Estate 2012: la Spagna brucia

– La Spagna brucia. Bruciano ettari ed ettari nella zona dell’Alt Empordá, a nord di Girona, in Catalogna, dove un incendio di proporzioni enormi si è già portato via la vita di 4 persone.

Brucia la piazza, ribollente di proteste e indignazione, dove quasi ogni giorno i cittadini si riversano, a volte organizzati a volte spontaneamente, dove non è raro che le loro rivendicazioni finiscano soffocate da scontri di polizia. Brucia la Borsa di Madrid, impegnata in una corsa senza fine verso il precipizio. Bruciano miliardi di euro di titoli di Stato, arsi sull’altare sacrificale del dio spread, il cui massimo storico ha toccato, per ora, i 640 punti rispetto ai bund tedeschi.

Il governo è nel pallone, il suo Presidente Mariano Rajoy assente. Era salito al potere solo a Novembre, grazie a una piattaforma politica piuttosto vaga ma dal messaggio chiaro: Zapatero ha fallito, date il potere a noi popolari e la comunità internazionale restituirà fiducia alla Spagna. La situazione ereditata da Rajoy era già disperata, è vero, ma anche lui ci ha messo del suo.

Da subito, con un aumento dell’Irpef che è andato contro tutte le promesse della campagna elettorale, quando aveva detto che mai avrebbe alzato le tasse. Poi, con il colpevole ritardo nei primi tre mesi di legislatura, quando il governo era ancora in luna di miele con i suoi elettori, quando ha aspettato la fine di marzo (e le elezioni regionali, perse, in Andalusia) per approvare un pacchetto di tagli alla spesa e condoni fiscali. Successivamente, con gravissimi errori di comunicazione, con troppe voci in libertà sgorgate da un esecutivo in evidente carenza di leadership, con l’incapacità di trasformare una maggioranza numerica assoluta in voce autorevole che presentasse al Paese una politica basata su sacrifici inevitabili, ma condivisi.

La bomba scoppiata con Bankia (il cui salvataggio costerà a Madrid 24 miliardi di Euro), che presagiva un’imminente esplosione del bubbone delle casse di risparmio e delle banche è questione ultima, di queste settimane. Così come di queste settimane è la manovra disperata di tagli (65 miliardi di euro) e nuove tasse: aumento dell’Iva di tre punti (dal 18 al 21%, anche se sulla cultura, che finora beneficiava di un 8%, l’aumento è 13 punti percentuali), eliminazione della tredicesima 2012 dei dipendenti pubblici, diminuzione delle indennità di disoccupazione e molto altro ancora.

L’importo della manovra, per inciso, coincide quasi per intero con l’importo dell’aiuto che la Ue ha concesso per ristrutturare il debito dell’agonizzante sistema bancario spagnolo. Solo qualche settimana fa, in una delle sue rare apparizioni pubbliche, Rajoy aveva detto che l’erogazione di questo prestito non avrebbe avuto conseguenze per il cittadino spagnolo e che la “linea di credito” concessa non avrebbe gravato sui bilanci dello Stato. Sempre in quell’occasione, l’ineffabile Rajoy aveva dichiarato che “dopo aver risolto tutto” andava a vedere il primo Italia-Spagna (quello finito uno a uno, non la finale) con la mente sgombra. Beato lui.

Per quanto per il grande pubblico la discesa agli inferi della Spagna sia cosa di questi ultimi mesi, Madrid traballa da molto. Almeno da 4 anni, per l’esattezza, quando la crisi iniziò a travolgere il secondo governo Zapatero, che per 3 anni e mezzo si dibatté cercando soluzioni perlopiù inutili a un qualcosa che si capì da subito essere non una contingenza ma un problema di sistema.

Zapatero cercò dapprima di negare, piuttosto goffamente, l’essenza anche nominale della crisi, non chiamandola in questo modo e preferendo descriverla con eufemismi, poi provò con iniezioni di spesa pubblica come il “cheque bebé” (2500 euro per ogni neonato, dal momento che in Spagna non esistono assegni familiari) tolto dopo qualche mese e infine si immolò con una manovra di 15 miliardi di euro di tagli, che gli costò la carriera politica e che nel Maggio 2010 scongiurò il rischio default. Con il senno di poi, solo temporaneamente.

Ma sarebbe ingiusto addossare, oltre che sul solo Rajoy, sul solo Zapatero questa crisi spagnola frutto in realtà di politiche che hanno la loro origine nella seconda metà degli anni Novanta, gli anni di Aznar al governo, quando il suolo spagnolo fu liberalizzato e si diede origine a quella commistione tra mattone, politica e banche che oggi rappresenta la vera corda al collo dell’economia iberica.

Un circolo vizioso di clientelismo, corruzione, appalti selvaggi, credito dato in modo disinvolto a chi non aveva requisiti, che offrì alla Spagna del boom un benessere esteso e trasversale alle classi sociali ma che fu, come si sta vedendo in questi ultimi anni, assai effimero perché creato su condizioni che non potevano durare. Con il senno di poi, un vero e proprio bluff, che ha però permesso ai cittadini di abituarsi a un livello di benessere mai sperimentato negli anni bui della dittatura franchista: livello di benessere il quale ora è difficile, difficilissimo immaginare che sia finito per molto, se non per sempre.

A terremotare le casse di Madrid ci hanno pensato anche 35 anni di Stato delle autonomie, in un Paese dove per frenare gli afflati indipendentisti di Paese Basco e Catalogna si è dato il “café para todos”.  Regioni dotate di poteri, anche di spesa, quasi incontrollati (un esempio, le tv regionali in Spagna trasmettono anche la Champions League e hanno inviati nelle principali capitali mondiali), che ora soffocano sotto il peso del debito creato durante anni di finanze allegre. Il governo di Madrid ha creato a questo proposito un fondo di emergenza per le Regioni in difficoltà, al quale per ora ha deciso di accedere solo la Comunità Valenciana. Ma tutto lascia prevedere che non sarà la sola e che a ruota altre Comunità Autonome chiederanno aiuto alla capitale.

In tutto questo, le dichiarazioni, oltre che gli atti, del governo non aiutano. I mercati, già ardenti dopo settimane di fuoco, si sono incendiati venerdì 20 Luglio, quando il ministro del Bilancio Cristobal Montoro ha affermato “Non abbiamo più soldi in cassa per pagare i servizi pubblici senza l’aiuto della Bce”. Per non parlare dello spettacolo indegno dato da una deputata del Pp, Andrea Fabra, ultima erede della dinastia che comanda la città di Castellón da vari decenni, che mentre Rajoy annunciava il taglio di alcune prestazioni ai disoccupati applaudiva sguaiatamente e si lasciava scappare un “Que se jodan! (“Che si fottano”), gridato a pieni polmoni.

E, giusto per santificare il giorno di festa, ieri 22 Luglio, il principale quotidiano di Barcellona, “La Vanguardia”, quotidiano non pregiudizialmente ostile ai popolari, titolava in prima pagina che nelle casse di Madrid ci sono soldi per andare avanti altri tre mesi. Poi non si sa.

Nessuno sa se, e quando, questa situazione finirà. È indubitabilmente certo, per adesso, che la Spagna non può continuare a finanziarsi sui mercati a tassi del 7,5% sui titoli di Stato. È inequivocabilmente certo che più passa il tempo, più il medico (il governo, di qualunque colore politico) si accanisce sul paziente, più questo sprofonda verso lo stato di incoscienza.

È dolorosamente certo, infine, che la Spagna brucia. E che latita di pompieri, ma brulica di incendiari. E che non solo le fiamme ardono implacabili, rendendo cenere tutto ciò che sta loro intorno, ma che anche il fumo, alla lunga, porta alla morte per soffocamento, non prima di una lunga serie di tormenti.


Autore: Simone Callisto Manca

Nato a Sassari nel 1982, è giornalista professionista. Ha avuto esperienze professionali all'Ansa (tra Madrid e Roma) e al Public Affairs dell'Ambasciata Usa in Italia. Attualmente vive a Barcellona, dove è Responsabile Comunicazione e Relazioni Pubbliche di un'importante associazione benefico-culturale di italiani all'estero.

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