Dismissioni, molto resta da fare, ma la strada è giusta

– Conclusosi positivamente l’esame da parte delle commissioni bilancio e finanze, il decreto legge sulle dismissioni del patrimonio pubblico è atteso in settimana in aula, dove i suoi contenuti potrebbero confluire nel più articolato decreto sulla spending review ai fini della loro conversione in legge.

Il decreto contiene norme volte alla vendita di immobili pubblici e la cessione alla Cassa Depositi e Prestiti delle partecipazioni statali in Sace, Fintecna e Simest.

L’attuazione delle due misure sarebbe senz’altro salutare per le finanze pubbliche. Si stima che il patrimonio immobiliare cedibile in quanto inutilizzato o sottoutilizzato si attesti a circa 42 miliardi e dalla vendita delle tre società il Tesoro potrebbe ricavare circa 10 miliardi di euro.

Le insidie sono due. La prima è l’alea dell’esito di dismissioni di terreni e edifici. Il processo è lungo e coinvolge un elevato numero di soggetti pubblici proprietari a vario titolo degli immobili. Se ne contano per un valore complessivo di oltre 400 miliardi di euro. Una cifra molto alta da aggredire, ma in passato non tutti i tentativi di snellire la mano pubblica sul patrimonio immobiliare hanno avuto il successo atteso. L’urgenza della crisi e il riattestarsi dello spread attorno a quota 500 punti base dovrebbero dare modo al Governo di superare gli ostacoli che si interporranno al compimento dell’iniziativa.

La seconda criticità risiede nel fatto che i 10 miliardi di Sace, Fintecna e Simest arriveranno solo se la Cassa Depositi e Prestiti, anch’essa società a partecipazione pubblica, con soci lo Stato e le fondazioni bancarie, eserciterà l’opzione. Quand’anche la società che gestisce il risparmio postale degli Italiani decidesse di acquisire le partecipazioni, non sarebbe del tutto corretto parlare di privatizzazione, ma servirebbe ad alleggerire la pressione sul debito pubblico.
Cosa accadrà, invece, in caso di mancato esercizio del diritto d’opzione? Le carenze nel testo del decreto sono tutte qui, nell’impossibilità di sciogliere questo nodo.

Di sicuro la strada intrapresa è quella giusta. La leva della privatizzazione è la meno traumatica, rispetto alle altre due alternative: la già fin troppo duramente battuta via dell’aumento della pressione fiscale e la strada dei tagli alla spesa pubblica, su cui occorre comunque insistere per garantire la sostenibilità dei conti pubblici.

Tasse e tagli hanno come conseguenza una riduzione dei consumi e dell’occupazione; quindi, in generale, hanno un effetto deprimente sul PIL. La pressione tributaria ha raggiunto livelli tali che ad ogni nuovo balzello sono più le imprese che chiudono schiacciate dal fisco che quelle che possono portare più entrate all’erario. I tagli alla spesa pubblica, per quanto nel breve periodo possano essere sofferti (anche un conducente di auto blu “tiene famiglia”), sono necessari a riportare a livelli normali una finanza allegra che ci sta portando al collasso e consentiranno, passata la bufera, di ridurre il peso fiscale ad un livello compatibile con la crescita e la sopravvivenza del tessuto produttivo.

Se da un lato la strada imboccata è quella giusta, è anche vero che la meta non è vicina. 52 miliardi di euro recuperati sono salutari e porteranno anche ad una riduzione di spesa pubblica corrente per oneri sul debito di circa 2,5 miliardi di euro l’anno. Ma non saranno sufficienti a ricondurre a livelli tollerabili un debito pubblico di 1.968 miliardi di euro. Serve un piano di dismissioni ancora più coraggioso per abbattere lo stock di debito e portarci fuori dalla crisi.

Le privatizzazioni hanno un effetto immediato sull’esposizione ai mercati finanziari; significa chiedere meno soldi alle prossime emissioni di titoli di stato. E si troveranno anche più compratori di BOT e BTP se il debito sarà ridimensionato e i mercati ritroveranno fiducia nella capacità del Tesoro di ripagarlo.


Autore: Diego Menegon

Nato a Volpago, in provincia di Treviso, nel 1983. Laureato del Collegio Lamaro Pozzani della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro. Ha svolto ricerche e scritto per Iter Legis, Agienergia e la collana Dario Mazzi (Il Mulino). Si occupa di affari istituzionali e di politiche del diritto nei temi di economia, welfare, energia e ambiente. Socio fondatore di Libertiamo, è Direttore dell'ufficio legislativo di ConfContribuenti e Fellow dell'Istituto Bruno Leoni. Attualmente candidato alle elezioni politiche 2013 con Fare per Fermare il Declino.

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