di CARMELO PALMA – Migliorare la legge elettorale non è difficile. Ma peggiorarla non è impossibile e sembra che ci si stia seriamente provando. Del Porcellum fa scandalo l’aspetto meno anomalo –  le liste bloccate – che diventa però disastroso in un sistema politico di partiti personali, padronali e à la carte. In Germania o in Spagna la lista bloccata serve a ratificare gli esiti del gioco democratico interno ai partiti, non ad eleggere la pupa o lo spicciafaccende del capobastone. Ma se in Italia la lista bloccata funziona così, perché così i partiti la fanno funzionare, è ragionevole cambiare sistema, in attesa di cambiare i partiti.

Gli aspetti più democraticamente anomali – e caratteristicamente italiani – del Porcellum sono però drammaticamente sottovalutati, anzi continuano a ritenersi, un po’ a destra e un po’ a sinistra, alla stregua di “valori non negoziabili”. In primo luogo, il premio di maggioranza, che esalta il ruolo dei partiti minori e estremi, contro quelli maggiori e mediani e che è il surrogato disfunzionale e minoritario del principio maggioritario. E in secondo luogo la bipolarizzazione coatta della dinamica elettorale che è il surrogato frontista e inefficiente degli schemi classici della democrazia competitiva. Pensare che il rimedio a queste due anomalie sia una ulteriore anomalia “italo-italiana”, cioè le preferenze, porta grosso modo dove rischiamo di finire. Ne abbiamo già parlato e ribadiamo il punto.

E’ difficile fare una buona riforma elettorale, quando a provvedervi siano i partiti “riformandi”. Ma non è impossibile trovare un compromesso basato su due principi di buon senso: usare un modello provato e affidabile – non inventarsene uno ritagliato su misura – e tenersi alla larga da quelli che, per ragioni diverse, hanno già dato in passato pessima prova di sé.  Nel mondo esistono tante democrazie, ma non altrettanti sistemi elettorali. Di quali siano i migliori, cioè i più efficienti,  esistono prove storiche e empiriche di cui sarebbe sensato tenere conto. Nessun sistema elettorale è di per sé ideale. Ma non è vero che le regole elettorali siano indifferenti – e allora tanto vale adottare quelle che più, nell’immediato, “ci convengono” … – e che non ne dipenda la qualità dei partiti e del processo politico.

Certo, sulla legge elettorale si può anche “far politica” nel senso più deteriore, sfruttando i bias cognitivi di un elettorato inferocito. Ma non sarebbe diverso da come storicamente si è “fatto politica” (all’italiana) sulle pensioni o sul debito pubblico e i conti alla fine non sarebbero meno salati.