Il tempo stringe. Le elezioni sono alle porte e Romney è un pezzo avanti con le donazioni. Per Obama è giunto il momento di capitalizzare: rinnovare le promesse e rafforzare il sostegno delle categorie sociali che gli hanno aperto le porte della Casa Bianca. E’ arrivata, brutalmente, l’ora di comprare consenso, e Obama – che nel mestiere non è certo un apprendista – insiste su quello che, al pari della riforma sanitaria, può considerarsi il leitmotiv del suo mandato: la green economy.

Non commetto mai lo stesso errore due volte”, ha dichiarato lunedì scorso il Presidente nell’ambito di un evento elettorale a Cincinnati, Ohio. Subito dopo – in modo apparentemente contraddittorio – ha solennemente promesso che, qualora venisse rieletto, continuerebbe a sussidiare (investire, direbbe lui) il settore delle rinnovabili, per assicurarsi che l’America rimanga leader nel comparto dell’energia solare e del biodiesel.

In tutta evidenza, qualora Obama dovesse spuntarla sul candidato repubblicano, a commettere lo stesso errore due volte non sarebbe il Presidente, ma l’elettorato americano. Obama, al contrario, persevera in una logica elettoralmente impeccabile: elargendo miliardi di dollari pubblici in sussidi al settore meno competitivo del mercato, si è costruito e ritagliato uno spazio elettorale che conta milioni di impiegati – il motivo della cui fedeltà politica non è difficile da immaginare.

A perdere, come spesso accade, è la maggioranza disorganizzata del paese: i contribuenti americani, in parte succubi di una retorica fintamente ambientalista che indica i sussidi alle rinnovabili come l’unica possibilità di salvare il pianeta, e in parte troppo eterogenei e divisi per opporsi all’elargizione di denaro pubblico per fini meramente elettorali.

Una ricerca della Heritage Foundation dimostra che ben 19 delle imprese sussidiate per volontà dell’amministrazione Obama sono già fallite o si apprestano a dichiarare bancarotta. Tra queste figurano nomi celebri, che hanno animato qualche tempo addietro le pagine della cronaca politica americana: su tutte Solyndra, il gigante dai piedi d’argilla che da solo ha ricevuto dal governo 46 milioni di dollari e che avrebbe dovuto incarnare la quintessenza del modello di sviluppo obamiano. Si parla di miliardi di dollari, cifre paragonabili a quelle di una manovra finanziaria di un piccolo Stato.

Quella di Obama – potete contarci – non è una promessa, ma un’affermazione: i sussidi, gli stimoli al settore, le agevolazioni fiscali, saranno puntualmente rinnovati. A novembre l’ultima parola l’avranno gli americani, ma nell’attesa sarebbe loro utile una riflessione sulle cause della crisi che investe diversi paesi dell’eurozona: economie che di sussidi, di pressione fiscale e di spesa pubblica stanno lentamente morendo. Se alla Heritage Foundation conoscessero Raffaele Lombardo, direbbero che l’unica differenza tra le assunzioni “generose” del governatore della Sicilia e la pioggia di sussidi di Obama sta nella retorica usata per giustificarle: folkloristica e all’amatriciana l’una, progressista e ambientalista l’altra. Gli slogan verdi, però, non bastano a legittimare un sistema fallimentare che, come ampiamente previsto, non è riuscito a creare quelle condizioni che avrebbero dovuto permettere al settore delle rinnovabili di camminare con le proprie gambe.

Non sono i sussidi alla produzione a creare innovazione, ma la ricerca. Se non sarà l’America a convincersi che quella delle rinnovabili è soltanto una “big hoax”, Obama resterà alla Casa Bianca per i prossimi quattro anni grazie ad un “falso ideologico”.

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Twitter @danielevenanzi