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Europa, tante riforme, sempre poca democrazia

– Nel contesto della crisi finanziaria e di sostenibilità dei debiti sovrani che ha colpito l’Unione Europea, e particolarmente gli Stati membri dell’Unione Economica e Monetaria (UEM) negli ultimi anni, si è registrato un notevole fermento di attività legislativa a riguardo delle strutture di governance dell’UEM.

In particolare, sono state prese – a partire dal “six-pack” del 2011 – un numero di misure tese a rafforzare il “pilastro economico” del sistema di governo dell’Area Euro, le politiche economiche essendo, notoriamente, di competenza dei governi nazionali salvo che per l’obbligo di coordinamento in seno al consiglio europeo. Ancor più recentemente, inoltre, si è proceduti alla costruzione di una cosiddetta “unione fiscale” o, più propriamente, alla creazione di severi vincoli di bilancio per gli stati membri con la firma del c.d. “fiscal compact” nel marzo 2012. Infine, il consiglio europeo del 28-29 giugno 2012 ha approvato, almeno in linea di principio, una serie di proposte di riforma strutturale contenute del “Rapporto Van Rompuy” stilato dal presidente del Consiglio Europeo in collaborazione con i presidenti della BCE, della Commissione e dell’Eurogruppo.

Le proposte vanno a toccare gli eterni punti deboli della struttura dell’UEM, a cominciare dalla supervisione dei sistemi bancari nazionali e dal framework delle politiche di bilancio. La questione più delicata ad essere considerata è quella della legittimità e del controllo democratico sul sistema.

Nel complesso, il meccanismo di governo pare abbastanza ben congegnato – tenendo conto delle possibilità politiche e delle limitazioni giuridiche del caso. In mancanza, al momento, di proposte precise è tuttavia difficile dare una valutazione, poiché il diavolo si nasconde, sovente, nel dettaglio.

A titolo esemplificativo, il “fiscal compact”, il cui scopo dichiarato è incentivare e, all’occorrenza, “costringere” le parti contraenti a pareggiare i bilanci, prevede un meccanismo sanzionatorio possente in teoria, ma praticamente inservibile. Al fine di vedere uno Stato Membro condannato al pagamento di un’ingente sanzione da parte della Corte di giustizia, un altro stato membro dovrà, infatti, trascinare in giudizio il suo pari. Questo meccanismo, che comunque costituisce di per sé una novità, è destinato a funzionare poco e male, dato che gli Stati membri sono storicamente restii a risolvere le proprie frizioni diplomatiche per via giudiziaria. Si tratta, dunque, di un compromesso importante ma non molto soddisfacente, il quale, con ogni probabilità, occorrerà un giorno rivedere.

Nell’attesa di proporre misure dettagliate, va anche notato che il rapporto Van Rompuy riconosce, correttamente, che le politiche fiscali e di bilancio sono uno degli aspetti più delicati nella vita politica e nell’ordinamento costituzionale di uno stato e vanno a toccare il cuore del sistema democratico-parlamentare. Di conseguenza, una prospettiva di sovranazionalizzazione di tali competenze richiede una forte legittimazione democratica, punto perpetuamente dolente per l’UE.

Due sono le possibilità prese in considerazione: un maggiore controllo da parte del parlamento europeo ed un maggiore inserimento dei parlamenti nazionali nel processo decisionale comunitario.

Tuttavia, mentre da un lato la legittimazione offerta dal Parlamento europeo è, in assenza di un sistema partitico transnazionale e in assenza di un livello di discussione politica sovranazionale, piuttosto debole, dall’altro lato il cosiddetto yellow card system, ovvero la procedura di partecipazione dei parlamenti nazionali nel decision-making comunitario è assai disfunzionale.

Le camere degli Stati Membri non hanno che sei settimane per coordinarsi fra loro al livello necessario e, praticamente, irraggiungibile, mentre va assottigliandosi la capacità dei parlamenti di vagliare le azioni dei rispettivi esecutivi. Di conseguenza, per interessante che sia l’integrazione fra livelli, il yellow card system non va ad alleviare il problema della sussidiarietà.

Il problema della legittimità rimane, di conseguenza, una ferita aperta nel corpo dell’Unione e rischia, anzi, di ingrandirsi ulteriormente con la centralizzazione delle politiche fiscali ed economiche.


Autore: Luca Bolzonello

Classe 1989, si è laureato in Relazioni internazionali all'Università di Bologna. Ha vissuto in Gran Bretagna, Belgio e Olanda, dove studia Diritto internazionale. Collabora con il Maastricht Journal of European Law, con particolare predilezione per tematiche del diritto internazionale ed europeo.

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