Unioni civili, un segnale forte da Milano

di MASSIMILIANO MELLEY – Milano avrà un registro delle unioni civili.

E’ un successo per l’amministrazione Pisapia che tiene fede a una promessa elettorale, ma è anche un successo per una città all’avanguardia da sempre, anche sui modelli di auto-organizzazione sociale delle persone. Dice bene il sindaco: “Da oggi Milano ha ridotto lo spread col resto d’Europa sui diritti civili”.

La strada è stata in salita, perché si è cercato fino in fondo di accontentare sia i quattro consiglieri cattolici del Pd (evitando almeno il loro voto contrario) sia quattro consiglieri “laici” del Pdl (che avevano promesso il voto a favore a condizione che fosse tolto il riferimento alla famiglia anagrafica). L’obiettivo era di non procedere a colpi di maggioranza e di non scendere nello scontro laici-cattolici a tutti i costi. E l’obiettivo è stato faticosamente raggiunto: i cattolici del Pd si sono infatti soltanto astenuti e – dei “laici” del Pdl – due hanno votato a favore.

Dal punto di vista amministrativo, come tutti hanno ammesso, non cambia molto. Il comune di Milano aveva già esteso alle coppie di fatto l’accesso al fondo anticrisi, anche senza il registro delle unioni. E il registro sarà uno strumento utilizzabile solo per i rapporti con il comune di Milano, non quindi per (ad esempio) l’accesso agli ospedali per l’assistenza al compagno o alla compagna, perché l’ospedale è “terreno” di competenza regionale. Lo strumento del registro ha però il pregio di semplificare l’accesso ai servizi che il comune di volta in volta deciderà di offrire alle auto-organizzazioni sociali diverse dalla famiglia tradizionale.

La portata del provvedimento è però di natura soprattutto simbolica e politica. Di natura simbolica perché, come ha espresso bene Manfredi Palmeri, il consigliere di Fli che tanto ha fatto anche per specificare meglio varie parti del testo con i suoi emendamenti, “non è per 20 euro di sconto su una tariffa che il registro ha senso, ma perché se io sto crescendo cinque figli come fossero fratelli e poi un dipendente pubblico gli dice ‘no, non siete fratelli’, mi viene stravolto un modello educativo”.

E sempre di natura simbolica, perché la città di Milano ha riconosciuto finalmente l’esistenza di strutture sociali diverse dalla famiglia fondata sul matrimonio eterosessuale e le ha indicate come meritevoli di attenzione e tutela, sia (sul piano giuridico) per applicare compiutamente il principio costituzionale di eguaglianza (art. 2 Cost.), sia per ammettere anche le coppie di fatto, etero o omosessuali che siano, nel novero di quella funzione che già un laico come Durkheim attribuiva all’istituzione familiare, come stabile baluardo contro l’anomia propria della società industriale e (oggi) post-industriale.

C’è poi un portato di natura politica, perché il segnale che arriva al Parlamento è forte.
Il registro milanese, stante che il capoluogo lombardo è “sorvegliato speciale” nel bene e nel male da tutto il mondo, ha obiettivamente una forza maggiore di stimolo al Legislatore statale rispetto a qualunque altra città che, anche da anni, abbia attuato e applicato il suo registro delle unioni civili. E’ opinione di tutti che ora il Parlamento non potrà più sfuggire dall’occuparsi del tema, sebbene una sentenza del 2010 della Corte Costituzionale avrebbe già dovuto stimolarlo a dovere, affermando che non è sufficiente garantire diritti individuali a membri di coppie di fatto, ma (per l’art. 2 Cost.) occorre il riconoscimento legislativo a queste persone di un diritto di coppia.

Fin qui la sostanza. Nel corso dell’ultima seduta sul registro è però emerso un altro tema politico, quello della reale agibilità dei laici all’interno del Pdl. Sebbene il partito, a livello nazionale, si fosse espresso contro i registri, il gruppo di Palazzo Marino aveva lasciato libertà di voto: era infatti diviso tra quattro “liberal” e otto “ortodossi”.

Tra gli ortodossi il capogruppo Carlo Masseroli, tra gli altri il coordinatore cittadino Giulio Gallera, che nelle settimane precedenti aveva avuto non poche difficoltà interne nel mantenere una posizione di apertura sul registro delle unioni civili.

Per quasi tutto il dibattito (che è durato tre sedute) ogni consigliere del Pdl ha agito secondo la sua coscienza. Durante l’ultima seduta, invece, due dei quattro liberal del Pdl si sono letteralmente sfilati per un cavillo che sarebbe stato rimediato di lì a poco, come poi è effettivamente successo. Il nodo era l’espressione “famiglia anagrafica”, che ai liberal del Pdl non piaceva per non confondere la famiglia dell’Art. 29 Cost. con le unioni civili e non far convogliare queste ultime nel registro generale delle famiglie, appunto.

Nodo che si può ovviamente discutere, ma che in sede di consiglio comunale aveva trovato l’accordo con tutti, compreso Pisapia. Un emendamento in tal senso era appena stato bocciato, ma ce n’era un altro che si sarebbe discusso immediatamente dopo, leggermente diverso nella formulazione ma con lo stesso obiettivo (firmato da tre dei quattro: Gallera, De Pasquale e Tatarella).

Giulio Gallera si è detto “sconfitto e illuso” per la bocciatura del primo emendamento, ha ritirato la sua firma all’emendamento successivo (come De Pasquale) e ha abbandonato i lavori. Altri esponenti (ortodossi) del Pdl hanno accerchiato Pietro Tatarella per convincerlo a fare la stessa cosa, ma lui ha preso una decisione diversa: non ha ritirato la firma, affermando che avrebbe “tradito i valori in cui credo”. Ha consentito che l’emendamento successivo si discutesse e – secondo accordo – si votasse, per poi votare a favore del registro delle unioni insieme con l’altro liberal, Luigi Pagliuca, che non ha mancato di dare una “stoccata” a Gallera: “Ci sono sempre cento motivi per non fare qualcosa, ma uno solo per farla: raggiungere il risultato”.

Merita attenzione la dichiarazione finale di voto di Pietro Tatarella, perché fotografa bene la difficoltà con cui nella destra italiana, variamente intesa, ci si muove quando si ragiona di diritti civili.
Si chiede, Tatarella, in particolare a quale modello di destra debba ispirarsi il suo partito, cioè il Pdl, ma alla stessa domanda non si deve più sfuggire nemmeno altrove. “In Europa – dice – la destra va in direzione diversa, penso all’Inghilterra”.

Poche e chiare parole che indicano il vero solco della riflessione filosofico-politica del XXI secolo. La risposta del politico riformatore ai bisogni della società varia insieme alla società stessa. Ragionare come se la società avesse ancora la struttura dell’era industriale otto-novecentesca significa non essere adatti a fare politica, a far parte della classe dirigente di un Paese.


Autore: Massimiliano Melley

Nato a Milano nel 1975, si è laureato in Scienze Politiche a Milano e ha conseguito un master in Spettacolo Impresa Società alla Bicocca (facoltà di Sociologia). Ha scritto di politica lombarda ed estera su "L'Opinione" e attualmente collabora con il quotidiano online "Milano Today".

One Response to “Unioni civili, un segnale forte da Milano”

  1. Andrea B. scrive:

    Personalmente non vedo un granchè in questo registro delle unioni civili.
    Vuoi assumerti dei doveri di coppia ?
    DEVE essere tuo diritto poterlo fare, anche se la coppia che vuoi formare non è etero….quindi si ai matrimoni per tutte le coppie.

    Non vuoi assumerti dei doveri perchè il troppo impegnativo matrimonio non va bene, poi forse non va bene pure il DICO, poi forse non va bene neppure il DIDORE per il motivo contrario ?
    Allora lasciamo libertà contrattuale di regolare “a misura” il proprio menage, ma se proprio non vuoi assumenti dei doveri di coppia, che diritti pretendi ?
    Pensi di averne perchè c’è “il registro” ??

    Da ultimo la questione dei figli naturali, che se nascono da una coppia stabilissima ma non sposata, non hanno, per la legge, zii, cugini, nonni, nè sono fratelli tra loro: per questo problema “il registro” comunale non serve, serve una riforma del diritto di famiglia a livello nazionale, che tenga conto della realtà genitoriale attuale, fatta anche di coppie sposate e non, frammentate, ricostituite, con figli di precedenti relazioni, magari naturali, che vivono con fratelli avuti con il nuovo partner o coniuge.
    E già che ci siamo, ci vorrebbe pure una liberale abolizione della “legittima” in materia di eredità, per rendere anche tale questione famigliare più flessibile …

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