Se Draghi compra, chi può fermarlo?

– Si sa e si vede che agosto è un mese propizio per l’isteria collettiva. Per calmare le acque, l’ipotesi di un massiccio intervento della Banca Centrale Europea nel mercato secondario dei security bonds (ovvero un acquisto sul mercato dei titoli di debito emessi da paesi in difficoltà finanziarie altrimenti costretti a pagare tassi insostenibili) inizia, a quanto pare, a prendere consistenza. Tramite il Securities Markets Programme la BCE ha, in effetti, iniziato a compiere operazioni di questo tipo già dal maggio 2010, con un picco nella tarda estate dell’anno scorso.

L’impatto di queste operazioni sulla quantità di moneta in circolazione viene “sterilizzato” con operazioni di acquisto mirate a riassorbire la liquidità in eccesso, in modo da evitare un impatto sulla politica monetaria e sulla stabilità dei prezzi che è, a norma dei Trattati, l’obiettivo primario della Banca Centrale. Il solo annuncio della ferma risoluzione della BCE ad operare tali acquisti, così la tesi, abbasserebbe i rendimenti dei titoli di paesi come l’Italia e la Spagna a livelli sostenibili, dando una boccata di ossigeno ai rispettivi governi per condurre in porto le riforme pro-competitive di cui necessitano.

In teoria, nulla nello Statuto della BCE impedisce un intervento sufficientemente massiccio per stabilizzare il mercato dei titoli di Stato. La questione è, di conseguenza, di natura politica dato che, pur nella sua indipendenza, la BCE non si trova naturalmente ad agire in un vuoto. Nelle persone del presidente Mario Draghi e degli altri cinque membri del Comitato esecutivo, l’organo preposto alla concreta attuazione delle politiche monetarie, nonché dei membri del Consiglio direttivo, che decide sugli indirizzi di policy, l’Eurosistema è integrato nel processo di governance dell’Unione. Il timore dei governi degli Stati più “virtuosi” è che un pesante intervento di acquisto di debito possa avere un effetto di deresponsabilizzazione dei paesi attualmente sotto pressione, interrompendone il salutare processo di riforma strutturale. Passata la crisi, gabbata la Merkel.

Nonostante ciò, e posto che a ciò va trovata una soluzione eminentemente politica ed esterna alla gestione della politica monetaria (ovvero una forma di cessione di sovranità sufficientemente poderosa ma anche accettabile e legittima), la possibilità di un utilizzo “in grande stile” del Securities Markets Programme si concretizza di pari passo con il progredire della crisi finanziaria in queste ore. Se dunque, per frenare l’isteria d’agosto, il Comitato Esecutivo decidesse – come si specula – di attuare una politica di questo tipo, sarebbe assai difficile impedirglielo.

Sotto il profilo giuridico, infatti, l’indipendenza ultima del Comitato è protetta dalla sostanziale inamovibilità dei suoi membri, nominati per un solo mandato, salvo che, su voto del Consiglio Direttivo, il membro in questione non venga riconosciuto colpevole di “colpa grave” dalla Corte di giustizia. Il meccanismo di cui all’art. 11(4) dello Statuto BCE, che riporto letteralmente:

11.4. Qualora un membro del comitato esecutivo non risponda più alle condizioni necessarie all’esercizio delle sue funzioni o abbia commesso una colpa grave, può essere dichiarato dimissionario dalla Corte di giustizia su istanza del consiglio direttivo o  del comitato esecutivo.

Ma una soluzione come quella prefigurata è assolutamente improbabile, dato che è già di per sé dubbio che un’azione, anche impopolare, come quella di intervento massiccio in acquisto di titoli possa rappresentare “colpa grave”, senza considerare né le conseguenze politiche di un tale tentativo di impeachment né che Mario Draghi può contare sulla maggioranza nel board, ciò che servirebbe per il formale deferimento del governatore alla CGE.

La seconda possibilità giuridica di attacco di una tale mossa,  meno campata in aria ma pur sempre distante, è che uno Stato membro richieda alla Corte di annullare l’atto del Comitato Esecutivo per violazione dei trattati o per l’essere ultra vires. Senza volersi addentrare negli affascinanti dettagli della questione, basti dire che gli estremi per una tale azione potrebbero, con un po’ di fantasia, essere trovati. Una delle conseguenze immediate sarebbe, naturalmente, quella di rendere inutile l’intervento stesso, contribuendo anzi a rinforzare l’impressione di impotenza delle istituzioni europee. In ultima analisi, tuttavia, pare estremamente improbabile che uno Stato membro si lasci andare a tali inconsulti eccessi di litigiosità.

Draghi e suoi potrebbero, dunque, “usare la bomba a fin di bene”. Ma se esiste la possibilità – teorica e pratica – per un intervento stabilizzatore della Banca Centrale Europea in grande stile, occorre tuttavia tenere presente che si tratta di un pericoloso palliativo, che non risolve gli squilibri competitivi, commerciali, fiscali e politici dell’area euro, che necessitano di riforme, rigore e stabilità politica nel lungo periodo.

È troppo facile, in questo senso, far colpa a paesi dalle finanze solide e dall’economia salubre, come la Germania o l’Olanda, del “gran rifiuto”, dell’ottusa renitenza a giocare la parte dello zio d’America acconsentendo ad un pooling dei debiti pubblici. Per poi pretendere che perfino si tacciano se la BCE acquista titoli en masse.

Occorre contemporaneamente dare prova agli elettorati e ai governi del nord, e particolarmente a quello tedesco, che la strada della riduzione del debito pubblico, delle riforme strutturali e della serietà è irrevocabilmente imboccata. E questo non è possibile che acconsentendo, volontariamente e con buona grazia, a una maggiore condivisione di sovranità in campi finora impensati, come la supervisione bancaria, ma anche – e forse soprattutto – le politiche fiscali e le politiche sociali. Il momento per un’azione di questo tipo – beninteso ponderata, fra i soli membri dell’Unione Economica e Monetaria, e con tutte le cautele del caso – è propizio.

Il pericolo, non di poco conto, è di perdere di legittimità democratica e sentirsi accusare di voler costruire la “dittatura europea”. Insomma, volenti o nolenti bisognerà, se l’Eurotower decidesse di placare la bufera con l’acquisto in grandi quantità, passare per il vespaio di un Congresso, una profonda riforma dei trattati e pubbliche discussioni, ratifiche, referenda. Altrimenti, il costo politico dell’operazione sarà insostenibile.

 


Autore: Luca Bolzonello

Classe 1989, si è laureato in Relazioni internazionali all'Università di Bologna. Ha vissuto in Gran Bretagna, Belgio e Olanda, dove studia Diritto internazionale. Collabora con il Maastricht Journal of European Law, con particolare predilezione per tematiche del diritto internazionale ed europeo.

4 Responses to “Se Draghi compra, chi può fermarlo?”

  1. Puccio scrive:

    … con ciò si dimostra che la speculazione si infrangerebbe miseramente se l’Europa Unita facesse diga… al momento, però, va trovato il punto oltre il quale sarebbe inutile intervenire e prima del quale le cicale non siano ancora diventate formiche… bella sfida!
    Giacché l’Europa è un Destino (molti nemmeno sanno cosa signfichi) andrà bene… questa crisi farà compiere qualche passo obbligato verso l’Unione politica…

  2. bruno scrive:

    Bisognera’ usare il bastone per costringere i paesi poco virtuosi a un regime di ordine e disciplina, poi la carota per aiutarli a crescere.

    Va anche ricordato che in qualsiasi confederazione ci sono aeree progredite e depresse, l’uguaglianza non ci sara’ mai, un trasferimento di aiuti dai piu’ forti ai piu’ deboli dovra’ essere la norma.

    Il processo di unione europea sara’ lungo e difficile e non bisogna dare il succeso per scontato, secondo me ci vorranno almeno 20 anni prima di vedere l’unione europea funzionare in maniera sciolta.

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