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Draghi calma i mercati, ma non sarà la BCE a salvare l’Italia

di ANNA DANTI – Mario Draghi dichiara che la BCE contrasterà la crisi dell’euro con ogni mezzo necessario, e subito i mercati si calmano. È una buona notizia: la promessa credibile di un fuoco di sbarramento serve ad evitare che nel mese di agosto, caratterizzato da volumi di scambio più bassi e quindi da prezzi più facilmente influenzabili da pochi operatori con molti fondi, le quotazioni dei titoli di Stato esibiscano una volatilità slegata dai fondamentali e potenzialmente molto dannosa per la sostenibilità del debito.

Si discute inoltre la possibilità di concedere una licenza bancaria al fondo di stabilità europeo, in modo che si possa approvvigionare di liquidità presso la BCE come gli istituti di credito; l’ipotesi, avanzata dal presidente della Banca Centrale austriaca, per ora non sembra incontrare il sostegno del resto del governing council, ma non è da escludere che venga discussa formalmente nel prossimo futuro, magari con modifiche sufficienti a fornire leva finanziaria al fondo senza compromettere la credibilità dell’istituzione di Francoforte.

Attenzione, però: queste misure, per quanto benefiche, non basteranno affatto. L’azione della BCE somiglia più ad una quarantena che ad una terapia. Istituisce un cordone sanitario intorno ai Paesi in difficoltà in modo che i loro mali non si aggravino a causa di fattori esterni, ma non li risolve alla radice. Non potrebbe, peraltro, dal momento che essi non dipendono dalla politica monetaria né da alcun altro elemento che sia sotto il controllo di Draghi. La cura deve riguardare l’economia reale, la condotta delle amministrazioni pubbliche, la legislazione, il capitale sociale.

Nel nostro Paese, in particolare, è urgente che si pongano le condizioni non solo per la stabilità politica, ma anche per la prosecuzione dell’azione riformatrice avviata dal governo Monti. È necessario raggiungere al più presto un accordo su una legge elettorale che garantisca la formazione di una maggioranza solida, ma soprattutto lavorare a contenuti e proposte che rendano chiare ai cittadini, all’Europa e ai mercati le intenzioni dei candidati.

Questo al momento manca, in particolare sui temi dell’economia. Il PD esprime fortissime contraddizioni interne, in bilico tra Fassina e Ichino. Grillo e Berlusconi attingono ad un populismo polimorfo privo di contenuti accettabili in qualsiasi sede ragionevole. Il “partito che non c’è” e dovrebbe parlare chiaramente a un elettorato moderato e liberale stenta a compattarsi, pure in presenza di diverse iniziative di indubbio valore.

La riorganizzazione dell’offerta politica deve passare prima di tutto dalla consapevolezza che il mondo futuro, che sia un po’ più di destra o un po’ più di sinistra di quello attuale, avrà spazi minori per le rendite di posizione. Non è solo la morale a rendere sconsigliabile il voto di scambio, l’erogazione di prebende, l’uso del pubblico impiego come strumento di assistenza sociale; il punto non è salvarsi dall’Inferno, ma evitare l’avvitamento economico.

Che fare di tutti coloro che oggi comprano il pane, l’auto o l’iPad solo in virtù di una lunga tradizione di rent-seeking? Come riconvertirli in cittadini degni e produttivi, come passare il messaggio per cui l’uguaglianza di opportunità alla fine beneficia tutti? A questo devono pensare i rappresentanti dei partiti sani: a come spezzare il circolo vizioso che va dal potere alle rendite e da quelle di nuovo al potere, senza compromettere la coesione sociale e senza regalare il Paese al prossimo tribuno. Le motivazioni ci sono tutte; mancano strategia e tattica, e comincia anche a mancare il tempo. Non rendiamo vana la protezione che ci accorda la BCE: è ora di agire.


Autore: Anna Danti

Nasce nel 1981, a poca distanza da Cocconito Vignaretto (AT). Fin dai primi anni di vita desidera sopra ogni cosa una villetta unifamiliare nel vicino borgo grosso, Cocconato. E' quindi con una certa malinconia che, appena diciottenne, cede alle lungimiranti pressioni familiari e prende la via degli Stati Uniti. Trascorre una decina d'anni tra Arlington e Philadelphia, imparando l'economia e la finanza. Dopo qualche tempo in una banca d'affari, s'impiega presso un'istituzione internazionale altrettanto connivente con il complotto plutocratico, e contribuisce allo stesso producendo analisi macroeconomica.

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