Categorized | Economia e mercato

Europa salva-banche? Quel dibattito economico e morale che divide la Germania

- In Germania l’economia è una branca della morale, si nutre e vive di essa. La scuola economica tradizionale, quella ordoliberale, parte sempre da premesse di principio e non sconfina mai nel puro empirismo. Premesse senza le quali non esisterebbe alcuna indagine economica, dicono i nipotini di Walter Eucken e Wilhelm Röpke.

E’ in questo contesto che va letto l’appello degli economisti dello spazio germanofono – circa centosettanta lo hanno firmato – nel quale si chiede alla signora Merkel di non cedere (o, per meglio dire, di non continuare a cedere) alle richieste dell’establishment economico-finanziario per salvare ad ogni costo la moneta unica. L’appello, lanciato dall’economista di Dortmund Walter Krämer e condiviso da pesi massimi dell’accademia teutonica come Hans-Werner Sinn, Kai Konrad, Max Otte, Robert von Weizsäcker e Klaus Zimmermann, è rivolto a tutti i tedeschi, prima ancora che alla Cancelliera: “Cari concittadini, le decisioni che la Cancelliera è stata costretta a prendere al vertice UE di Bruxelles sono sbagliate […]  comunicate quelle che sono le nostre preoccupazioni ai deputati del vostro collegio”, recita la lettera aperta. La critica alla signora Merkel giunge debole e sfumata, quasi che la Cancelliera, in cuor suo, non avesse voluto prendere davvero quelle decisioni, ma fosse stata raggirata dai colleghi europei. Questa è d’altra parte la vulgata che è circolata in Germania nelle ore successive al Consiglio europeo. Soltanto nei giorni seguenti, qualche editorialista – tedesco e non – ha umilmente cercato di chiarire che, in realtà, la Cancelliera non era affatto uscita sconfitta dal vertice…

Ma quali sono queste decisioni sbagliate? Gli economisti tedeschi rimproverano all’esecutivo di aver acconsentito, in linea di massima, alla ricapitalizzazione delle banche europee attraverso l’ESM e sotto la supervisione della BCE. Si tratterebbe del primo mattoncino verso la creazione di un’unione bancaria, fondata sulla socializzazione delle perdite. «L’indebitamento delle banche della periferia è tre volte maggiore di quello degli Stati», sostengono gli economisti, che criticano l’errore di continuare a separare il rischio dalla responsabilità e, in una frase, condensano il senso del loro appello: «Le banche devono poter fallire». E ancora: «Quando i debitori non sono più in grado di restituire il denaro loro prestato, c’è soltanto un gruppo di persone che può assorbire il rischio, ovvero i creditori, che, in quanto tali, corrono un rischio di investimento». L’appello non è quindi soltanto una semplice lettera ad un quotidiano per protestare contro le scelte dell’esecutivo, ma un manifesto politico, accessibile anche ai non economisti, per rifondare la gestione dei rapporti tra Stato, contribuente ed istituti di credito, questi ultimi, a torto o a ragione, considerati da sempre too big (and too interconnected) to fail. Sulla questione, la Cancelliera ha, come di consueto, mantenuto una posizione ambigua. Tempo fa, prima ancora che scoppiasse la crisi finanziaria, disse che «il benessere ha bisogno di crescita e la crescita di libertà. All’uopo anche quella di fallire»; poi, dopo il crollo di Lehman Brothers, cambiò idea e, da allora, ha sempre ripetuto il mantra dell’impossibilità di lasciar fallire un istituto di credito, pena lo scatenarsi di un nuovo contagio. Dal Bundestag Frank Schäffler, deputato libertario nelle fila dell’FDP, ironizza sornione: «La più grande banca cipriota è grande quanto la cassa di risparmio di Amburgo eppure oggi ci piace considerarla sistemica». Insomma, l’ombrello per le banche non è un modo per difendere l’ideale europeo, dicono i numi tutelari dell’ortodossia teutonica, cui stringe l’occhiolino anche il presidente della Bundesbank, Jens Weidmann. Nell’appello, la rabbia per i cordoni della borsa sempre più slacciati non sfocia però in una minaccia coerente, il break-up dell’euro e il ritorno al marco, lasciando quindi parzialmente deluso anche chi ne ha condiviso lo spirito.

Alla lettera, criticata anche dal nostrano Alberto Alesina, ha fatto seguito un’ondata di polemiche. I difensori d’ufficio della signora Merkel si sono stretti in un’insolita alleanza con gli acerrimi nemici keynesiani, redigendo una lettera di risposta pubblicata sul quotidiano Handelsblatt, intesa a difendere la natura presunta laica dell’analisi economica: «Non ci sono risposte facili ad una crisi scoppiata per debiti pubblici fuori controllo e banche sotto-capitalizzate», scrivono Peter Bofinger (membro del consiglio dei cinque saggi), Michael Hüther (dell’Institut der deutschen Wirtschaft di Colonia, IW), Gustav Horn (capo-economista della fondazione vicina al sindacato) e Bert Rürup (docente a Darmstadt ed ex membro del consiglio dei cinque saggi). «Non è compito degli economisti scatenare la paura e le emozioni dei cittadini con argomentazioni discutibili»; anzi, alla luce dell’esperienza statunitense che nel 2008 diede la luce al programma TARP (Troubled Asset Relief Program), destinato al salvataggio del sistema finanziario, non c’è motivo di credere che vi sia un pericolo per i depositi bancari europei: «L’esempio del TARP mostra come sia possibile ricapitalizzare gli istituti di credito, senza per questo gravare sulla collettività e sui contribuenti ed eliminare la responsabilità dei creditori». Insomma,  la reazione di Sinn & co. sarebbe un atto di isteria, che diffonde paura nella popolazione, senza proporre soluzioni. Addirittura Gustav Horn ha accusato il collega Sinn di essere il Thilo Sarrazin dell’economia, ovvero un populista che ama soffiare sul fuoco delle ansie sociali.

Ma non è finita qui, perché il dibattito economico-morale è proseguito, coinvolgendo un altro centinaio di economisti, dal berlinese Michael Burda (macroeconomista della Humboldt Universität di Berlino) a Dennis Snower (direttore dell’istituto economico di Kiel), passando per la svizzera Beatrice Weder di Mauro (che fino al febbraio di quest’anno sedeva nel “consiglio dei cinque saggi” del governo tedesco). Pur condividendo il fatto che il nocciolo del problema stia nel trasferimento del rischio di credito dalle banche agli Stati, questi economisti credono sia possibile separare il problema del rifinanziamento degli Stati e quello dell’erogazione del credito da parte delle banche. La via non deve certo essere quella della socializzazione delle perdite – spiegano – ma soltanto un’unione bancaria, che comprenda ad un tempo regole comuni per l’insolvenza bancaria e per la ricapitalizzazione. Quel che emerge è il classico colpo al cerchio e colpo alla botte, tanto caro agli editoriali di casa nostra firmati da Lucrezia Reichlin sul Corriere della Sera: responsabilità per i creditori, ma anche fondo di stabilizzazione; solidarietà attraverso l’Esm, ma anche principio di condizionalità. Un’insalata che, agli occhi dei promotori dell’appello anti-unione bancaria, è parsa essere farina del sacco merkeliano più che rappresentare una radicale alternativa alle proposte della Cancelliera.

Fatto sta che la Germania continua a discutere e a dividersi, tra chi vuole gli eurobond e un’Europa federata e chi teme l’istituzionalizzazione della Transferunion, un’unione fondata sui trasferimenti e la redistribuzione collettiva. E’ arrivata l’ora che anche in Italia, senza ipocrisie, ci si divida un po’ di più.


Autore: Giovanni Boggero

Nato nel 1987, si è laureato in giurisprudenza a Torino con una tesi in diritto internazionale. Ha studiato anche a Gottinga e Amburgo. Svolge un dottorato in diritto pubblico presso l'Università del Piemonte Orientale "Amedeo Avogadro" e si occupa di Germania per il quotidiano Il Foglio, la rivista Aspenia e per FIRSTonline.

Comments are closed.