“Persone alle Olimpiadi che hanno avuto un conto in una banca svizzera: Gli atleti del team elvetico di nuoto sincronizzato, quelli della squadra elvetica di ciclismo e del tennis. E Mitt Romney”.

Ecco il contenuto dell’infografica diffusa sulla pagina Facebook del Partito Democratico americano. Una bella mossa comunicativa; sfondo rosso, personaggi e caratteri bianchi, come i colori della bandiera elvetica. E un messaggio chiaro: il candidato repubblicano non è dei nostri. Detta in termini sportivi: non fa il tifo per la squadra America, perché ha portato i suoi soldi altrove, per evitare di pagare le tasse e contribuire, così, alla vittoria del paese.

L’infografica fa riferimento ai quasi 3 milioni di dollari depositati da Romney su un conto bancario svizzero, liquidato nel 2010, e diventati oggetto di una campagna d’attacco senza quartiere condotta da parte dello staff elettorale del Presidente Barack Obama a suon di video e “social object”: grafiche, immagini, contenuti in grado di diventare altamente virali e capaci di lasciare un segno nell’immaginario collettivo. La domanda è: da un punto di vista di consenso e di possibilità di costruirlo o consolidarlo, questo tipo di contenuti funzionano? E se sì, perché?

Intanto, le infografiche, come altri “oggetti sociali”, sì, funzionano. Per la stessa ragione per la quale un meme, cioè una foto, un video, una immagine spesso ironica e graffiante, diventa tale: iper-diffuso e iper-condiviso dalle persone nei social network e nei blog (una piattaforma in cui spesso vengono lanciati e hanno eco meme di successo, per esempio, è Tumblr). E il motivo è semplice: i contenuti di successo creano comunità. Intorno ad essi si costruiscono gruppi di persone che insieme ridono, si intendono, si sentono complici, si capiscono.

Il conto svizzero di Romeny è diventato, così, un meme politico: nonostante il candidato repubblicano abbia assicurato i propri denari, per esempio, presso le isole Cayman, come peraltro un video dello staff di Obama ricorda, è la banca elvetica il soggetto chiave. Perché ricorda mondi grigi, casseforti, mazzette di soldi ben secretati da qualche parte in mezzo alle montagne. Lontani, geograficamente e idealmente, dall’America. L’infografica crea un legame indissolubile, quindi, tra Romney e l’altrove, il posto distante, dove sfuggire al dovere di pagare tasse. Un cittadino che sfugge alle proprie responsabilità, allora, come può diventare un Presidente capace di prendersele?

Il meme Romney-Svizzera, insomma, funziona. Ma non serve a creare nuovo consenso, come accade per ogni contenuto di attacco invece che di proposta: è utile a consolidare il punto di vista di chi già ha scelto un candidato. Gli elettori di Obama saranno, probabilmente, fieri dell’infografica, la condivideranno e la considereranno adatta a fornire una ragione per cui non votare Romney. I sostenitori del candidato repubblicano, invece, faranno spallucce: hanno già scelto, tenderanno a minimizzare l’entità della questione, magari sostenendo come le tasse siano, per esempio, troppo alte. E gli indecisi? Si decideranno solo quando qualcuno sappia offrire loro una visione, un’idea di futuro per cui battersi.

E questa è la nota dolente della campagna americana: è più noiosa e piatta della precedente. Ma ha, in ogni caso, qualcosa da insegnare a noi neofiti dello spin-doctorìng, come direbbero a Napoli, all’italiana.