Il caso ILVA costringe la sinistra ecologista ad affrontare le sue incoerenze

– Mentre il centrosinistra si divide su primarie, legge elettorale e matrimoni gay, la sua classe dirigente sembra non rendersi conto che in questi giorni Taranto è teatro di una frattura ben più profonda, o quanto meno una svolta nella cultura politica della sinistra italiana degli ultimi vent’anni.

Allo stabilimento dell’Ilva, infatti, non si discute soltanto della preservazione dell’economia e dell’occupazione di un territorio, ma si riscrive un modo di concepire l’ecologia, l’interazione tra ambiente e uomo e i modelli di sviluppo sostenibile; si rivedono, insomma, le condizioni di un sodalizio dato fin troppo per scontato tra sinistra ed ecologismo.

Da un lato vi è la prevedibile e comprensibile posizione di sindacati e PD, con Bersani che si dice “preoccupato: bisogna preservare stabilimento e occupazione”. Dall’altro, poi, arriva una dichiarazione meno scontata e certamente più controversa: “ci siamo sempre opposti ad un ambientalismo isterico e fondamentalista”.

E’ quella di Nichi Vendola, leader di un partito che annovera l’ecologia tra le iniziali della propria sigla – Sinistra, Ecologia e Libertà – e che in passato non ha certo dato prova di moderazione e pragmatismo in tema di ambiente; si prendano ad esempio i toni e le argomentazioni apocalittici utilizzati nella campagna contro il nucleare e l’ingresso dei privati nella gestione dei servizi idrici in occasione del referendum del giugno 2011, evocando gli spettri di catastrofi ambientali e ipotetiche guerre per la sicurezza idrica dei popoli.

La posizione più distante dai leader politici e dall’esecutivo tecnico è certamente quella assunta dal gip Todisco che ha sigillato lo stabilimento, con una misura cautelare che ideologizza radicalmente il dibattito:Non si può più consentire al siderurgico tarantino del gruppo Riva di sottrarsi al dovere di anteporre alla logica del profitto, sino ad oggi così spregiudicatamente e cinicamente seguita, il rispetto della salute e della salubrità dell’ambiente”.

Che l’Ilva non possa continuare ad inquinare un territorio e che il gruppo dirigente debba pagare (come sta già facendo agli arresti domiciliari) per le esternalità negative prodotte a discapito della salute degli abitanti è più che condivisibile, ma se la sinistra più ragionevole intende abbandonare quell’ambientalismo “isterico e fondamentalista” (sic.) che ha bloccato le attività dell’acciaieria più grande d’Europa e che Nichi Vendola scopre solo oggi di aberrare, deve liberarsi del nodo che ad esso la tiene ancorata: la retorica anticapitalista.

Ogniqualvolta che con Libertiamo invitiamo a ripensare l’ambientalismo in seguito ad un “disarmo ideologico”, e con criteri che tengano conto delle necessità dello sviluppo economico e dell’occupazione, il nostro tentativo viene bollato come un espediente per difendere profitti senza scrupoli. Solo oggi chi ha sempre liquidato le nostre aperture al dialogo si accorge che la narrazione semplicistica dell’ambientalismo ideologico – quello edulcorato che divide il mondo in modo manicheo tra chi lucra sull’ambiente e chi lo rispetta – non è adatta a leggere i fenomeni complessi del mondo reale, come nel caso dell’Ilva di Taranto.

La situazione dell’acciaieria pugliese ha risvegliato in buona parte della sinistra italiana la convinzione che il peso elettorale degli operai che rischiano il lavoro e delle loro famiglie sia superiore a quello di un manipolo di radical chic che, incantati da un ideale naturalista, non possono comprendere le esigenze occupazionali di un territorio complesso come quello di Taranto.

Sarebbe opportuno che quella sinistra che fino ad oggi ha reputato perfettamente conciliabile con la sua cultura politica un’ideologia marcatamente antiumanista e decrescista si rendesse conto che un atteggiamento più moderato e razionale andrebbe tenuto non solo per convenienza quando in casa propria si manifesta un problema dai risvolti politici, ma anche quando si trattano questioni meno “parrocchiali”: l’uso degli OGM nelle economie emergenti, il problema della deforestazione in paesi la cui unica fonte di sostentamento sono le foreste, o le emissioni di CO2 di realtà non ancora in grado di sostenere le stesse politiche ambientali dei paesi più sviluppati.

L’Ilva deve ripartire al più presto possibile e i commissari predisposti alla messa in sicurezza dello stabilimento devono agire in fretta, perché, come ricordano gli operai che hanno manifestato davanti alla Prefettura, senza salute si muore ma senza lavoro non si vive meglio. Altrimenti a perdere sono tutti: gli operai, la città, l’ambiente.


Autore: Daniele Venanzi

Romano, studente di Scienze Politiche e Relazioni Internazionali alla Sapienza. Contributor di Libertiamo, Linkiesta, l'Occidentale e The Front Page; autore del blog Mercato & Libertà. È redattore di Disarming the Greens, blog che si occupa di questioni ambientali e green economy da una prospettiva di mercato. Nel 2011 ha tradotto l'appendice all'Autobiografia di Friedrich Von Hayek, edita da Rubbettino. È vincitore della Scuola di Liberalismo 2013 di Roma organizzata dalla Fondazione Einaudi, con tesina sulla public choice e la crisi del welfare state.

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