– Negli ultimi mesi si sono rafforzate le richieste di una più forte integrazione politica europea come possibile soluzione all’attuale crisi. Secondo molti l’unità politica da un lato consentirebbe di diminuire il rischio finanziario dei paesi periferici in virtù di una responsabilità solidale sul debito a livello continentale, dall’altro permetterebbe di “imbrigliare” i paesi in difficoltà obbligandoli in un quadro di regole che li obblighino ad una gestione contabile più oculata.

Non mi sento di condividere questa visione e ritengo che lo stato dei conti di molte regioni italiane ed in particolare l’attualissima questione siciliana provino come il fatto di fare parte di una più ampia unione politica non sia affatto garanzia di amministrazione responsabile. Più probabilmente un simile scenario può innescare effetti diametralmente opposti, favorendo politiche assolutamente disinvolte, basate sull’implicita assunzione che il livello istituzionale superiore farà comunque da garante, qualsiasi cosa succeda.

Fare parte di uno Stato unitario non ha affatto “moralizzato” le nostre amministrazioni regionali che al contrario si sono potute spingere fino a livelli scandalosi di spesa e di clientelismo facendosi forti della “solidità” dell’Italia nel suo complesso.

Monti fa bene a tirare le orecchie a Lombardo, ma servirà a poco se non vengono messi in discussione i meccanismi del nostro federalismo patologico che conferisce ai livelli regionale e locale poteri politici a cui non corrisponde un’equivalente responsabilità fiscale e di bilancio. In altre parole, le Regioni decidono negli ambiti di relativa competenza ma non pagano interamente e direttamente le conseguenze delle proprie scelte.

Pensare di replicare a livello continentale questo medesimo modello rappresenterebbe un grave errore in quanto si tratterebbe di un forte incentivo per i governi verso l’azzardo morale e l’implementazione di politiche sostanzialmente improntate ad esigenze elettorali e di breve periodo, lasciando il conto da pagare all’Europa come entità “collettiva”.

Va detto, tra l’altro, che l’Italia in un’Europa federale manterrebbe molte più prerogative di quante ne detenga oggi la Sicilia e quindi una capacità di spesa proporzionalmente maggiore. E quel che certo è che non basterebbe la predisposizione di regole, vincoli e linee guida continentali a obbligare alla disciplina il nostro governo nazionale. Da un lato sarebbe troppo facile aggirarli – come molti stati hanno fatto negli anni per i parametri di convergenza – dall’altro sarebbe troppo basso il rischio di un’effettiva “sanzione”.

In effetti così come il governo italiano non può permettersi di perdere il voto dei siciliani, dei calabresi o dei laziali imponendo scelte di effettivo rigore, allo stesso modo un governo europeo non potrebbe permettersi di perdere il sostegno degli italiani, degli spagnoli, dei greci, ecc. e sarebbe costretto ad accettare l’ineluttabilità politica di un assistenzialismo permanente.

L’unica speranza che il rapporto tra Europa ed Italia sia e resti più “sano” di quello che esiste tra Italia e Sicilia è che la politica europea continui a basarsi sulla dimensione delle relazioni orizzontali, le uniche che possono conferire ai paesi più virtuosi un certo livello di controllo sugli eventuali aiuti che elargiscono agli altri paesi. Ma, il giorno in cui tra Europa ed Italia si stabilisse a tutti gli effetti un rapporto verticale e la politica europea finisse preda di semplici logiche maggioritarie, ogni freno inibitore potrebbe cadere ed assisteremmo al prevalere delle stesse dinamiche viziose che oggi vediamo a livello italiano.

L’Italia unita non ha reso virtuose le nostre regioni e l’Europa unita non moralizzerebbe l’Italia. L’unica possibilità di tirare il meglio da qualsiasi governo o amministrazione è invece quella di stabilire la totale accountability di ogni livello politico. Chi sbaglia paga, senza “salvataggi”.

Solo così potremo aspettarci riforme vere; altrimenti avremo solo riforme cosmetiche, proprio come quelle che probabilmente farà il prossimo governatore siciliano – chiunque sarà – per smarcarsi da Raffaele Lombardo e “giustificare”, con il messaggio di uno sforzo in corso, i soldi che comunque da Roma arriveranno.