Caso Urru. Perché con l’Anonima sequestri non si tratta e con Al Qaeda sì?

– Sì è finalmente risolta alcuni giorni fa la travagliata vicenda della cooperante italiana Rossella Urru, sequestrata nove mesi fa in Algeria.

La storia della ragazza aveva trovato abbastanza risalto nell’ultimo periodo in virtù della copertura giornalistica e di numerose iniziative di solidarietà in tutto il paese. E’ chiaro quindi che la notizia della sua liberazione sia stata in generale accolta con sollievo.
Allo stesso tempo, tuttavia, non si può negare che, al di là della dovuta solidarietà umana, qualche mugugno sulle modalità della sua liberazione – qua e là – lo si è sentito.

Certo si pone, innanzitutto, la questione dell’entità del riscatto che sarebbe stato corrisposto – forse 15 milioni di euro per lei e per gli altri due ostaggi.
La questione non è ovviamente se una persona quei soldi li vale o no – è chiaro che ogni vita umana ha un valore immenso. Il punto è, semmai, se è giusto che un individuo per una sua scelta di vita possa esporre lo Stato italiano ad una spesa così ingente oppure se dovrebbero esseri messi in atto alcuni meccanismi che consentano di prezzare meglio il rischio e di valutare più oggettivamente il rapporto costo-beneficio di andare a fare il volontario, l’uomo d’affari o il turista in paesi pericolosi. Perché non pensare ad esempio a forme assicurative, al limite obbligatorie?

Tuttavia, il negoziato per il riscatto della Urru e di tanti altri ostaggi che l’hanno preceduta pone un’altra questione di rilievo – quella della clamorosa discrepanza che c’è nell’atteggiamento dello Stato italiano in caso di rapimenti in Italia e di rapimenti all’estero.

Nei rapimenti in patria l’imperativo è quasi sempre quello di non trattare e questo non solamente si traduce nel fatto che lo Stato non segue come strategia primaria quella di pagare i sequestratori, ma anche nel possibile congelamento dei beni dell’ostaggio e della sua famiglia. In altre parole lo Stato non solo non tratta, ma può anche vietare di trattare privatamente. Quando, poi, eventuali pagamenti di riscatto vengono autorizzati, essi, in linea di principio, dovrebbero essere finalizzati all’acquisizione di elementi probatori ed in definitiva all’identificazione ed alla cattura dei colpevoli.
Il concetto è chiaro ed in larga parte condivisibile. Limitarsi ad accogliere le richieste dei sequestratori può certo risolvere la singola situazione, ma al tempo stesso non fa che incoraggiare il ripetersi di fatti simili.

Ma com’è che, allora, sui sequestri all’estero il governo italiano pare orientarsi in modo sensibilmente diverso? Com’è che non si può trattare con l’anonima sarda, mentre si possono tranquillamente pagare Al Qaida o i maoisti indiani?
Nei fatti, la linea “trattativista” del nostro paese nei sequestri all’estero appare ben marcata, come evidenziato, tra l’altro, dall’acceso confronto di pochi mesi fa con il governo britannico, sostenitore invece in genere di approcci più muscolari.

Eppure è evidente che corrispondere il riscatto significa, anche in questi casi, incoraggiare l’industria del sequestro a scopo di estorsione e sostanzialmente esporre ad un rischio accresciuto i nostri connazionali in scenari di crisi – insomma conviene prendere in ostaggio un italiano perché poi pagano e tanto…

Stando così le cose è legittimo, chiedersi se il nostro paese stia effettivamente usando due pesi e due misure quando si tratta di rapimenti e se sul ricorso a strategie profondamente diverse possano influire, più che criteri di equità e di umanità, le dinamiche politiche e mediatiche che sono innescate da alcuni sequestri e non da altri.

Ci sono rapimenti che non fanno notizia ed allora “occhio non vede, cuore non sente”, ma invece la valorizzazione mediatica di alcuni rapiti internazionali e le azioni di lobby di movimenti ed associazioni possono modificare sul piano pratico i termini della questione.

E’ così che in certi casi (magari non in altri) il prezzo di immagine che il governo si troverebbe a pagare se le cose andassero storte può risultare troppo alto – anche più del costo politico di finanziare il terrorismo estero con i soldi dei contribuenti.


Autore: Marco Faraci

Nato a Pisa, 34 anni, ingegnere elettronico, executive master in business administration. Professionista nel campo delle telecomunicazioni. Saggista ed opinionista liberista, ha collaborato con giornali e riviste e curato libri sul pensiero politico liberale.

Comments are closed.