispetto ad un’azione pubblica. E’ ciò che è successo ad esempio a gennaio in Italia, quando il governo Monti tentò di avviare un processo di liberalizzazioni poi frustrato dalla mediazione del Parlamento.

La lobby dei tassisti, per citare quella più emblematica, che in quell’occasione protestò contro la liberalizzazione delle licenze, usando metodi che non rispettarono la legge sugli scioperi nei servizi pubblici, creò disordine pubblico e sfidò, da un lato, lo stato di diritto e i suoi custodi istituzionali, dall’altro la sovranità del Parlamento. Tutto ciò è fuori dalla dinamica corretta del lobbismo e addirittura sfociò in un terreno quasi eversivo, di lotta alle istituzioni legali del Paese. Per difendere le proprie rendite di posizione, potremmo azzardare che se ne avessero avuto la forza i tassisti avrebbero rovesciato l’ordine democratico. Uno scenario come quello descritto è un’estremizzazione voluta, che uso per dare il senso di un Paese in cui l’assenza di regole chiare si traduce nell’imperio del più forte, oppure nell’aspettativa di una sanzione nulla quando si violano quelle che ci sono.

E’ uno schema a cui i partiti politici si sono prestati spesso e volentieri, soprattutto negli anni in cui era ritenuto possibile non scegliere tra gli interessi, ma pagarli tutti a debito, seguendo una logica da democrazia accrescitiva e non selettiva.  Il risultato macroeconomico di questa perversione è sotto gli occhi di tutti. Regolamentare le lobby significa anche questo, cioè rendere riconoscibili gli interessi e i rispettivi stakeholders, in funzione delle scelte politiche ad essi sottese, che così diventano contestabili e controllabili dall’opinione pubblica. La logica è quella dei pesi e dei contrappesi, che è quella democratica.

Un’altra spiegazione addotta a supporto dell’inazione a normare il settore, viene fatta risiedere in un presunto complesso di inferiorità della politica nei confronti del lobbismo. Come a dire: non lo riconosciamo giuridicamente per evitare che ci fagociti politicamente. E’ una prospettiva, comunque, di subalternità, che se fosse reale confesserebbe la totale inutilità della politica nel gioco democratico. Cosa magari vera oggi, vista la crisi di legittimazione e credibilità che investe il Parlamento, ma non in termini generali.

In realtà, un’interpretazione dei fatti meno ingenua porta dritti alla cosciente irresponsabilità della politica, perennemente arroccata dietro ai suoi j’accuse. Vista da questo punto d’osservazione la decisione di non operare alcuna regolamentazione è stata garanzia della presenza di un paravento sicuro dietro cui nascondersi. La colpa, insomma, sarebbe stata sempre dei lobbisti, il nemico esterno brutto e cattivo.

Lo stesso da cui Angelino Alfano, non a caso, voleva difendere il sistema politico attraverso la “guarentigia” del finanziamento pubblico ai partiti. Ma in una democrazia sana, qualunque sia il modello scelto, pubblico o privato, il peso del finanziatore nella scelta dell’indirizzo politico della parte finanziata dovrebbe essere frutto di una condivisione di un certo programma e di certi obiettivi, tutti predeterminabili perché trasparenti. Io ritengo che quello privato sia un modello migliore perché una politica che sia in vendita al miglior offerente non conviene a nessuna vera lobby modernamente intesa, che, con una regolazione adeguata, agisce attraverso pubbliche campagne di mobilitazione, non con sotterfugi, e mobilitando opinione pubblica intorno a temi di interesse. In più, in Italia c’è la controprova che anni di finanziamento pubblico non hanno affatto abbassato le barriere all’ingresso del mercato politico né impedito la “discesa in campo” di miliardari in palese conflitto d’interesse…

L’eliminazione delle barriere all’entrata, attraverso la garanzia della trasparenza e la creazione del diritto alla partecipazione al processo decisionale governativo e parlamentare, sono necessarie per consentire una concorrenza tra interessi democraticamente controllabile con gli effettivi detentori del potere politico. Quanto più l’integrazione europea e mondiale aumenta, tanto più le lobbies istituzionali nazionali, regionali e locali devono poter esprimere se stesse e le loro esigenze.


Autore: Antonella Romano

24 anni, salernitana. Laurea triennale in Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali e laurea specialistica in Law and Economics alla Luiss Guido Carli di Roma. Da un anno collabora con l’Istituto Italiano per la Privacy, contribuendo alla stesura della rivista "Diritto, Economia e Tecnologie della Privacy" 2010

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