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La trattativa Stato-mafia? Non è più un oggetto di indagine, ma di culto

L’indagine sulla trattativa tra Stato e mafia è diventato l’ennesimo capitolo della trattativa tra magistratura e politica. Anche a questo servono le indagini in Italia, oltre che a consegnare la giustizia nella mani dei Ciancimino jr e degli Spatuzza e dei sussurri e delle grida dei mafiosi antimafia e degli antimafiosi professionali, impegnati a ficcare, con le buone e con le cattive, la verità storica dentro il canone della verità giudiziaria, sformando così l’una e l’altra irrimediabilmente.

La stessa “trattativa” non è più un oggetto di indagine, ma ormai un oggetto di culto. Non un fatto di cui occorra dimostrare la sussistenza e la rilevanza penale, ma in sé la dimostrazione della costituzionale compromissione della politica – della politica tutta, non solo di quella mafiosa – con gli interessi criminali. E’ lo stesso pregiudizio fanatico e “generoso” che ha concepito e partorito la “teoria del doppio Stato”, da cui la storiografia civile e giudiziaria del dopoguerra è stata, fin dall’inizio, accompagnata e avvelenata e in cui la “teoria della trattativa” perfettamente si inscrive dal punto di vista logico e ideologico. Oggi torna sul palcoscenico dell’indagine pure Silvio Berlusconi, recalcitrante come al solito e come al solito inseguito da una fama abbastanza solida e abbastanza indimostrata di puparo nei rapporti tra mafia e politica. Mancava solo lui, verrebbe da dire, e non poteva davvero mancare.

Che in un Paese in cui culturalmente i poteri non sono divisi, ma suddivisi, non bilanciati, ma consociati o dissociati secondo la trama di rapporti di forza in un modo o nell’altro politici, lo sconfinamento di un potere per ricavare (o ampliare) il proprio spazio in quello altrui non è un’eccezione, ma una regola, non è la patologia di un sistema sano, ma la fisiologia di un sistema malato. Sulla questione delle intercettazioni e più in generale del potere d’indagine il gioco degli sconfinamenti tra politica e magistratura ha scatenato una guerra istituzionalmente “nucleare”, la cui minaccia – come era prevedibile –  è arrivata fino al Quirinale.

Non è affatto semplice stabilire dove stia la causa e dove l’effetto del male, se in Berlusconi o nell’intercettateci tutti, se nelle intercettazioni come “violazione della privacy” o come “ideale di trasparenza”, se nella politicizzazione delle questioni private dell’imputato Berlusconi o nella spoliticizzazione corporativa del discorso sulla giustizia, di cui l’Anm difende, perfino dal Parlamento, la titolarità esclusiva. Certo è che la guerra non è stata tra un torto e una ragione, ma tra due torti.

Ieri il procuratore Grasso ha salomonicamente stabilito che se non hanno tutti ragione, in questo caso sono tutti in buona fede. I pm, che hanno intrappolato il capo dello Stato in due (o forse di più) intercettazioni pronte sulla rampa di lancio de Il Fatto. Il Capo dello Stato, che ha sollevato il conflitto di attribuzione. E la Corte costituzionale che, ovviamente, deciderà per il meglio.

Sarebbe tutto perfetto se lo scontro nascesse davvero da un’interpretazione controversa dell’articolo 90 della Costituzione e dell’articolo 7 della legge 5 giugno 1989, n. 219 e non fosse invece l’esito di una sorta di “guerra d’indipendenza” di una Procura (e neppure di tutta) e della tenacia con cui i suoi inquirenti interpretano la propria “missione”, che però, nel caso di specie, ha molto a che fare con la Sicilia di ieri, pochissimo con la mafia di oggi e moltissimo con la politica di sempre.

A cosa invece oggi serva oggettivamente l’indagine e il suo naturale corollario politico – quello della verità offesa, nascosta e negata dagli agenti di uno Stato fellone – lo spiega benissimo Di Pietro, che nel piatto ricco apparecchiato dai suoi ex colleghi ci si è subito prontamente ficcato. Non serve a capire cosa sia successo allora, ma a non capire cosa sta succedendo ora. Non serve a rimettere ordine nei rapporti, per definizione opachi, tra gli apparati di sicurezza e la mafia terrorista (ma spetta ad una Procura occuparsene?) in un momento di disastrosa instabilità politica e civile, ma a mettere vent’anni dopo disordine nella vita politica e istituzionale.

Non diciamo che questo sia un disegno degli inquirenti, che proseguono in perfetta buona fede, come dice Grasso, nella loro “missione”. Ma questo è nella sostanza il risultato con cui dobbiamo fare i conti. Dalla ricerca della verità alla consacrazione della diceria.

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Twitter @carmelopalma


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

2 Responses to “La trattativa Stato-mafia? Non è più un oggetto di indagine, ma di culto”

  1. commazero scrive:

    E’ evidente che quel che scrive non mi rappresenta e non rappresenta neppure la maggioranza degli italiani. Le notifico che il tempo delle coperture e degli insabbiamenti é terminato. Il Paese ora ha dei quarantenni più colti rispetto ai ns padri degli anni 70. In Italia la verità sta dietro l’angolo. Basta avere la voglia di voltare.
    Napolitano ha macchiato in maniera indelebile il suo settennato. Deve dimettersi. Ma non per ciò che ha detto o non ha detto a Mancino. Ma perchè ha sollevato un conflitto su di un tema (la verità su via d’amelio) ben più importante di lui e della sua carica.

    La politica italiana quasi tutta ha perso per l’ennesima volta l’occasione di fare e dire qualcosa di sensato ed ovviamente si é posta a scudo di napolitano invece di chiederne le dimissioni.

    E’palese che la politica rappresentata dagli odierni partiti é giunta al capolinea. Il futuro é altrove da Voi.
    Con rispetto.
    Commmazero

  2. commazero scrive:

    Le pongo una domanda.

    Perchè, secondo Lei, quando nell’aprile 2009 la Procura di Firenze intercettò Napolitano sul telefono di bertolaso (http://www.report84.it/articoli/prima-pagina/27226-pronto-guido-sono-giorgio-anche-la-procura-di-firenze-intercetto-napolitano-al-telefono-con-bertolaso) e depositò le intercettazioni agli atti del dibattimento svincolandole dal segreto, il ns presidente non sollevò alcun conflitto di attribuzioni?

    La lascio pensare e spero di leggerla a riscontro.

    Con rispetto.
    Commazero

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