di PIERCAMILLO FALASCA – C’è in Italia un elettorato senza una forza politica che lo rappresenti davvero: milioni di persone che vorrebbero vivere in un paese più dinamico, nel quale la voglia di lavorare e di intraprendere non sia frustrata da mille ostacoli burocratici, fiscali e regolatori; una società in cui le regole siano chiare, rispettate e rispettabili, dove le eccellenze abbiano terreno fertile e dove – per dirne un’altra – lo “spread” tra le parole e i fatti del sistema politico non sia così drammaticamente ampio. Ci sono cose da fare, scritte ed evocate da anni e per anni, ma non c’è chi abbia la forza politica sufficiente ed il coraggio di farle. Insomma: i contenuti ci sono, manca il contenitore.

Lasciamo da parte furori ideologici e facili schematizzazioni: il dramma delle democrazie contemporanee, e dell’Italia in particolare, non è una supposta contesa tra pochi parassiti e molti tartassati, un racconto utile forse ad ingrassare la retorica dei qualunquismi e dei complottismi, di destra e di sinistra. Siamo tutti, contemporaneamente, parassiti e tartassati. Siamo vittime di privilegi altrui, costretti a finanziarie una redistribuzione coatta di risorse non finalizzata a contrastare la povertà e il bisogno, a ripianare debiti contratti da amministratori pubblici incapaci o forse capacissimi di perseguire i loro obiettivi personali e clientelari. Ma siamo anche tutti dei carnefici, beneficiari di rendite di posizione, vantaggi welfaristici goduti a spese altrui o semplicemente fruitori di servizi pubblici che non abbiamo pagato.

La dicotomia è un’altra: da un lato, quanti pensano di poter difendere con le unghie e con i denti – a declino in corso – il proprio particulare, miopi di fronte all’interesse generale della società italiana, alla necessità che l’economia si liberi delle incrostazioni del passato e intraprenda un sentiero di crescita e prosperità per tutti; dall’altro, quanti accettano che la fine dell’era del debito (che consentiva in fondo di scaricare i costi sulle generazioni future) comporti anzitutto un’assunzione di responsabilità individuale e sociale. E’ il “partito” di questi ultimi che manca, un soggetto politico che offra all’opinione pubblica uno scambio concreto tra vecchi privilegi e nuove opportunità.

C’è allora spazio per una “cosa nuova” che si ponga la sfida del governo reale dei problemi, rivolgendosi alla maggioranza dell’elettorato. E’ questo, con piccole armi e poche qualità, il sogno dell’iniziativa di Zero+ e dei suoi protagonisti: lo stimolo alle migliori energie dell’attuale classe dirigente ad accompagnare e favorire il cambiamento, una nuova legittimazione della politica e la creazione di una nuova offerta elettorale autenticamente riformatrice e repubblicana, che parli il linguaggio della libertà economica e dell’innovazione civile. Ed è questo, con più argomenti e capacità di quelli di cui dispone Zero+, il senso dell’appello pubblico che un gruppo eterogeneo ed eterodosso di persone (tra cui Oscar Giannino, Michele Boldrin, Alessandro De Nicola e Luigi Zingales), a loro modo innamorate di un futuro possibile dell’Italia contro un declino probabile, sta per promuovere nei prossimi giorni.

A parere di chi scrive, c’è da far presto e c’è da fare tutti insieme, senza istinti “identitari”, protagonismi velleitari e rivendicazioni di autenticità. Quando l’esperienza del governo tecnico sarà terminata, i sacrifici imposti agli italiani – vale a dire, le tasse come salatissimo biglietto pagato per aver assistito al circo della Seconda Repubblica – non potranno essere vanificati, con un terrificante ritorno agli opposti conservatorismi berlusconiani e anti-berlusconiani, né si potrà sperperare la significativa dose di credibilità che Mario Monti ha iniettato nel corpo delle istituzioni, agli occhi degli italiani e del mondo che ci osserva (e compra i nostri titoli).