Ancora molta confusione sulla mediazione familiare

– Sempre più spinosa diventa la questione della mediazione familiare introdotta in Italia con la legge 8 febbraio 2006 n. 54 recante disposizioni in materia di separazione dei genitori e affidamento condiviso dei figli.

L’art. 155-sexies c.c. al 2° comma, recita:

“Qualora ne ravvisi l’opportunità, il giudice, sentite le parti e ottenuto il loro consenso, può rinviare l’adozione dei provvedimenti di cui all’articolo 155 per consentire che i coniugi, avvalendosi di esperti, tentino una mediazione per raggiungere un accordo, con particolare riferimento alla tutela dell’interesse morale e materiale dei figli”.

Quindi il giudice può rimettere le parti dinnanzi ad esperti affinché in quella sede i coniugi si accordino per regolamentare il nuovo ménage familiare successivo alla crisi coniugale.

In questo caso il giudice, se ne ravvisa l’opportunità, quando le parti sono state sentite e le stesse hanno prestato il loro consenso, ha facoltà di disporre il rinvio a nuova data dell’adozione dei provvedimenti riguardo ai figli. In caso di esito positivo della conciliazione il giudice provvede alla omologazione dell’accordo raggiunto dalle parti, nei modi e limiti previsti dalla legge; se l’accordo non è raggiunto il giudice provvede ai sensi degli artt. 155 c.c. e ss.; infine, se l’accordo è in itinere il giudice, rilevato che necessita altro tempo per la formazione dell’accordo, sentite le parti e acquisito nuovamente il loro consenso, dispone un ultimo rinvio.

Questo è la mediazione familiare, a grandi linee, in Italia. Per quanto riguarda la figura del mediatore familiare il legislatore non appare così chiaro come lo è stato nel DLgs 4 marzo 2010, n. 28 per la legislazione conciliativa (mediazione civile). Infatti, in caso di mediazione familiare, la legge prevede che il giudice può avvalersi di “esperti” che tentino una mediazione, non chiarendo a quali esperti si riferisca.

Il dibattito, quindi, si è soffermato su due aspetti: come incentivare la mediazione familiare –se introdurre o meno l’obbligo della mediazione -; e la figura professionale del mediatore familiare.
In questo dibattito s’inserisce un dato allarmante: il totale stato confusionale della politica che, spesso, ignorando il problema lo affronta nel peggiore dei modi. Pochi gli spazi di confronto pubblico, a parte una trasmissione bisettimanale offerta da Radio Radicale ed i congressi di qualche associazione professionale; la discussione rimane veramente tra pochi intimi.

C’è chi ipotizza che alla base di questo mancato confronto ci sia un calcolo ben preciso: una sorta di spartizione tra due categorie professionali. Da un lato una parte dell’avvocatura, che di mediazione non vuol sentir parlare; dall’altro gli stessi mediatori familiari, molti dei quali sono contrari ad ogni ipotesi di obbligatorietà della mediazione, anche relativamente ad un solo passaggio preventivo all’avvio della separazione giudiziale. Il fine sarebbe quello di barattare una contropartita con la potente lobby forense interna al Parlamento: la creazione dell’Ordine dei mediatori.

A questo punto s’inserisce un altro tema a rendere il tutto più confuso ed irreale: una certa area “femminista” che è incapace, spesso per scelta politica, di contrastare con iniziative valide le discriminazioni di genere sul lavoro, in politica o in campo culturale, mentre si preoccupa d’intervenire nella più becera tra le guerre: quella a seguito di una separazione, prendendo parte in causa in base al sesso della persona, e non al suo ruolo di coniuge o genitore. Tale cultura, se così vogliamo definirla, in ogni modo osteggia la riforma della legge sull’affido condiviso ispirando le più assurde contraddizioni all’interno dei gruppi politici, in modo particolare in quelli dell’IdV e del PD.

Veniamo agli emendamenti in merito alla riforma dell’affido condiviso ora in discussione al Senato in Commissione Giustizia; in casa IdV si sarebbe consumata una querelle interna sulle firme degli emendamenti presentati dai senatori Li Gotti e Bugnone.

Il primo dei due, a quanto pare, anche a seguito di proteste in Rete, avrebbe fatto dietro-front e ritirato la firma, che sembra nemmeno avesse messo. In casa PD la situazione sarebbe ancora più confusa, tanto da prevedere uno scontro interno al Gruppo del Senato: firme di senatori del PD apposte in calce alla proposta Serra, molto simile al DDL 957 sul c.d. “affido condiviso bis”, e poi, in modo rocambolesco, apposte in calce ad emendamenti totalmente distruttivi di quando previsto nel Disegno di Legge. Una contraddizione che non si può spiegare solo con lo stato confusionale dei parlamentari, ma col funzionamento interno ai gruppi politici.

Ultima chicca, il Gruppo del PD ha presentato un ordine del giorno nel quale chiede al Governo di incentivare/dar vita/istituire la mediazione familiare in ogni sua possibile forma e, nel contempo, ha presentato degli emendamenti volti a sopprimere la mediazione familiare contenuta nel DDL 957.

E’ necessario, a questo punto, giungere a delle conclusioni in merito all’annosa questione sulla mediazione familiare, obbligatoria o meno.
Non solo la politica fa grande confusione, ma viene riferito dagli operatori che nei tribunali la situazione è forse anche peggiore: si confonde la mediazione familiare con altri strumenti, si sovrappongono figure che dovrebbero essere ben distinte.

Sicuramente un percorso di mediazione familiare senza il consenso e l’avallo delle parti è impossibile, senza disponibilità non c’è il risultato, con il rischio che la costrizione, pena un provvedimento sfavorevole, potrebbe portare la persona ad una limitazione dell’esercizio dei propri diritti nelle sedi opportune. Di simile avviso tanti professionisti, esperti di diritto di famiglia e associazioni; ma anche la tesi contraria riscuote un buon successo nelle stesse categorie citate.

Fondamentale, comunque, è essere messi a conoscenza dell’esistenza di uno strumento di questo tipo con un passaggio preliminare di “prova”, questo sì che potrebbe essere obbligatorio, ma necessariamente senza pesare in modo improprio sulle tasche del cittadino, altrimenti si andrebbe a ledere un diritto costituzionalmente garantito, oltre che rappresentare un’odiosa discriminazione in base al censo.

Certamente la relazione del mediatore senza il consenso delle parti non dovrebbe entrare a far parte degli atti a disposizione del giudice, il quale dovrebbe valutare solamente la disponibilità o meno ad accettare il passaggio preliminare in mediazione. Questa soluzione potrebbe essere risolutiva della querelle attuale: ovvio, in attesa che la confusione politica e parlamentare cessi lasciando il passo alla ragionevolezza.


Autore: Alessandro Gerardi e Diego Sabatinelli

Alessandro Gerardi: avvocato in Roma, Tesoriere della Lega Italiana per il Divorzio Breve e membro del Comitato radicale per la Giustizia Piero Calamandrei.---------------------------------------------------------Diego Sabatinelli: 40 anni, laureato in Giurisprudenza, dipendente pubblico, è Segretario della Lega Italiana per il Divorzio Breve dal 2007. Più volte membro del Comitato Nazionale di Radicali Italiani, è stato componente della Giunta di Radicali Italiani, revisore dei conti del PRNTT, segretario dell’associazione Radicali Roma e coordinatore della Rosa Nel Pugno per il Lazio.

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