Nell’Europa del “si salvi chi può”, alla fine non si salva nessuno

di CARMELO PALMA – I giornali si stanno sbizzarrendo per spiegare ai lettori come salvare i risparmi, con articoli di servizio commendevoli e a volte interessati. Che però risparmi e potenziale di crescita non si possano salvare in tutto o in (buona) parte a prescindere dal rimedio a quel difetto di integrazione che diventa effetto di disintegrazione e così minaccia la costruzione europea, i giornali non lo vogliono né lo sanno raccontare con chiarezza altrettanto didascalica. Ma è pur sempre questo il problema, per gli italiani come per i tedeschi, per i somari e per i primi della classe.La sterilizzazione del rischio privato legato al possibile default dell’eurozona è un’illusione auto-consolatoria che i “deboli” e i “forti” – a seconda del lato da cui si guardano gli spread – coltivano con tenacia e che non può essere solo sbufalata, ma va più propriamente curata. Quest’idea che l’Europa sia ormai tutta e per tutti in “dare” e per niente e per nessuno in “avere” è una delle ragioni (e certamente la più profonda) della paralisi europea e dell’alleanza oggettiva, anche se involontaria, tra la paranoia tedesca e la paraculaggine mediterranea, tra l’Europa malfidente e quella malfidata, tra le formiche ottuse e moraliste del “Nord” e le cicale imbroglione e vittimiste del “Sud”.

La debolezza dell’eurozona ha un fondamento istituzionale, ma in primo luogo ideologico. La stesse reazioni nazionaliste sono un effetto e non una causa della irrilevanza politica della dimensione europea, anche rispetto ai problemi, come quelli legati alla crisi dei debiti sovrani, che sono direttamente legati alla costituzione economica dell’eurozona e del mercato comune.

L’Europa è la cosa migliore che gli stati europei (con poche eccezioni) abbiano saputo realizzare nel secolo breve della follia totalitaria e della frustrazione nazionalista. Ha guarito le ferite della guerra e sanato quelle del dopoguerra, riabilitando prima e riunificando poi la Germania e allargando ad est il perimetro della democrazia politica e dell’economia di mercato. Di questa virtù europea – dell’attitudine a fare anche dei vinti i protagonisti della ricostruzione e della rinascenza – noi italiani dovremmo ricordare e sapere qualcosa.  Eppure l’Europa nella sua dimensione comune – non irenica, non protocollare, non burocratica – sembra essere scomparsa dall’orizzonte intellettuale e morale dei popoli europei e delle loro classi dirigenti (Monti fa, anche in questo, eccezione).

Gli aggiustamenti della governance fiscale e politica dell’Ue comportano prezzi salati. Più per i “salvati”, che per i “salvatori”, più per i Paesi che devono riallineare i costi di esercizio politico della loro democrazia, senza potere da un giorno all’altro migliorare la propria competitività economica, che per quelli che devono garantire l’efficienza del meccanismo mutualistico a protezione della solvibilità degli stati meno competitivi. Ma il paradosso è che scappano tutti, i “salvati” e i “salvatori”, gli spagnoli (e gli italiani) che si ribellano all’idea di essere comandati e i tedeschi a quella di comandare.

Qui, in questa concordanza degli opposti, l’Europa specchia la propria irresolutezza. Ed è più significativa l’inclinazione dei forti che quella dei deboli, più la secessione tedesca e nord europea, che quella mediterranea, più l’intransigenza dei paesi “formica” che vogliono dissociare il proprio destino da quello dei paesi “cicala”, che la resistenza di questi ultimi ai costi di aggiustamento di quella sorta di riunificazione europea, che la crisi degli spread rende necessaria.

L’inconsistenza politico-istituzionale dell’Unione è oggi la vera sostanza politica dell’identità europea. Così la speculazione dilaga nell’Europa sbagliata del “si salvi chi può” e neppure consapevole dell’errore, che rischia di morire non di infarto né di cancro, ma di freddo, perché i condomini non si accordano su chi e quando debba chiudere le finestre.


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

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