di CARMELO PALMA – Nell’ennesimo venerdì nero delle borse, la sentenza della Consulta sull’incostituzionalità dell’articolo 4 del decreto legge 13 agosto 2011, n. 138, relativa alle modalità di affidamento dei servizi pubblici locali, sembrerebbe avere stabilito che per i cosiddetti beni comuni la Costituzione esige un’organizzazione sovietica ed esclude una disciplina di mercato. Non è così. I giudici hanno invece sanzionato la surrettizia reintroduzione, a pochi mesi dall’approvazione del referendum abrogativo dell’articolo 23-bis del decreto legge n. 112 del 2008, di una parte della normativa abrogata che, di per sé, secondo la Corte già forzava i limiti imposti dalla disciplina comunitaria sugli affidamenti in house.

I giudici della Corte non sono impazziti, né l’estensore della sentenza, l’ex Presidente dell’Antitrust Giuseppe Tesauro, si è improvvisamente convertito alla fede dogmatica del “pubblico” e alla diffidenza morale del “privato”. Ad essere impazziti, poco più di un anno fa, erano stati gli italiani. E un anno dopo la Corte ha ristabilito i diritti della loro follia democratica. La logica “beni-comunista” non è in sé più costituzionale del suo contrario. Ma, anche a lume di naso, non è così scandaloso stabilire che sia incostituzionale prescinderne, quando questa sia – più o meno esplicitamente – suggellata dalla volontà popolare, con il crisma di un voto referendario. La storia dei referendum è stata storia di tradimenti e di ribaltamenti e non ci ricordiamo, a memoria, una sentenza che ristabilisca così perentoriamente il deliberato del voto popolare. Ma c’è sempre una prima volta.

Più che chiedersi cosa ci sia dietro la decisione della Corte, occorrerebbe dunque chiedersi cosa ci sia dentro la fiducia ingenua e superstiziosa nello “Stato gestore” in un Paese in cui l’inefficienza e la compromissione politica dell’amministrazione pubblica è generalmente considerata naturale e dunque irrimediabile. La questione è perché i cittadini e la classe politica scelgano, quando possono, il suicidio elettoralmente assistito, non perché la Corte costituzionale, in modo tutto sommato coerente e neutrale, si affretti a riconoscere il titolo e a difendere il merito di una scelta politicamente sensibile e quindi rimessa al popolo sovrano.

Il problema è insomma psico-politico, non giuridico. E psico-politica è pure l’ostinazione con cui i referendari difendono le proprie posizioni in base della ristabilita giustizia dell’ordine costituzionale. La Corte non ha affatto garantito che la paranoia pubblicistica “funzioni” o che la legittimità dei ricorsi conforti ed assista la ragione politica dei ricorrenti.  La Corte ha semplicemente stabilito che, se l’Italia e gli italiani vogliono una cosa, è giusto che l’abbiano, fosse pure la rovina.

La sentenza non fa tabula rasa della disciplina comunitaria, che di per sé esclude la socializzazione coatta dei servizi pubblici, ma offre numerose via di fuga alla politica, recalcitrante a lasciare le posizioni in un mercato dei servizi di fatto sovrapposto, soprattutto in sede locale, al mercato del consenso. Di certo, la decisione della Corte non aiuta il governo che proprio sul tema della concorrenza e dell’efficienza dei servizi pubblici sta faticosamente tentando di riformare il riformabile e di costruire su queste scelte un consenso solido e duraturo.