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Assad è troppo potente, nessuno ha il coraggio di dire basta

– Due episodi hanno cambiato il volto della guerra civile siriana: la minaccia del regime di Bashar al Assad di usare armi chimiche contro “aggressioni esterne” e l’uso di aerei contro i ribelli nella città di Aleppo. In entrambi i casi si tratta di segni inequivocabili di escalation. Ed entrambe le cose rendono più probabile un intervento internazionale.

Partiamo dalle armi chimiche. La conferenza stampa, tenuta dal portavoce di Damasco, Jihad Makdissi, doveva servire a rassicurare la comunità internazionale. E invece ha finito per allarmarla ancora di più. Makdissi ha dichiarato, infatti, che le armi chimiche e batteriologiche, presenti negli arsenali della Siria, non verranno mai usate contro il popolo siriano. Ma l’esercito è pronto a impiegarle contro eventuali aggressioni esterne.

In questo modo, il portavoce ha smentito speculazioni maturate nelle ultime due settimane, secondo cui il regime sarebbe stato pronto a usarle contro gli insorti, come, nel 1988, aveva fatto Saddam Hussein contro i curdi.
A sollevare per primo l’allarme era stato l’ex ambasciatore siriano Nawaf al Fares (defezionista e rifugiato nel Qatar), che aveva parlato di un regime ormai alle strette pronto a lanciare le sue armi di distruzione di massa contro il nemico interno.

I timori apparivano abbastanza fondati, considerando che gli arsenali di armi chimiche, stando a fonti vicine ai ribelli, erano già stati trasferiti in altre località più sicure, sotto il controllo dell’esercito regolare. La dichiarazione di Makdissi ha smentito queste voci. Ma invece di far rientrare la crisi, l’ha amplificata: cosa si intende per “aggressione esterna”? In quali casi e contro chi il regime sarebbe disposto ad usare le sue armi più temibili?

Notizie diffuse dai ribelli affermano che gli arsenali siano stati trasferiti vicino ai confini siriani. Secondo queste fonti, le armi sarebbero state concentrate negli aeroporti di frontiera, pronte ad essere caricate sugli aerei. In questo caso, la Siria avrebbe la possibilità di colpire fin dove arrivano i suoi bombardieri: ovunque nella regione mediorientale.

La minaccia più temibile, però, è costituita dai missili, importati da Iran, Russia e Cina nel corso degli ultimi decenni. I vettori più a lunga gittata della Siria sono gli Scud-C che possono colpire bersagli fino a 550 km di distanza. Dunque: tutta la Turchia asiatica e l’intero territorio di Israele sarebbero sotto tiro.

Secondo le fonti dei ribelli che hanno diffuso l’allarme, Damasco non cercherebbe mai di attaccare Israele, perché “il regime non ha mai sparato un colpo contro Tel Aviv negli ultimi 30 anni”. Ma è anche vero che lo stesso regime, negli ultimi 30 anni, non è mai stato così tanto a rischio di collasso.

In ogni caso, il governo di Gerusalemme si sta preparando al peggio. Sono state prese tutte le necessarie precauzioni contro eventuali attacchi non convenzionali. E ieri è partito l’avvertimento dall’esecutivo Netanyahu: se l’intelligence dovesse scoprire un trasferimento di armi di distruzione di massa dalla Siria ai terroristi Hezbollah in Libano, Israele sarebbe costretta a rispondere militarmente. Ecco, dunque, come una dichiarazione del regime di Damasco sulle armi chimiche, benché apparentemente rassicurante, abbia scatenato un’escalation di minacce e avvicinato la possibilità di un intervento armato straniero. Di Israele, in questo caso.

L’altro possibile elemento scatenante dell’escalation è l’uso dell’aviazione contro i ribelli. In Libia, quando Gheddafi fece volare i suoi bombardieri contro gli insorti, fu l’inizio della crisi internazionale. Si tratta di dinamiche più mediatiche che militari e c’entra anche una buona dose di ipocrisia: un fuoco di sbarramento di carri armati e artiglieria può provocare molte più vittime civili rispetto a un singolo bombardamento aereo o ad un mitragliamento a bassa quota condotto dai caccia.

La comunità internazionale, però, nel febbraio del 2011, si scandalizzò solo fino a un certo punto quando le truppe di terra libiche già sparavano sugli insorti, ma non tollerò l’idea che aerei libici stessero bombardando il loro stesso popolo. E da lì iniziò il dibattito all’Onu sull’intervento armato. Che, non a caso, partì proprio dalla richiesta di stabilire una “no fly zone”, libera dai bombardieri del regime, per proteggere i civili.

Questo margine di tolleranza si sta dimostrando molto più ampio ed elastico nel caso della Siria. Da mesi, infatti, gli osservatori dell’Onu confermano l’uso di elicotteri d’assalto da parte del regime. Anche quelli possono provocare stragi indiscriminate, se lanciano i loro razzi contro città abitate. Ma l’elicottero è un’arma “equivoca” da un punto di vista dell’opinione pubblica, perché viene stranamente considerata alla stregua di un mezzo terrestre. Il suo impiego provoca meno scandalo di un bombardamento aereo.

Da martedì, però, l’equivoco è finito: il regime ha impiegato proprio la sua aviazione per colpire i ribelli ad Aleppo. Esattamente come aveva fatto Gheddafi un anno e mezzo fa. E quindi? Per coerenza si dovrebbe chiedere una “no fly zone”, come era stato fatto per la Libia. Ecco dunque che si avvicina anche la possibilità di un intervento armato internazionale.

A dire il vero, però, sono sul terreno ancora molti più elementi che scongiurino un’ingerenza umanitaria in Siria, di quanti non la chiamino. Ha ragione chi sostiene che Assad non è Gheddafi. Per un solo e fondamentale motivo: Gheddafi non faceva paura, Assad sì. E questo perché, sin dal 1990, il regime siriano ha vissuto nell’impunità più totale.

La partecipazione di Hafez al Assad (padre di Bashar) alla coalizione messa in piedi dall’Arabia Saudita e dagli Usa contro Saddam Hussein, dopo l’invasione del Kuwait, ha garantito un salvacondotto morale e politico alla dittatura di Damasco. E così, nel corso degli ultimi 22 anni, il regime siriano ha potuto accumulare un arsenale chimico e batteriologico degno di nota, con cui minaccia l’apocalisse in caso di intervento straniero. Probabilmente avrebbe potuto sviluppare anche armi atomiche, se Israele non avesse bombardato un sospetto sito nucleare nel settembre del 2007.

Assad ha potuto aggiornare continuamente il suo esercito, garantendo perdite pesantissime a chiunque provi ad entrare nel suo territorio. Ha avuto modo di tessere la sua rete di contatti palesi con gruppi terroristici, soprattutto Hezbollah, che minacciano rappresaglie devastanti. Ha fatto il suo “patto d’acciaio” con l’Iran, che può aprire un secondo fronte di guerra nel Golfo Persico in caso di attacco alla Siria. Ma, soprattutto, il regime di Damasco si è creato una “reputazione” internazionale che anche oggi è difficile da scalfire.

Fino a un anno e mezzo fa, la Turchia era un ottimo partner di Assad. E ancora adesso, nonostante gli incidenti militari (come il jet militare turco abbattuto e diversi colpi di artiglieria siriana sparati oltre il confine), Ankara non ha del tutto reciso i canali diplomatici con Damasco.

L’amministrazione Obama, fino a tutto il 2010, aveva seguito una politica di dialogo e riavvicinamento con la dittatura siriana. E cambiare rotta non è mai immediato. Il regime di Assad ha coltivato amicizie con protettori imponenti, quali la Russia e la Cina, pronti a bloccare, col loro veto, ogni risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu.

Due decenni di appeasement con il regime siriano hanno portato a questo: sono ormai quasi 20mila i morti della repressione (stando alle stime dell’Onu) e nessuno ha ancora avuto la forza di dire “basta”.


Autore: Stefano Magni

Nato a Milano nel 1976, laureato in Scienze Politiche all’Università di Pavia, è redattore del quotidiano L’Opinione. Ha curato e tradotto l’antologia di studi di Rudolph Rummel, “Lo Stato, il democidio e la guerra” (Leonardo Facco 2003) e il classico della scienza politica “Death by Government” (“Stati assassini”, Rubbettino 2005).

2 Responses to “Assad è troppo potente, nessuno ha il coraggio di dire basta”

  1. Pierpaolo scrive:

    Il vero pericolo sono le armi di distruzione di massa in mano ai contras in Siria.
    http://www.rt.com/news/syria-chemical-weapons-plot-532/
    Dove sono finite le armi chimiche della Libia? In mano USA ad Incirlik Air Base, con tutta probabilità.
    Del resto è chiaramente incorso una vasta campagna mediatica per attribuire preventivamente al Governo siriano l’uso di armi chimiche. Questo fa temere che verranno date ai contras.

  2. alessandro scrive:

    Caro Pierpaolo, invece di navigare su siti che fanno disinformazione russofila (per tenersi regimi amici che comprano armi, hanno petrolio e danno una mano a combattere i nemici finanziando una miriade di gruppi e gruppuscoli per il mondo) ti consiglio di informarti su qualche altro sito serio o leggere qualche buon libro, oggi i miti della geopolitica russo-cinese (in sola chiave antiamericana e antisraeliana) (prova su quei siti a fare qualche salti di link, vedrai dove portano) intasano la rete e molte menti impreparate cascano nella rete.
    Saluti

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