L’urgenza del fare: abbiamo già perso troppo tempo

– Sono tempi, questi, in cui fortunatamente si moltiplicano gli sforzi per ridurre progressivamente lo iato tra il “discorso politico” e la realtà fattuale.

Certo, il sonno della ragione – da cui fatichiamo non poco a ridestarci – genera ancora, ogni tanto, mostri di spudoratezza, tracotanza, faccia tosta inimmaginabile come l’agghiacciante (copyright Bersani) ritorno di un passato che non vuole passare; ciononostante, il “principio di realtà” sta tornando inesorabilmente a definire il perimetro della discussione pubblica, liberandola dai vari “sogni italiani” o promesse miracolistiche o mitologie dell’Uomo della Provvidenza che hanno intossicato menti, mortificato intelligenze, annichilito speranze di tanti, troppi connazionali.

Non ha un volto rassicurante, quello della realtà presente del nostro Paese; eppure è quello il volto che dobbiamo guardare, comprendere, accettare e poi, con le leve della politica, provare a modificare. Un sincero benvenuto, dunque, alla Fondazione Agenda, che pochi giorni fa ha debuttato nell’agone pubblico proprio all’insegna del motto “Le cose da fare”.

Perché dopo un ventennio ed oltre di annunci, promesse, analisi, convegni e seminari, questo è davvero il tempo del fare, dell’agire, del decidere. Che si tratti di stock del debito sovrano o della spesa pubblica corrente; del sistema dell’istruzione e della ricerca; del patto fiscale tra stato e cittadino o della funzione e della qualità della pubblica amministrazione, la ricetta non cambia: l’urgenza dell’intervento (delle riforme, si diceva un tempo) è assorbente e ogni rinvio (anche il più ragionevole o ben motivato) sarebbe letale.

Detto del bisogno del “fare” e della necessità del “fare oggi” (cioè del “cosa” e del “quando”), dobbiamo parlare del “chi”, ossia del soggetto politico che questa agenda vuole e intende assumere come orizzonte e senso del proprio esistere ed operare.

Ma anche in questo campo, l’urgenza del fare è preminente. Il tempo degli annunci, delle costituenti di là da venire di un nuovo soggetto, della costruzione e della immediata de-costruzione di un Terzo Polo, di scioglimenti-anzi-no-ma-anche-sì-e-comunque-vedremo è scaduto.

Come ben scrive Benedetto Della Vedova su questa testatatra i tanti partiti senza elettori, c’è un vasto elettorato senza partito, che occorre convocare e persuadere di un progetto che, per essere credibile, deve essere grande nell’ambizione e nel disegno.E allora lo si convochi e lo si persuada, questo vasto elettorato; si esca dai tatticismi e dalle alchimie delle formule (federazione, liste civiche nazionali, partiti della nazione, alleanza di riformatori e chi più ne ha più ne metta) e si vada per il mare aperto, di fronte alla pubblica opinione, con la forza di una proposta finale “grande nell’ambizione e nel disegno”, appunto.

Che credibilità potrebbero avere un’ambizione ed un disegno politico di tal fatta se tirati fuori dal cilindro all’ultimo minuto, alla stregua dell’ennesima trovata di marketing elettorale del berlusconismo più scontato? Anche in questo caso, come per le cose da fare, ogni rinvio (anche il più ragionevole o motivato o opportuno) non fa i conti con la fame di politica e soprattutto di buona politica che percorre il paese e che va intercettata prima che pericolose scorciatoie anti-sistema o miracolistiche riprendano forza e suggestione proprio in forza dell’assenza di una proposta seria, credibile e immediatamente praticabile.

Sì, è il tempo del fare. Del coraggio del fare e, ancor prima, del coraggio dell’esporsi e del dire “noi siamo pronti”. Pronti a guidare questo Paese fuori dal pantano e lontano dal baratro; pronti a ricostruire la coesione e la voglia di riscatto di una comunità nazionale incerta e frastornata; pronti a rimediare agli errori del passato, a risanare i guai del presente per ri-offrire un futuro a questo Paese e alle sue nuove generazioni; pronti ad abbattere antichi steccati, a seppellire definitivamente ideologie mortifere, a riconciliarci con la modernità e a confrontarci con i nuovi desideri e le nuove aspettative di un mondo di cui essere parte attiva e non antagonista.

L’urgenza del fare, dunque; a cui si accompagna l’inderogabilità del pensare, perché i cambiamenti di cui questo Paese ha bisogno sono così profondi e in radice che senza un pensiero forte e condiviso che li tenga insieme in una nuova visione (dell’individuo, delle sue comunità, dello stato, della società, del mercato, della funzione pubblica) non si potrà dar loro né forma, né sostanza.
Ma di questo pensiero, e del come lo si possa rendere condiviso, avremo altre occasioni di parlare.


Autore: Giorgio Lisi

Riminese, 55 anni, laureato in lettere, arriva alla politica dalla militanza nell'associazionismo cattolico (in specie attività e iniziative culturali, tra cui il "Meeting per l'amicizia fra i popoli" di cui è uno dei fondatori). Fa l'amministratore locale per dieci anni (alla Cultura, alla Pubblica Istruzione e ai Lavori Pubblici), poi il Consigliere Regionale e infine, a 43 anni, il Parlamentare Europeo. Ama dire che forse tornerà alla politica attiva quando la monarchia sarà finalmente finita.

Comments are closed.