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Buon segno, brutto segno

– a) buon segno

Due giorni fa i dipendenti della Rai erano meravigliati. A Saxa Rubra son di passaggio due persone che con un discreto numero di accompagnatori vanno in giro per le palazzine, per gli uffici, negli studi. Si presentano, stringono mani, si informano sulle competenze professionali di chi incontrano. Parlano con tutti, con i privilegiati e con gli sfigati, con i potenti e con le ultime ruote del carro, con i giornalisti e con i singoli montatori nelle singole sale di montaggio.

Una mia amica bravissima giornalista mi chiama e mi dice “incredibile, mai vista una cosa del genere, è un gran bel segno”. E’ un bel segno sì. I due personaggi in questione sono Anna Maria Tarantola e Luigi Gubitosi, rispettivamente neo presidente e neo direttore generale della Rai.

In Rai, ed in molte aziende pubbliche, gli altissimi dirigenti sono sempre stati visti come lontanissimi Dei dell’Olimpo – ma meno visibili; gli Dei dell’Olimpo i greci immaginavano di vederli, gli alti dirigenti delle aziende pubbliche, invece, sono praticamente invisibili… ologrammi… identità fluttuanti che spesso poco sanno di come è strutturata la “macchina umana” che vanno a dirigere.

Il totale scollamento tra dirigenza e massa lavoro è uno dei vulnus più gravi di quella tradizione dirigenziale che si rifà al concetto di “azienda di Stato”. Nel privato questa discrasia è spesso attenuata da strategie interaziendali che mirano a definire e costituire il cosiddetto “senso di gruppo, senso di squadra”. Nel pubblico questa fondamentale chiave di determinazione dell’identità aziendale è praticamente assente.

La logica dirigenziale della grande azienda privata è per lo più, spesso demagogicamente, comunitaria, e in termini simbolici agisce nel mood della “contiguità” – mentre quella della grande azienda pubblica è per lo più incentrata sulla logica simbolica della “lontananza” tra vertice e base, è geneticamente, metaforicamente, razzista. Le ragioni sommarie di questa apparente differenziazione sono troppo complesse per essere sintetizzate, ma una cosa è certa, ogni esempio di discontinuità è ben accetto, e fa bene. Fa bene all’azienda, al suo spirito, a chi ci lavora.

E quindi i lavoratori della Rai sono rimasti benevolmente spiazzati. Siamo d’accordo, il presidente e il direttore generale che vengono a chiederti come ti chiami, cosa fai, e a stringerti la mano probabilmente stanno sono compiendo un gesto simbolico – vero, ma sono proprio i gesti simbolici ciò che compie, fortifica, imbullona il senso di appartenenza nei confronti di un’azienda. E la Rai ha bisogno di credere in se stessa – di essere riformata – di essere ristrutturata – di essere sforbiciata – di essere rilanciata, diversa, completamente diversa da prima, per poter non sopravvivere, ma vivere domani.

b) brutto segno
Con il nuovo decreto sulla spending review saranno cancellati i seguenti enti: l’Istituto nazionale di oceanografia e di geofisica sperimentale, l’Istituto nazionale di astrofisica, il Museo storico della fisica e il Centro di studi e ricerche Enrico Fermi. Ma anche l’Istituto nazionale di ricerca metrologica, la Stazione zoologica Anton Dohrn, l’Istituto italiano di studi germanici e l’Istituto nazionale di alta matematica.

Le funzioni di questi enti saranno redistribuite tra Cnr, Istituto nazionale di fisica nucleare e Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia. E come andranno a finire le cose?

Molte fondazioni che si occupano di organizzazione e divulgazione culturale sono state cancellate. Altre depotenziate.
L’Istituto Centrale dei Beni Sonori ed Audiovisivi, ex Discoteca di Stato, è stato cancellato e le sue funzioni sono state trasferite alla competente direzione generale del Mibac (Ministero per i Beni e le Attività Culturali). Questo Istituto, l’ICBSA , è la più grande collezione pubblica del nostro Paese nel settore, e possiede un patrimonio unico, accumulatosi dalla data di fondazione nel 1928 ad oggi, composto da circa 330.000 brani audio, 130.000 immagini e circa 1.000.000 di titoli audiovisivi.

Beni sonori e audiovisivo… avete presente di cosa si tratta? Voci italiane, discorsi, musica, radio, televisione, film, immagini? Certo. La memoria italiana del XX° secolo e dintorni. Ce la farà il Mibac a farsi carico, senza depotenziarla e sminuirla, di questa a dir poco fondamentale istituzione? Siamo sicuri ce la possa fare? Con i tagli in corso?

In poche parole. Siamo un Paese in crisi, che va rifondato.
Le prime logiche di rifondazione degli humus produttivi di un paese devono vertere sull’ investimento culturale, sull’investimento nell’immaginario. Un paese forte culturalmente (e quindi anche nella ricerca), un paese che trattiene le idee in circolo e che, soprattutto, ne immette di nuove, è un paese che si spende nelle idee, in nome di nuove idee.

Le nuove idee sono gli stimoli che creano l’energia produttiva di una nazione. Energia culturale che poi diventerà energia economica, consapevolezza, credibilità, creatività. Tagliare la cultura (anche nella sua accezione di scienza e ricerca) vuol dire tagliare la libido di un paese, la sua forza motrice interiore, ossia, l’unica possibilità che si ha per produrre quell’immaginario di trasformazione che fa sì che un paese possa progredire, andare avanti, non sclerotizzarsi.

Un paese si rifonda nei suoi beni materiali se prima riesce a fortificarsi nei suoi beni immateriali (cultura). Se tagliamo la cultura, perdonatemi la volgarità, ci tagliamo i cosiddetti.

In ultima analisi. Il segno buono di una nuova idea di dirigenza che va a capire come è fatta una azienda pubblica e chi sono i suoi dipendenti, si va ad incrociare con il segno cattivo di uno Stato che non taglia i privilegi dei privilegiati ma taglia la cultura, ossia, la potenziale maggior azienda (di beni non solo immateriali ma anche materiali) del Paese.

Trovare, please, il giusto equilibrio tra questi segni.


Autore: Francesco Linguiti

Si occupa di produzione culturale. È autore nella produzione audiovisiva. È docente di semiologia del testo.

2 Responses to “Buon segno, brutto segno”

  1. marcello scrive:

    E il governo ha pure nominato i 3 saggi (ma al posto di Giavazzi era meglio Stella)con la “consultazione popolare”, dove avevo comunque indicato dei settori alquanto diversi nei quali tagliare.

  2. Piccolapatria scrive:

    Il segno sarà anche peggiore se, questi due “notevoli” personaggi, dopo aver stretto le numerose mani non dovessero arrivare alla determinazione che almeno di “alcune” si potrebbe risparmiarne il costo magari a favore di minor taglio inconsulto dei nostri “cosidetti”. Il fortissimo sindacato RAI lo consentirebbe?

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