Categorized | Diritto e giustizia

Trattativa Stato-mafia, il reato non esiste e il tribunale giusto è quello della Storia

– Per metterla giù semplicemente: il reato di trattativa non esiste. Questo dato incontrovertibile – a pensarci bene – si è palesato nella sua lucente ovvietà solo grazie alle affermazioni di Giovanni Fiandaca, uno dei più celebri professori di diritto penale; un’osservazione che Ingroia stesso ha sposato (non che potesse fare altrimenti) in più interviste. Non si può penalmente contestare alla classe politica dei primi anni ’90 (e seguenti) la presunta ricerca di un compromesso con la forza mafiosa, al fine di evitare altre stragi. In questa ottica, la scelta di non rinnovare i decreti 41bis per alcuni mafiosi è un atto squisitamente politico, che non può essere oggetto di un processo penale, il cui fine si riscontra nella ricostruzione di un fatto criminoso e (a colpevolezza pienamente provata) alla punizione del colpevole. E basta.

La spuntata spada della giustizia penale non punta (non deve puntare) a squarciare arbitrariamente il velo che ricopre la storia (per quanto orribile, cupa, insidiosa e terrificante possa essere), perché questo è un compito che spetta ad altre figure (storici, giornalisti, commissioni ad hoc, politici…); l’unico contesto ove concediamo alla giurisdizione penale un potere di accertamento pressoché totale nel sacro nome della “Vera Verità” si riscontra in un processo schiettamente inquisitorio, che per sua natura relega le garanzie dell’imputato in secondo piano (secondo la chiave de “il fine giustifica i mezzi”). Insomma, il processo dell’Ordonnance Criminelle, il processo dei tempi bui, il processo fascista del Codice Rocco del 1930, il processo dove i diritti individuali sono una scomoda e noiosa palla al piede. Eppure noi viviamo in un’altra cultura giuridica, sotto un Codice in chiave accusatoria (nonostante le varie pronunce anacronistiche della Corte Costituzionale, improntate all’inconscio inquisitorio), sotto l’art.111 recante i principi cardine del “giusto processo”, e sotto la formula de “l’oltre ogni ragionevole dubbio”. Così è. O così dovrebbe essere.

I problemi del processo sulla trattativa sono molti, di forma e sostanza. I concetti sopra esposti sono (o dovrebbero essere) chiari a qualsiasi studente di Giurisprudenza che abbia sostenuto qualche esame di diritto penale, ma la Procura di Palermo procede dritta per la propria strada, in una cosciente strategia che non ignora la visione accusatoria dell’attuale sistema penale, ma che, surrettiziamente, l’affoga con un’ampollosa serie di dichiarazioni contraddittorie, una spolverata di retorica che si riempie la bocca di “Costituzione”, “Giovanni” (Falcone), e “Paolo” (Borsellino) e urla mediatico-giornalistiche dell’imputridito sistema dei media.

Si dirà che lo stesso Ingroia nega, in più interviste, che i politici siano direttamente indagati per il reato di “trattativa” (che non esiste). Dunque, che si fa? Semplice: si indaga per una lunga serie di reati borderline o ad estesissima fattispecie e/o di ardua dimostrabilità, quali falsa testimonianza, false dichiarazioni ai magistrati, attentato a corpo politico dello Stato, e – udite, udite – «violenza o minaccia nei confronti di un corpo politico amministrativo ai fini di condizionarne l’esercizio» e avanti così. A fronte dei canoni accusatori, molte cadranno, altre verranno non pienamente provate, ma comunque vada a finire, la trattativa (sbattuta fuori dalla porta del penalmente rilevante) rientra de facto dalla finestra aleggiando spettralmente sull’intera inchiesta e divenendo il sacro oggetto di culto di tutta l’inchiesta, la quale è imperniata su di essa; un cortocircuito intellettuale che dimentica il più sacro (per davvero), il più elementare dei principi penalistici, cioè che il fine non giustifica i mezzi. Il bisogno morale di chiarire una delle pagine più misteriose e buie della storia italiana non può essere perseguito distorcendo innaturalmente le finalità e gli scopi del processo penale: insomma, aprendo una nuova pagina buia.

Non che le modalità di questa trattativa siano completamente chiare. Anzi, fra quattro procure, migliaia di atti, testimonianze discordanti e rivalità personalistiche, torbidume diffuso pare molto difficile capirci qualcosa: un mosaico bizantino pieno di crepe e a tratti fragilissimo. E alla luce di quanto appena detto c’è una domanda che continua a serpeggiare. Ma cosa stiamo davvero processando?


Autore: Michele Dubini

Nato a Mariano Comense (CO) nel 1990, ha conseguito la maturità classica e studia Giurisprudenza presso l'Università di Milano - Bicocca, privilegiando particolarmente le materie penalistiche. Ha scritto per Fareitalia Mag e The Front Page.

7 Responses to “Trattativa Stato-mafia, il reato non esiste e il tribunale giusto è quello della Storia”

  1. Paolo scrive:

    Ma chi se ne importa se la trattativa coi mafiosi e’ un reato oppure no…abbiamo il dovere di capire il perche’ e i mandanti delle stragi mafiose avvenute in quegli anni!!…di avvocati penalisti che usano cavilli giuridici per salvare mafiosi e potenti c’e’ grande abbondanza…penso che l’autore del post avra’ una forte concorrenza per affermarsi da grande…

  2. gabriella scrive:

    concordo con Paolo. Chissene frega se e’ un reato oppure no, e la Storia siamo noi, qui e ora. Con questa tesi, dal processo di Genova a quello per la morte di Cucchi, ma che li facciamo a fare i processi? Soprattutto, ci servono ancora tutti questi futuri avvocati?…

  3. lodovico scrive:

    Il P.M. per sua natura non conosce il concetto” oltre ogni ragionevole dubbio”. Questo è dei giudici ed allora ben venga la divisione dei compiti

  4. Andrea Lombardi scrive:

    State facendo un discorso privo di senso.. il compito della magistratura non è scrivere libri di storia.
    Salvare mafiosi e potenti da che cosa, scusa, se non c’è alcun reato?

Trackbacks/Pingbacks

  1. […] l’articolo: http://www.libertiamo.it/2012/07/27/trattativa-stato-mafia-il-reato-non-esiste-e-il-tribunale-giusto… Trattativa […]