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Elezioni in Libia, il Paese al bivio

– Il 7 luglio scorso in Libia si sono svolte le prime storiche elezioni dopo 42 anni di dittatura di Mohammar Gheddafi.

La tornata elettorale è stata convocata dal Consiglio Nazionale di Transizione per dare alla Libia un governo democraticamente eletto e per guidare il processo costituzionale del nuovo stato libico. La sostituzione del CNT con questo nuovo Congresso Nazionale Generale arriva dopo mesi in cui l’organo di governo in carica si è impegnato con scarso successo nel disarmo delle milizie locali, nella ricostituzione di un esercito e di una forza di polizia unitari e, più in generale, nel gestire i primi mesi del dopo-Gheddafi.

Il sistema elettorale utilizzato – strutturato in maniera tale da favorire anche la partecipazione femminile all’elettorato passivo – è su base circoscrizionale, con 100 candidati provenienti dalla Tripolitania, 60 dalla Cirenaica e 40 dal Fezzan; del totale dei 200 seggi, poi, 80 sono stati eletti tra candidati provenienti da liste di partito, mentre i restanti 120 tra indipendenti. La questione della suddivisione tra candidati di partito e candidati indipendenti, che è stata oggetto di un acceso dibattito e di cambiamenti in corsa, è da un lato un retaggio storico (le elezioni ai tempi di re Idris erano quasi sempre monopolio dei candidati indipendenti), dall’altro un modo per evitare una preponderante presenza dei Fratelli Musulmani come successo in Egitto.

La questione della Fratellanza e del loro braccio politico, il Partito della Giustizia e della Costruzione (PGC), in realtà non si è posta. Le elezioni, in cui ha votato il 65% degli iscritti alle liste elettorali, hanno visto l’Alleanza delle Forze Nazionali (AFN), la coalizione partitica legata al Primo Ministro uscente Mahmoud Jibril, ottenere il 48.8% dei consensi. Con questo risultato l’AFN ha ottenuto 39 seggi degli 80 disponibili per i partiti, mentre il PGC con il 21,7% delle preferenze ha insediato 17 deputati. I liberali del Partito del Fronte Nazionale, terzi, hanno ottenuto invece il 3,8% (3 seggi).

La vittoria tra i partiti dell’AFN è un dato importante nell’analisi della stagione delle rivolte nel mondo arabo, poiché, differentemente dai risultati tunisini e egiziani, in Libia ha vinto una coalizione dei partiti relativamente “secolarizzati” (ma che comunque descrivono la Shari’a come primaria fonte del diritto) a scapito dei conservatori più religiosi e dei jihadisti. Questi ultimi non hanno ottenuto – fossero confermati i dati attuali – nemmeno un seggio. Ciò rappresenta una conferma della natura meno legata alle tradizioni religiose del popolo libico, mentre altri dati importanti danno invece l’idea di come siano ancora molto forti i retaggi tribali.

Infatti, se da un lato già la legge elettorale, con la preponderanza di seggi riservati a candidati indipendenti, fa intendere di per sé una predilezione verso i “capi-bastone” locali piuttosto che verso i quadri dei partiti, dall’altro la sconfitta di Jibril a Misrata, dove la tribù di questi è sempre stata avversata, ne dà la conferma.

La Libia ora si trova davanti a un bivio. Se il nuovo Congresso Nazionale Generale riuscirà a mettere d’accordo le proprie anime (ancora non è chiaro l’orientamento di buona parte degli indipendenti) e comporrà un governo, allora potrà affrontare le sue principali sfide: ricostituire le forze di sicurezza e militari e far ripartire il sistema economico, di modo da utilizzare gli introiti provenienti dagli idrocarburi per lanciare il settore privato. Se fallirà, le milizie locali continueranno ad avere potere e a rappresentare forze di sicurezza tribali che spesso si combattono tra loro, come è avvenuto e tutt’ora avviene nelle aree più remote del Paese.

Lo spettro dello “Stato fallito”, suggerito da diversi analisti negli ultimi tempi, in particolare dopo gli scontri per il controllo dell’aeroporto di Tripoli, aleggia ancora nella nuova Libia. La fine di Gheddafi ha scoperchiato il proverbiale “vaso di Pandora” di uno Stato totalmente diviso al suo interno, e sarà compito della nuova classe dirigente trovare l’unità necessaria per riuscire a organizzare la politica del Paese in vista delle elezioni del primo Parlamento libico, previste per il prossimo anno.


Autore: Antonio Mastino

Classe 1983, viene dalla ridente isola di Sardegna. Laureato in Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali, ha formato la propria esperienza nell'analisi internazionale al Ce.S.I. - Centro Studi Internazionali, curando in particolar modo gli scenari geopolitici dell'Africa Sub-Sahariana e dell'Estremo Oriente.

2 Responses to “Elezioni in Libia, il Paese al bivio”

  1. autores scrive:

    e’ triste sentire dire che e’ per l’Aeroporto di Tripoli che la va’ male. Noi tutti per andare in Libia da Roma atterriamo a Tripoli,uno Stato con la Camera di Commercio Italo-Libica,Italo-Africana e Italo-Araba molto funzionante e con uno Stato che dimostra di pretendere di essere tranquillo e di vivere in pace,di bene e commercio,con tutti.

  2. Mastin8 scrive:

    Beh, mi sembra abbastanza chiaro e pacifico che se pochi mesi fa il CNT aveva perso il controllo legittimo sull’aeroporto e nelle aree non solo periferiche si faccia estrema fatica a disarmare le milizie (non so se hai notato cosa è successo a Bengasi nel pre-elezioni), il paese rischi grosso. Questo a prescindere dalla volontà della popolazione di ripartire con ottimismo.
    L’altro giorno parlavo con uno di Misratah che mi diceva “tutto ok, da noi è tutto ok!” Poi quando gli ho fatto due domandine bene assestate sui vari scontri registrati in tutto il Paese ha fatto l’omertoso. Se vogliamo credere ai paradigmi buoni contro cattivi crediamoci pure. Ma siccome le dinamiche soffocate dalla dittatura di Gheddafi erano molto lontane dai canoni occidentali, ma anzi erano totalmente in linea con le vicissitudini del Maghreb, cerchiamo di non fare i nostri calcoli solo sulla base di quanto abbiano voglia di fare affari (come tutti) le popolazioni urbane.

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