La sentenza tedesca sulla circoncisione è discutibile, ma non è nè folle nè antiliberale

– Il recente articolo di Stefano Magni – molto critico nei  confronti della recente  sentenza del Landgericht di Colonia, la quale ha sancito l’illegittimità della circoncisione maschile praticata su minori per motivi esclusivamente religiosi e la correlativa responsabilità penale del medico che ponga mano a tale intervento – è indubbiamente apprezzabile sotto il profilo ideologico; esso tuttavia tralascia di considerare una serie di questioni giuridiche, le quali mi paiono ridimensionare fortemente l’idea (argomentata dall’Autore)  che la Germania – vietando interventi clinici diretti all’ablazione del prepuzio per motivi confessionali – si avvii a diventare uno “Stato etico”.

Non intendo qui entrare nella questione del rapporto tra Stato e confessioni religiose in Germania e – più in generale – in alcuni Paesi dell’Europa centro-settentrionale. Sarà in questa sede sufficiente ricordare come l’autodeterminazione e l’autogoverno delle Chiese – in queste nazioni – risenta  fortemente delle conseguenze legate all’attribuzione (per lo meno ad alcuni gruppi confessionali) della personalità giuridica di diritto pubblico. Tale status giuridico peculiare comporta non solo che i gruppi religiosi a cui esso è stato concesso siano titolari di diritti, doveri  e potestà di natura pubblicistica, ma anche che la loro libertà di organizzazione interna possa essere limitata o sottoposta ad una regolamentazione specifica da parte dei poteri pubblici non sempre rispondente alla normativa confessionale.

Nel caso della circoncisione, però, il problema mi pare legato alla libertà religiosa individuale, ed in particolare alla libertà dei genitori di educare religiosamente i propri figli anche sottoponendo questi ultimi ad interventi di carattere medico diretti ad incidere sulla loro integrità fisica. Non può infatti esservi dubbio alcuno che l’ablazione del prepuzio costituisca un atto di disposizione del corpo, e che esso cagioni  una (sia pur limitata) alterazione della massa fisica del soggetto con conseguenze di carattere permanente. Argomentazioni relative alla levità dell’intervento, o al fatto che il soggetto che lo ha subito potrà sempre cambiare religione sono giuridicamente inconferenti, dal momento che – negli ordinamenti europei – qualunque lesione capace di alterare la corporeità configura la responsabilità penale di chi la ha prodotta, a meno che non si tratti di un comportamento legittimato dalla legge o da un valido consenso dell’avente diritto.

Ora, la libertà religiosa – esattamente come tutti i diritti fondamentali – è soggetta a dei limiti. Tali limiti possono essere espliciti (ovvero sanciti esplicitamente dalle norme giuridiche dell’ordinamento) ovvero impliciti. Questi ultimi, in particolare, derivano dall’esigenza di tutelare altri principi, diritti e libertà fondamentali  considerati assiologicamente prevalenti: tra questi ultimi vanno senz’altro annoverati la vita e la libertà individuale, ma non solo. La salute, l’integrità fisica, l’istruzione, la capacità di formare una coscienza critica, la possibilità di esprimere il proprio pensiero, l’uguaglianza tra uomo e donna, e – in alcuni ordinamenti – persino il benessere e la dignità degli animali non umani rappresentano alcuni beni/valori dotati di rango costituzionale  capaci – con diverse modalità – di comprimere la libertà religiosa degli individui.

Pertanto, non solo la libertà religiosa non può mai spingersi sino al punto di legittimare l’omicidio e l’infanticidio, ma essa può talora essere limitata anche per salvaguardare la dignità del credente (cosicchè, a mio avviso, debbono ritenersi illegittime anche volontarie forme di riduzione in schiavitù determinate dal desiderio di ottemperare precetti religiosi), per proteggere la libertà di coscienza del lavoratore (soprattutto di chi presti la sua opera in “enti di tendenza”), per garantire l’attuazione di trattamenti sanitari necessari per la salute pubblica (le vaccinazioni obbligatorie) o prestazioni fornite dal sistema sanitario nazionale (pare dunque illegittima l’obiezione di coscienza del farmacista laddove un soggetto in possesso di prescrizione medica richieda a quest’ultimo la vendita della cd. “pillola del giorno dopo”), per consentire ai fanciulli l’adempimento dell’obbligo scolastico in un clima di uguaglianza e parità tra i sessi (anche sancendo l’illegittimità della dispensa dalle lezioni di nuoto, come avvenuto in Svizzera) .

Nel caso  di cui ci occupiamo, i giudici  – posto che il diritto di libertà religiosa ed il diritto all’integrità fisica sono entrambi diritti fondamentali, e  che la circoncisione ha alterato la corporeità del minore, configurando la fattispecie di lesione penalmente rilevante –  hanno cercato di rispondere alla seguente  domanda:  l’esercizio del diritto di libertà religiosa – declinato, nella fattispecie, come diritto dei genitori di educare religiosamente la prole – può avere efficacia scriminante nei confronti di una lesione procurata da un intervento di circoncisione e dunque – nel caso concreto – essere considerato assiologicamente prevalente rispetto al diritto all’integrità fisica del fanciullo?

La risposta, come sappiamo, è stata negativa. E ciò non mi pare così illiberale o destinato ad aprire le porte al ritorno dello Stato etico. Va infatti ricordato che – in forza dell’art. 6 della Convenzione di Oviedo per la protezione dei diritti dell’uomo e la dignità dell’essere umano riguardo alle applicazioni della biologia e della medicina – il legale rappresentante può consentire validamente al compimento di atti lesivi dell’integrità fisica del minore solo allorché tali atti siano assistiti da una precisa indicazione terapeutica e possano comportare, almeno in teoria, vantaggi concreti per le condizioni psicofisiche del rappresentato.

Non mi pare di cristallina evidenza l’affermazione secondo la quale l’ablazione del prepuzio potrebbe migliorare le condizioni psicofisiche del rappresentato, soprattutto alla luce di letteratura medica che – negli ultimi anni – sembra evidenziare le complicazioni ed i rischi della suddetta operazione. Ed anche ove si sostenga che l’art. 6 della convenzione di Oviedo non esclude la possibilità che la circoncisione maschile possa essere qualificata come operazione diretta a comportare un beneficio per la “salute mentale” dell’infradiciottenne, non può omettersi di ricordare che la Convenzione internazionale dei diritti del fanciullo enuncia tra  gli  altri diritti fondamentali di cui deve essere ritenuto titolare il minore, il diritto di essere  protetto  «contro  qualsiasi  forma  di violenza, danno o brutalità fisica o mentale, abbandono, negligenza, maltrattamento o sfruttamento, inclusa la violenza  sessuale,  mentre è sotto la tutela dei suoi genitori o di uno di essi».

Il punto fondamentale della decisione del Tribunale di Colonia, dunque, si è sviluppato intorno  al concetto giuridico di “best interest of the child” (“interesse prevalente del minore”) sostenendo che quest’ultimo si identifica con il mantenimento della propria integrità fisica piuttosto che con la sottoposizione ad un rito religioso dotato di conseguenze mutilatorie. Non so se questo ragionamento sia corretto: di certo non mi pare illiberale. E richiama il legislatore alle sue responsabilità: perché l’opera di bilanciamento tra diritti fondamentali – prima che al potere giudiziario – è affidata al potere legislativo.


Autore: Vincenzo Pacillo

Nato a Roma nel 1970, si è addottorato in Diritto ecclesiastico e canonico nell’Università degli studi di Perugia. Successivamente è stato ricercatore in Diritto ecclesiastico e canonico presso l'Università degli studi di Milano. Attualmente è professore associato di Diritto ecclesiastico e delle religioni nella Facoltà di Giurisprudenza dell'Università di Modena e Reggio Emilia e insegna Diritto ecclesiastico svizzero nella Facoltà di Teologia di Lugano. Autore di tre monografie e di diversi scritti su tematiche relative ai rapporti tra Stati e confessioni religiose, è membro del comitato di redazione della rivista “Daimon”.

4 Responses to “La sentenza tedesca sulla circoncisione è discutibile, ma non è nè folle nè antiliberale”

  1. Lorenzo Pastori scrive:

    L’articolo difende la sentenza sostenendo che la circoncisione è di fatto una mutilazione, minima ma pur sempre una mutilazione. Ma siamo sicuri che sia così? Un’alterazione di un carattere anatomico, che non comporta alcuna alternazione funzionale, non è una mutilazione. Se fosse una mutilazione, non dovrebbero essere praticata nè sui bambini, nè sugli adulti. La circoncisione non è l’infibulazione, somiglia assai più – rispetto ai suoi effetti fisici – alla tradizione di mettere gli orecchini alle bambine.

  2. creonte scrive:

    @Lorenzo
    ciò non vuole dire che si sia obbligati DA ALTRI ad avere i buchi agli orecchie, però! ^_^

  3. Terrestre scrive:

    Fare i buchi agli orecchi o i peircing sono operazioni reversibili. Se si levano gli ornamenti, dopo un po’ il buco si rimargina e si richiude senza alcuna conseguenza.

    Asportate chirurgicamente il prepuzio é irreversibile.

    Molti dicono che il prepuzio é funzionalmente ormai inutile, visto che portiamo slip e non viviamo piú come migliaia di anni fa. Potrá essere cosí, ma non si capisce perché se non dá fastidio lo dobbiamo asportare con un’operazione dolorosa e a un essere umano che non ce l’ha certo chiesto.

  4. Charly scrive:

    Non vedo lo scandalo: non vi è nessuna proibizione della pratica in sé, purché via sia la volonta del soggetto. Un bimbo appena nato è una cosa, un adulto consenziente un’altra. Rispettare la libertà altrui senza imporre le cose mai, eh?

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