di LUCIO SCUDIERO – Si aspetta molto, dal Mezzogiorno, il federalismo italiano. Il fallimento della Regione Sicilia, ad esser precisi. Regione a statuto autonomo da sempre, con ampi poteri di entrata e soprattutto di spesa clientelare, la maggiore delle isole italiane rischia di essere l’armageddon della riforma sbilenca del Titolo V e di ogni residua prospettiva di federare l’Italia.

Missione non facile, impossibile probabilmente, perché federare è più impegnativo che assistere, e il costo della responsabilità è politicamente più gravoso, perché più evidente, del ripiano a piè di lista. Soprattutto in questa particolare fase della storia nazionale, dove a rischiare non è soltanto una regione ma il Paese intero.  Perché Dio solo sa quale scenario aprirebbe il default siculo per l’intera penisola.

Ciononostante, se la Sicilia ha da fallire finanziariamente, ché politicamente fallita è già da decenni, così sia.

Né i contribuenti italiani né quelli tedeschi meritano di pagare le migliaia di pubblici dipendenti e partecipate che produssero il risultato dell’immondizia per le strade di Palermo. Senza alcuna intenzione di offesa, è stato sin troppo il tempo concesso ai politici siciliani per sentirsi “speciali”. Non lo sono, se non in termini di “peggio” degli altri.

Non è speciale, ma peggiore, l’ammucchiata che da due anni tiene in piedi un esecutivo che per sfuggire all’onta del pubblico ludibrio poteva soltanto riformare sul serio e invece verrà ricordato per le nomine in articulo mortis del suo Presidente. Un esecutivo che obiettivamente (al netto delle disavventure di Lombardo, tutte ancora da dimostrare in sede giudiziaria) sembra aver interrotto la consuetudine alla mezzadria con i poteri criminali, ma non rotto la continuità di potere clientelare e purtroppo “siciliano” nel senso peggiore del termine.

Non è speciale, ma peggiore, un’assemblea regionale che conta più seggi della Lombardia avendo meno della metà del suo pil pro capite. Non è speciale, ma peggiore, il tira e molla con cui il presidente Lombardo un po’ sfotte e un po’ ricatta l’intero Paese, sicuro che le sciagure da lui cagionate siano argomento imputabile dall’Europa al Presidente del Consiglio.

Non sarebbe speciale, ma ordinario, il fallimento economico di una regione così devastata dal pactum sceleris tra malapolitica e malasocietà, dove le pubbliche assunzioni a pioggia non sono meno illegali (forse meno criminali, ma non meno illegali) del pizzo, di cui condividono non soltanto la ratio espropriativa, ma anche le vittime, cioè i siciliani e gli italiani in genere che onestamente lavorano e pagano le tasse.

Se oggi, e non so con quali risorse, lo Stato ci mettesse una toppa, come già avvenuto in passato per altre realtà locali, le prospettive di un federalismo vero e competitivo sarebbero definitivamente abortite e il Titolo V andrebbe armonizzato una volta per tutte con un indirizzo di politica istituzionale opposto a quello dichiarato e incompiuto negli ultimi dieci anni.

Dismettere il federalismo, come un vecchio arnese rottamato dalla crisi economica, si può. Ma costerà di più, non meno, che svilupparlo coerentemente fino alla sue estreme conseguenze. Al tempo della troika, non c’è più spazio per finti commissari. Lombardo lo sa e forse anche per questo traccheggia, così da rendere più gravose per tutti le sue dimissioni. Tutto molto “speciale”, al solito.