La macchina statale italiana funziona male.
A fronte di un prelievo fiscale molto elevato e di una corposa presenza pubblica nell’economia si riscontra una qualità medio-bassa dei servizi erogati, un sistema di welfare non sempre sufficiente, uno schema di redistribuzione delle risorse che non risolve il problema della bassa mobilità sociale. L’accumulo di privilegi in capo a politici e relative clientele non aiuta; la congiuntura economica internazionale, che richiede sacrifici consistenti, rende i problemi più evidenti.

Si rischia, particolarmente se siamo di cultura liberale, di cadere vittima di un equivoco sostanziale: non ci piace questo Stato italiano, quindi diffidiamo dello Stato in senso generale. A maggior ragione diffidiamo dell’Unione Europea e delle istituzioni internazionali, viste come super-burocrazie super-parassitarie. Abituati a letture che identificano nell’ipertrofia del potere la causa di tutti i mali, non riusciamo più a distinguere tra uno Stato forte e uno Stato invadente.

In nome di un ideale puro quanto sbagliato prendiamo posizioni autodistruttive. Ci convinciamo che pubblico è male per definizione, dimenticandoci che per attrarre investimenti occorre creare stabilità, e che lo Stato è un attore fondamentale nel crearla, a meno di non voler autorizzare ciascun individuo a scrivere leggi e farle rispettare con la forza. Esasperati dal malaffare e ancora segnati dall’epoca fascista, perdiamo di vista quello che ai ben più liberali cittadini statunitensi è chiarissimo: l’interesse nazionale non è né una costruzione socialista né una pura questione militare; la sua difesa non è fatta della stessa materia della lottizzazione e degli appalti truccati; soprattutto in tempi di crisi, senza una strategia non si va verso il paradiso delle scelte decentrate, ma verso il nulla assoluto.

Fin dall’inizio della crisi del debito sovrano, molti tra i lettori di queste pagine si sono schierati contro le operazioni di salvataggio, usando il noto argomento per cui esse generano azzardo morale: se ripianiamo i conti di chi è stato scriteriato a spese di chi non lo è stato non solo commettiamo un’ingiustizia, ma creiamo anche un incentivo all’irresponsabilità. In senso teorico, tutto bene. Ma sono stati squalificati con quest’argomento oggetti di natura molto diversa: il salvataggio di una banca con i conti in disordine non somiglia per nulla alla stabilizzazione delle quotazioni di un titolo pubblico in un periodo di alta volatilità dei mercati.

La prima operazione, che va a pesare sui contribuenti di un paese virtuoso per ripianare le perdite di un soggetto privato di un altro paese (accumulate con una gestione di portafoglio imprudente, o per il venir meno di aiuti pubblici più o meno occulti, o in qualsiasi altra maniera), è di carattere assistenziale. Esistono conseguenze sistemiche del fallimento di una banca, ma la ricapitalizzazione della stessa per via fiscale non è l’unico argine possibile. È ragionevole che un liberale vi si opponga in nome di un principio di responsabilità individuale. Abbiamo praticamente sempre ragione a dire: che falliscano pure, le banche imprudenti e quelle colluse con la mala amministrazione.

Creare e garantire una banda di oscillazione per gli spread sui titoli pubblici, però, è un’altra cosa. È più affine ai sistemi a cambi fissi a cui eravamo abituati prima dell’euro, raramente tacciati di scarso liberalismo. A meno di non credere che davvero l’Italia abbia prospettive economiche peggiori della Russia e del Messico, come risulterebbe da un’interpretazione letterale dei tassi di rendimento dei titoli di Stato a 10 anni, risulta evidente che una parte delle difficoltà dipende esclusivamente da cause tecniche legate al trading di breve termine.

Il fatto che esso si svolga in modo del tutto indipendente a New York, Dubai e Auckland, piuttosto che in una stanza del Cremlino, e che non sia legato ad un grande complotto bensì a pure motivazioni di profitto, non significa che non ci dobbiamo difendere. La cosiddetta “speculazione”, ombre romanzesche a parte, esiste. Non crea le crisi: nessuno specula sui titoli tedeschi, perché nessuno ha la massa critica per andare contro quel tipo di solidità. Rischia però di aggravarle oltre il punto di sostenibilità.

Non si vede per quale ragione si dovrebbe reputare l’interesse di un intermediario finanziario qualsiasi, locale o straniero, più importante dell’interesse dello Stato italiano o dell’Unione Europea. Non si vede come le compravendite tattiche studiate su un orizzonte di ventiquattr’ore possano facilitare l’allocazione delle risorse verso gli investimenti migliori. Non si vede perché un fondo pubblico europeo usato esclusivamente per stabilizzare le quotazioni entro parametri che riflettano i fondamentali possa essere confuso con un meccanismo di premio alle imprese e ai governi decotti.

Proprio ai liberali spetterebbe disaccoppiare i due concetti e spingere per la creazione di meccanismi di stabilizzazione allo stesso tempo circoscritti con precisione e sufficientemente forti da essere credibili; l’ampio fronte keynesiano, a tratti tentato ancora dalla nazionalizzazione di tutto su base etica, non lo farà di certo. Non ci riusciremo finché ci limiteremo ad attribuire turpi motivazioni ai politici di ogni colore, ritenendo invece insindacabile e legittimo il giudizio di un “mercato” i cui obiettivi in questo momento poco hanno a che fare con quello che abbiamo imparato leggendo von Hayek.