Il buon senso fa a pugni col senso comune alle falde del Vesuvio

– Nella celebre tela di Didier Barra “Il borgo Loreto con il Vesuvio in eruzione”, del XVII secolo, le prospettive seicentesche con i loro tagli occidentali verso Mergellina sono accantonate per far posto al vulcano. La scena si apre sul mare dalla costa orientale napoletana, con il Vesuvio apparentemente tranquillo anche se con la nube fumante che si innalza al cielo. In quel dipinto, che dà l’avvio ad una nuova stagione pittorica, ci sono gli elementi che caratterizzano quel comprensorio campano. La minaccia naturale e l’antropizzazione.

E’ dal marzo 1944 che il vulcano appare a riposo. Fino ad allora, dall’Unità d’Italia, il Vesuvio aveva dato segni di vita, più o meno spaventosamente, nel 1861, 1867, 1872, quando era stato distrutto il paese di San Sebastiano, 1891-95, quando si era formato il colle Margherita, 1895-99, quando era nato il colle Umberto, 1906, quando era stata devastata Boscotrecase e nel 1929. Forse contando su questa lunga inattività il vulcano non fa più la necessaria paura. Nonostante il sisma in Irpinia e il bradisismo di Pozzuoli. E’ come se il vecchio vulcano si fosse trasformato in una giovane montagna.

Proprio per questi motivi i vincoli imposti ai 18 comuni della zona rossa sono avvertiti come un’inutile accortezza, un sopruso. Il piano nazionale di emergenza per difendere gli abitanti dell’area vesuviana da possibili eruzioni ha come scenario di riferimento l’evento del 1631. E’ suddiviso in zone differenti a seconda del rischio. La zona rossa, quella dei 18 comuni circumvesuviani, è quella “soggetta a distruzione pressoché totale, a causa dello scorrimento di correnti piroclastiche, colate di fango e alla ricaduta imponente di ceneri, bombe e lapilli”. La zona gialla, un migliaio di chilometri quadrati comprendenti 96 comuni, di cui 34 della provincia di Napoli, 40 di quella di Avellino, 21 di quella di Salerno ed 1 della provincia di Benevento, “potrebbe essere interessata da un’importante ricaduta di cenere e lapilli, con carichi superiori a 200kg/m2”.

Un piano fondato su dati reali. Uno strumento da utilizzare senza deroghe. Cosa che naturalmente non accade. Si costruisce dove si può e, soprattutto, dove non si potrebbe. Al primo censimento del 1861 la popolazione vesuviana era di 107.255 persone, concentrate quasi tutte sulla costa. Dieci anni fa, al censimento del 2001, erano 530.849. Oggi, da alcune stime dei vulcanologi (che non concordano con quelle provvisorie dell’Istat), sarebbero 580.913. Numeri che trovano una loro spiegazione, incredibile a quanti hanno ancora negli occhi i disastri provocati dal terremoto in Emilia, indagando nelle cronache locali. Numeri peraltro in potenziale espansione.

Interessi scellerati di molti privati sostenuti da un po’ di politici, non soltanto locali, evidentemente spinti dalla bramosia di accrescere il loro consenso. Come nel caso del sindaco di Sant’Anastasia, Carmine Esposito, che da anni si è nominato nemico giurato della “truffa confutabile a livello scientifico” e che qualche settimana fa è giunto a far affiggere manifesti che dicevano, “Zona rossa, si cambia”. Ma anche come nel caso del senatore pidiellino Carlo Sarro, che a fine marzo parlò di … dramma culturale, di una vicenda segnata da una profonda ingiustizia”. Facendo riferimento alle 67 mila sentenze di demolizione. Naturalmente relative, tutte, a case “regolarmente” abusive.

Proprio per combattere questa “ingiustizia”, come ha denunciato l’ex assessore Marco Di Lello, autore del progetto “Vesu-via”, che assegnava 30mila euro a chi se ne fosse andato acquistando una abitazione fuori dalla zona rossa, agli inizi dello scorso giugno, in Regione hanno discusso di un disegno di legge che spazzerebbe via una serie di vincoli. Questa sì una violazione, secondo Di Lello, autore durante il suo mandato dell’abbattimento di qualcuna delle migliaia di opere abusive dentro il Parco. Una legge che dimostrerebbe che i lutti e le macerie de L’Aquila e quelli, recentissimi, dell’Emilia rimarrebbero quasi inutili. Una legge che non solo rimuoverebbe il vincolo di inedificabilità assoluta dalla fascia di rispetto di un chilometro intorno all’antica Velia, nel Parco del Cilento. Non solo stravolgerebbe il Piano Urbanistico Territoriale della periferia sorrentina, limitando i vincoli alle spalle della Costiera Amalfitana, nonostante sia un’area a forte rischio idrogeologico. Legge, quella nuova, che, se approvata, deformerebbe pesantemente la Legge Regionale 21 del 2003, che sancisce il divieto assoluto di rilascio di titoli abilitativi a fini abitativi nella zona rossa vesuviana così come perimetrata dalla Pianificazione d’emergenza della Protezione Civile.

Una potenziale bomba ad orologeria disinnescata scientemente. Senza valutare le prevedibili conseguenze.
Il vulcano da molti anni, come sostengono gli scienziati è “tranquillissimo”. Il magma se ne sta ad una profondità di 8 chilometri. Ma se dovesse eruttare si formerà una colonna che potrà raggiungere un’altezza di oltre dieci chilometri. La zona rossa completamente distrutta. Insomma un disastro. Ma incuranti di tutto si continua a costruire. Già nel 1958 Silvio Cota nel libro “San Giuseppe Vesuviano nella storia, il Vesuvio e le sue eruzioni” rilevava come a poco meno di quindici anni dall’ultima eruzione “gli abitanti dei paesi nascenti alle sue falde … quasi dappertutto fanno sorgere, continuamente, grandi fabbricati e magnifiche ville”.

Gli abitanti di quest’angolo di Campania, che conoscono le rovine di Pompei ed Ercolano, testimonianze di un passato glorioso anche nel campo della poleografia, sbagliano nel pretendere quel che il buon senso e le leggi (ancora) non permettono. Ma che alcuni politici, molto più colpevolmente, promettono possa diventare possibile. Una storia di malintesi diritti e di tralasciati doveri che merita, forse, l’attenzione nazionale.


Autore: Manlio Lilli

44 anni, romano, laureato in lettere con indirizzo archeologico all’Università di Roma “La Sapienza”, dottore di ricerca in topografia antica all’Università di Bologna, professore a contratto presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Perugia. Ha partecipato e condotto scavi archeologici a Roma, Pesaro, Grumentum e Venosa e campagne di ricognizione in Abruzzo, Marche e Lazio. Nella sua attività di ricerca scientifica si annoverano, oltre a voci nell’Enciclopedia Archeologica e nel Mondo dell’Archeologia a cura della Treccani, numerosi articoli e approfondimenti editi in collane e riviste italiane e straniere. E’ autore di tre opere monografiche sulla ricostruzione del popolamento antico di Lanuvio, Ariccia e Velletri.

2 Responses to “Il buon senso fa a pugni col senso comune alle falde del Vesuvio”

  1. Casa un diritto scrive:

    Mi congratulo con l’autore dott. Manlio Lilli che ha riportato un pò la storia cronologica del territorio in cui vivo essendo campano.
    Mi permetto di formulare questo commento per esprimere il profondo disappunto verso chi categorizza un luogo per le persone ed il loro comportamento, la Regione Campania è un territorio stupendo, a deturparla però è l’irresponsabilità politica di anni di malgoverno che hanno costretto la popolazione a fare da se quello che lo Stato e le sue leggi avrebbe dovuto risolvere. Una popolazione in continua crescita demografica non può svilupparsi uniformemente anche urbanisticamente quando ci sono a governare degli irresponsabili pagnottisti di turno. Lo sfacelo più grande vine lasciato ai cittadini che dietro voti si sentono garantire quel diritto che alla fine è solo uno specchio per le allodole ed intanto con una demolizione di una piccola abitazione perdono tutto. E’ una vergogna, ci vuole solo un risveglio delle coscienze e resettare questa società vecchia e marcia.Confido davvero nelle nuove generazioni. Avanti!

  2. in altri tempi si sarebbe potuto attuare il trasferimento coatto, magari verso le vicine e spopolate province di avellino e benevento.
    ma siamo in democrazia….

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