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Reinventare le città riorganizzando le “zone d’ombra”

– Non è soltanto la Politica, e i suoi vituperati interpreti, a dover ripensare profondamente se stessa, a ricostruire una identità realmente nuova.

Il vento di cambiamento spira forte su tutto ciò che è “civico”, quindi anche sulle discipline architettoniche. A partire dalla pianificazione urbanistica, passando per la demografia, la sociologia, le politiche ambientali, fino al design. Arrestare l’espansione del costruito non è uno slogan di qualche associazione ambientalista, ripresa strumentalmente da frange di qualche partito, né di qualche nostalgico del passato. Ormai è divenuta una necessità improcrastinabile, come hanno evidenziato gli ultimi dati Istat sul consumo del suolo, pubblicati alla fine dello scorso maggio. Un problema che interessa l’intero pianeta e del quale anche l’Italia risente, anche se in maniera certamente minore rispetto ad alcune aree dell’America latina e dell’Asia. Un problema che ormai non riguarda più, soltanto, gli addetti ai lavori, e sul quale agli inizi dello scorso giugno, a Perugia, in occasione del Festarch, il Festival Internazionale di Architettura, si è molto discusso. Elaborando proposte.

Partendo dall’architettura. Le città non possono continuare a fagocitare suolo. Devono costruire delle mura metaforiche attorno a se stesse, come le città del Medioevo si circondavano di mura di pietra. Occorre recuperare le aree degradate, i poli industriali dismessi, portare i servizi dove non ci sono, sfruttare il suolo cittadino per creare orti urbani, fermare lo svuotamento dei centri urbani.
Lo sforzo dovrebbe essere indirizzato da un lato a fermare lo sviluppo anarchico delle nostre città, dall’altro ad evitare la parcellizzazione che si verifica al loro interno. Facendo attenzione a fenomeni che, con il progressivo arricchimento della casistica di riferimento, evidenziano la loro espansione. Come lo svuotamento, talora, dei centri storici, e quasi conseguentemente il loro degrado. Circostanza questa ben esemplificata dalla Vucciria, a Palermo.

Come degradate sono, forse ancora più frequentemente, le cosiddette “città informali”, microcosmi urbani come le favelas brasiliane, i ghetti dormitorio o le aree industriali dismesse, occupate senza controllo da svariate comunità etniche. Categoria questa nella quale fa bella mostra di sé la Metropoliz romana. Una vera e propria città nella città, insediata nell’ex area industriale Fiorucci, nei pressi del Porto Fluviale. Come lo sono le strutture in attesa di essere riutilizzate. Come il complesso della Maddalena, a Genova.

Baraccopoli, campi rom, edifici abbandonati e capannoni in disuso non sono il “problema” da risolvere, sono occasioni. Il punto di partenza per ridisegnare le città italiane, almeno le metropoli. I nostri centri urbani appaiono spesso inadeguati, inefficienti e inquinati. Gli spazi alternativi al loro interno, quelli che comunemente vengono considerati il volto oscuro della città, sono una realtà da accettare. E possibilmente da migliorare, con buone idee. Come le cooperative di autocostruzione, dove i destinatari dei progetti mettono a disposizione il proprio tempo per edificare l’alloggio. Come, anche, i progetti di auto recupero. Formule che incentivano i privati a rimettere mano ai loro immobili prevedendone il degrado. A Bologna, per esempio, proprio il Comune ha affidato ad una cooperativa la rimessa a nuovo di nove immobili. In totale, una cinquantina di appartamenti, alla cui realizzazione i futuri inquilini hanno dedicato almeno 16 ore di lavoro ogni settimana.

L’architettura ha la necessità di uscire dall’egocentrismo delle sue star, da una produzione nella quale il segno esterno prevale sulla funzionalità del contenuto, per riappropriarsi della sua originaria missione. Progettare case da abitare, uffici nei quali lavorare, città nelle quali vivere. L’architettura-spettacolo, fatta per stupire e non per durare ha evidenziato le sue enormi lacune, dimostrandosi effimera. Forse persino inutile. Si deve lavorare sulle zone d’ombra delle città, su quegli spazi dimenticati, per incapacità o interesse. Spazi non soltanto nelle periferie ma anche, spesso, proprio all’interno del nucleo originario. Restituendo dignità a parti immeritatamente degradate, ma soprattutto riacquistando cubature alla città dei vivi.

Così Roma Capitale, che con la discussa teca di Meier e l’osannata, costruenda, Nuvola di Fuksas, dà l’impressione di essere proiettata verso il futuro. Ma spostandosi anche di poco dai quadranti nei quali sono o saranno quelle meraviglie dell’architettura moderna, si entra in un’altra città. Fatta di favelas, slums, bidonvilles e baraccopoli, o solo più semplicemente di quartieri non più funzionali e funzionanti, abitati tutti da una popolazione multietnica di disagiati, e da un popolo stanco e disilluso. Roma, le sue zone d’ombra, come quelle di Mosca, Baghdad, Nairobi, Medellin, Mumbai e San Paolo. Spazi spontanei nei quali le amministrazioni sono nella realtà dei fatti assenti.

La sfida che a San Paolo, nelle favelas di Sao Francisco, Canthino du Ceù, Bamburrai, Héliopolis, Paraisòpolis e in una zona del centro città, ad esempio, è già stata avviata, nel Paese di Vitruvio, Andrea Palladio e Leon Battista Alberti è ancora agli inizi. Finché le diverse parti delle nostre città non potranno dialogare tra loro, l’urbanistica avrà fallito, le politiche di indirizzo disatteso a parte del loro ruolo. Per facilitare la crescita del Paese servirebbero anche città senza zone d’ombra. A dispetto di quanto ritengono in molti, la pianificazione urbanistica non dovrebbe dipanarsi sull’utilizzo indiscriminato del suolo, ma vincere nel riutilizzo dell’esistente.


Autore: Manlio Lilli

44 anni, romano, laureato in lettere con indirizzo archeologico all’Università di Roma “La Sapienza”, dottore di ricerca in topografia antica all’Università di Bologna, professore a contratto presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Perugia. Ha partecipato e condotto scavi archeologici a Roma, Pesaro, Grumentum e Venosa e campagne di ricognizione in Abruzzo, Marche e Lazio. Nella sua attività di ricerca scientifica si annoverano, oltre a voci nell’Enciclopedia Archeologica e nel Mondo dell’Archeologia a cura della Treccani, numerosi articoli e approfondimenti editi in collane e riviste italiane e straniere. E’ autore di tre opere monografiche sulla ricostruzione del popolamento antico di Lanuvio, Ariccia e Velletri.

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