Niente di nuovo sul fronte meridionale, la Sicilia resta la ‘Grecia d’Italia’

– Mercato mondiale e attenzioni al locale, così funziona la globalizzazione ed a farne le spese, a ragione, ne è stata la Regione Sicilia finita nel mirino di Moody’s e declassata nel rating del debito una settimana fa. L’isola campeggia sulle cronache economiche internazionali con il triste appellativo di “Grecia d’Italia”.

Malattia e sintomi sono equivalenti a quelli della crisi ellenica (ed italiana): spesa pubblica eccessiva, debito, economia drogata con l’aggravante dell’illegalità diffusa.  Quello che ha portato la Sicilia in una situazione economica spaventosa non è l’austerità odierna, ma la spesa pubblica incontrollata del passato, prodotto di un radicato sistema clientelare di scambio tra voti e lavoro, che ha mantenuto i governi italiani al potere e gli elettori siciliani occupati.

Oggi il governo della regione Sicilia, con un bilancio annuale di 27 miliardi di euro, conta 1800 dirigenti, più del governo inglese. Su una popolazione di cinque milioni di persone, lo Stato ne impiega in maniera diretta o indiretta oltre 100mila. E paga la pensione a molti di più, avendo adottato misure restrittive al sistema previdenziale otto anni dopo rispetto al resto d’Italia (un politico in pensione ha recentemente vinto la causa per mantenere una pensione di 480mila euro l’anno). Sono 26mila le guardie forestali ausiliarie a libro paga della regione.

Il governatore Lombardo ammette che siano troppe, ma lamenta l’impossibilità di licenziare nel settore pubblico. Il problema è che non si dovevano proprio assumere. Il debito residuale è pari a 7 miliardi di euro, il tasso di disoccupazione in Sicilia è del 19,5%, il doppio rispetto alla media nazionale, e il 38,8% dei giovani non ha un lavoro. Sono le cifre impietose di una regione che ha fatto della clientela e del voto di scambio la sua constituency politica. Nel frattempo il Governatore sostiene di vantare un credito di un miliardo verso lo Stato centrale. Per il momento si vedrà accreditati 400 milioni per dare ossigeno alle casse regionali.

La retorica della dichiarazioni dei politici siciliani resta stucchevole e semplicistica: la Sicilia rischia il default perché lo rischia l’Italia. Insomma, tutto bene. Mal comune, mezzo gaudio. Ed invece no. Ha ragione il Presidente dei Confindustriali siciliani, Ivan Lo Bello, ad invocare il commissariamento perché la situazione necessità di misure drastiche. Prima di tutto: andrebbe eliminato lo statuto speciale che ha fatto della Sicilia uno Stato nello Stato, con amministratori schermati sempre dal velo dell’autonomia nell’esercitare la compravendita dei consensi con denaro pubblico.

In secondo luogo, ciò che tutti sanno ma nessuno fa: risanamento immediato dei conti e quindi chiusura di tutti gli enti inutili, licenziamento dei dipendenti in eccesso, taglio ai costi delle assemblee elettive e delle giunte, riduzione dei costi della sanità. T

erzo punto: Monti inauguri una nuova prassi, basta trasferimenti extra dallo Stato centrale. Si chiudano i rubinetti a chi non rispetta le discipline di bilancio. E’ l’unico modo per impiantare una cultura della responsabilità.

La vicenda siciliana evidenzia l’inconsistenza del federalismo all’italiana, che ha stravolto come questo dovrebbe effettivamente funzionare, cioè l’ente locale tassa e destina una parte delle sue entrate allo Stato centrale per l’erogazione delle funzioni indispensabili. Da noi avviene l’esatto contrario ovvero tassano sia Stato che Regione, ma il primo contribuisce a finanziare le seconde e non viceversa. Risultato? Regioni irresponsabili nell’amministrazione, Stato sempre pronto a fare credito, pressione fiscale e debito pubblico che salgono. Nelle prossime settimana Governo centrale e Regionale approveranno il piano di risanamento. Non è più tempo di sconti per nessuno e toccherà a Mario Monti cercare ancora una volta di dettare le condizioni per il rigore che serve ad evitare il default.

Poi però si vota ad ottobre. Ed allora il gioco passerà in mano agli elettori siciliani e ai partiti. Dall’atteggiamento di Lombardo e da quello manifestato dalle forze che hanno composto la sua maggioranza si intuisce che l’offerta politica siciliana non sarà nulla di simile a ciò che servirebbe, cioè una compagine fusionista che miri a replicare sull’isola l’esperienza di governo Monti. E’  più probabile invece che il governatore uscente continui a ‘vendere’ la sua Mpa, per il tramite di un uomo di paglia, agli appetiti dei potenziali alleati,i quali giocheranno una campagna elettorale tutta votata alla demagogia della “specialità” sicula rispetto all’Italia e al mondo.  Come al solito, la Sicilia rischia di non essere laboratorio di nulla, checchè ne dica la sua sedicente classe dirigente.  Eppure le alternative alla serietà campeggiano nitide sotto il sole di Palermo: il fallimento e magari i forconi. Le sole cifre contenute in questo articolo dovrebbero già essere sufficienti per scatenare una rivoluzione politica e culturale. Il destino economico e sociale della Sicilia passa da qui. Un’occasione che dà ai siciliani, prima che agli italiani, una chance per cambiare oppure sprofondare definitivamente.


Autore: Lorenzo Castellani

Studia Giurisprudenza alla Luiss Guido Carli di Roma. Appassionato di diritto, politica e giornalismo. Ha diretto un giornale universitario e fondato il network studentesco LUISS APP, è promotore dell'associazione ZeroPositivo. Liberale e liberista, sogna un’Italia dinamica, aperta e competitiva. Tw:@LorenzoCast89

3 Responses to “Niente di nuovo sul fronte meridionale, la Sicilia resta la ‘Grecia d’Italia’”

  1. corrado bresciani scrive:

    D’accordissimo, uno Stato nello Stato. Di più, un’antropologia speciale, basta visitare la sede del c.d. parlamento siculo, trasudante di potere vischioso. Mi spiace, cari Bocchino e Briguglio.
    Corrado Bresciani

  2. creonte scrive:

    a me pare che non pochi comuni del nord abbiano buchi voragini nei bilanci (e tacciamo sul monte dei paschi)… francamente il problema italiano è ben più ampio… altrimenti si parla come i berluscones nordisti e filonord

  3. bruno scrive:

    Al nord ci sara’ qualche mela marcia mentre al sud tutto il cesto e’ marcio.

    La differenza e’ che al nord si produce ricchezza, al sud la si brucia e la si spreca. Infatti solo Toscana, Emilia Romagna, Piemonte e Valle d’Aosta, Lombardia e Triveneto sono in grado di avere il PIL a livello nord europeo, inversamente al sud il PIL e’ a livello di Grecia.

    Al nord le amministrazioni locali forniscono servizi migliori e a minor costo rispetto al sud.

    Il problema dell’Italia sono le storture e cose sbagliate che si trascinano dal dopoguerra, ma essendo tabu’ era vietato parlarne.

    Per fare uscire l’Italia dalla palude ci vuole un commissariamento da parte del nord Europa, non era casuale che i vecchi trentini nati sotto l’impero ausburgico erano concordi nel dire che la fame l’hanno patita quando sono passati sotto l’Italia, gia’ oltre un secolo fa il nord Europa era meglio funzionante dello stivale.

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