– Venerdì il decreto spending review è stato chiuso dalla commissione bilancio del Senato. La razionalizzazione delle province resta confermata.

La delibera approvata il 20 luglio dal Governo è chiara nello stabilire due criteri che si abbattono come una scure sulle province italiane: cesseranno di esistere le province con meno di 350 mila abitanti e quelle con un’estensione territoriale inferiore a 2.500 km quadrati.

L’obiettivo: dimezzare le province, con annessi organi di governo e sedi.

Dalla soppressione al riordino. Fatta la legge, trovato l’inganno. È bastato cancellare in commissione la parola “soppressione” e sostituirla con quella più soft di “riordino” per legittimare il tentativo di ridisegnare i confini delle province pericolanti per adeguarle ai criteri dettati dalla delibera. A Terni (2 mila km quadrati, sotto soglia) il PD ha già fatto due conti: nella regione ci sono 900 mila abitanti in 8.500 km quadrati; basta allargare un po’ la provincia a scapito di Perugia, annettendo 13 comuni, per far sopravvivere entrambe le province umbre.

Lo stesso stratagemma potrà essere sfruttato in altre regioni, svilendo in parte il progetto di razionalizzazione congegnato a Palazzo Chigi.

Regioni monoprovince. Lo stesso stratagemma non potrà essere utilizzato in Molise e Basilicata dove i numeri non lo consentono. La linea del Governo è stata poi irremovibile nell’opporsi agli emendamenti del pd e del pdl volti a introdurre una deroga ai criteri stabiliti dalla delibera nelle regioni in cui si avrebbe come risultato la coincidenza tra i confini regionali e della unica provincia superstite.

Deroga per le province “montane”. Un’eccezione è stata, invece, ammessa per le città di montagna: l’emendamento dei relatori approvato in commissione fa salve le province il cui territorio è al 100% montano. Tra le province che potrebbero essere salvate dall’emendamento Belluno, strenuamente difesa dal Presidente di regione Zaia.

Tempi stretti a fine legislatura. Le preoccupazioni maggiori sono legate alla tempistica. Il decreto legge approvato dal Governo disegnava un iter complesso, ma scadenze molto ravvicinate: approvazione di una delibera del Consiglio dei ministri che dettasse i criteri per il riordino delle province entro il 17 luglio (delibera già adottata con un modesto ritardo, il 20 luglio); 40 giorni dalla trasmissione della delibera per l’adozione dei piani regionali di riordino da parte dei consigli delle autonomie locali di ciascuna regione; 5 giorni per la loro trasmissione al Governo e 10 giorni per raccogliere il parere di ciascuna regione. Infine, il decreto prevedeva che entro 20 giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione (prevista per il mese di agosto), il Governo adottasse un atto legislativo che desse attuazione ai piani di riordino delle province.

Con l’emendamento proposto dai relatori e approvato dal Senato, si allungano i tempi per la razionalizzazione delle province: predisposizione delle ipotesi di riordino da parte dei consigli delle autonomie locali entro fine settembre e 15 giorni per l’approvazione della regione del piano di razionalizzazione delle province e il suo invio al Governo. Infine, il Consiglio dei ministri è chiamato a adottare un atto legislativo che cristallizzi il riordino proposto dalle autonomie locali entro 80 giorni dall’entrata in vigore della legge di conversione del decreto spending review.

In sintesi, l’iter dovrebbe chiudersi ad ottobre inoltrato (anziché ad inizio settembre come previsto dal decreto) con l’approvazione in Consiglio dei ministri di un non meglio specificato “atto legislativo”.

Disegno di legge o decreto legge? E’ da escludere in questo caso l’utilizzo di un decreto legislativo, in quanto la delega legislativa deve essere data dal Parlamento e non può essere autodisposta dal Governo con un proprio decreto legge; poiché le norme che disciplinano l’iter per l’elaborazione e l’approvazione dell’atto legislativo da parte del Governo in tema di razionalizzazione delle province sono già contenute nel decreto legge di revisione della spesa, il decreto legislativo non passerebbe il giudizio di costituzionalità.

I tempi per la presentazione e l’approvazione di un disegno di legge sono incerti. Per quattro anni commissioni parlamentari e assemblea si sono rimpallati un disegno di legge costituzionale per la soppressione delle province. Richiedendo l’eliminazione dell’ente provinciale una modifica costituzionale, i pochi mesi che ci separano dalla fine della legislatura sono troppo pochi per una riforma così radicale. Bene ha fatto quindi il Governo ad abbassare il tiro e optare per una loro razionalizzazione. Il fatto è che, vista la riluttanza dei partiti a metter mano alla materia, sette mesi potrebbero non bastare per approvare nemmeno un disegno di legge che tagli una parte significativa delle province. Vista la ristrettezza dei tempi, sembra preferibile la via della decretazione d’urgenza. Soluzione che potrebbe rappresentare una forzatura del dettato costituzionale e dei presupposti di necessità e urgenza che giustificano l’intervento legislativo del Governo. D’altra parte, nel giudicare la sussistenza di questi criteri la Presidenza della Repubblica e la Corte Costituzionale sono stati alquanto accomodanti nel corso della storia repubblicana.

D’altronde, il Governo si è posto l’obiettivo di varare la riforma delle province per la fine del 2012 e la stessa vaghezza del lessico usato nel decreto crescita (“atto legislativo” anziché “disegno di legge”) sembra suggerire che a Palazzo Chigi siano consapevoli che la via più affidabile è quella della decretazione d’urgenza.