– “Il proibire una moltitudine di azioni indifferenti non è prevenire i delitti che ne possono nascere, ma è un crearne dei nuovi”.

Lo scriveva, già nel lontano 1763, all’interno dell’opera magna “Dei Delitti e delle pene”, il liberale Cesare Beccaria, artefice e fondatore della moderna concezione del diritto penale.

Sembrano non essersene ancora persuasi, però, nonostante siano trascorsi oltre due secoli dalla morte dell’illuminato giurista ed economista milanese, gli sprovveduti spacciatori di comizi e di promesse elettorali che governano da oltre un sessantennio le sorti di una Repubblica fondata sulla proibizione e sull’ipocrisia, nella quale si ritiene ancora lecito ed addirittura “doveroso” ingabbiare nel ghetto dell’antigiuridicità condotte pacificamente accettate dalla “maggioranza silenziosa” dei consociati e privatamente (ma clandestinamente) praticate da un numero rilevante degli stessi.

Nei giorni scorsi l’ UNODC (United Nations Office on Drugs and Crime) ha pubblicato il World Drug Report 2012, regalando al Bel Paese, strenuo avamposto delle politiche proibizioniste,  un paradossale primato: nonostante i divieti di legge (e con buona pace dei proclami propagandistici dell’ex Ministro Giovanardi), l’Italia detiene il record  di consumo di cannabis tra gli stati occidentali.  Il 14,6% degli italiani, infatti, stando ai dati della prestigiosa agenzia delle Nazioni Unite, nel corso del 2011 ha consumato almeno una volta una sostanza cannabinoide.

Se ne evince che evidentemente, nell’italico approccio alla lotta alle droghe, qualcosa non quadra: il “business degli stupefacenti”, neppure scalfito da decenni di proibizionismo e dall’inasprimento sanzionatorio  introdotto dalla legge 49/2006, è più vivo e prospero che mai, ma soprattutto è più vivo e prospero che in qualsiasi altra nazione dell’Occidente. Sulla scorta di tali clamorose statistiche, allora, è legittimo chiedersi: che senso ha avuto e continua ad avere  la logica della proibizione se il consumo delle sostanze “bandite” dall’ordinamento riesce,  nonostante le aspre previsioni di legge, ad avere una così ampia diffusione tra i consociati? Chi beneficia di politiche talmente ipocrite, anacronistiche e fallimentari?

Di certo non la collettività, di certo non i singoli individui, minati nella sicurezza e nella libertà da una normativa che non solo si è rivelata improduttiva di risultati, ma persino deleteria ed estremamente gradita alle Mafie.

Con il proprio “tacito assenso”, infatti, lo Stato consente alle pericolose organizzazioni criminali disseminate sul territorio nazionale, monopoliste indiscusse di un mercato nel quale non esistono né garanzie sulla qualità dei prodotti  né concorrenza, di incassare ogni anno decine di miliardi di euro dalla vendita di droghe pesanti e leggere: capitali che vanno a finanziare attività violente e cruente, che paralizzano l’economia di vaste aree del nostro Paese, privando gli individui della libertà di investire, di produrre, di competere.

Paradossalmente l’autorità statale, nel dichiarare enfaticamente (quanto in maniera ipocrita) guerra ai consumatori di stupefacenti, rappresenta allora il principale complice, alleato e spalleggiatore dei Signori della droga, unici beneficiari di un proibizionismo inefficace e deleterio. Si criminalizzano i vizi, insomma, e si viziano ed ingrassano i criminali.

Come magistralmente esposto dal compianto Premio Nobel per l’Economia Milton Friedman in uno storico articolo del 1 maggio 1972 pubblicato su Newsweek – tradotto in lingua italiana da Antonio Grippo – lo Stato in primo luogo non ha alcun diritto di usare la propria macchina organizzativa per impedire che una persona possa diventare tossicodipendente. Nell’affermare ciò, Friedman ha riproposto considerazioni già esposte da John Stuart Mill , fondate sull’idea per la quale il benessere di un individuo, sia fisico che morale, non può essere motivo legittimo di un intervento da parte della collettività contro la volontà del diretto interessato.Nessuno –  ci ha insegnato Stuart Mill – può essere costretto dalla legge a fare o a non fare qualcosa perchè ciò è meglio per lui”.

Ma, a prescindere da qualsiasi opinabile considerazione di natura ideologica, Milton Friedman  ha avuto il merito di urlare a gran voce che “per fortuna non abbiamo bisogno di risolvere l’aspetto etico, per essere d’accordo su una politica. Il proibizionismo è un tentativo di soluzione che rende le cose peggiori sia per il tossicodipendente sia per noi”. La necessità di rivolgersi ad un mercato che prospera nell’illegalità, che applica prezzi elevatissimi e fornisce prodotti dalla qualità incerta, costringe infatti moltissimi tossicodipendenti a diventare essi stessi criminali, spingendoli a delinquere pur di ottenere dosi di sostanze delle quali non possono fare a meno: il proibizionismo, pertanto, lungi dal ridurre il numero dei crimini, lo moltiplica a dismisura, senza riuscire a svolgere alcuna funzione preventiva né dissuasiva.

I dati relativi snocciolati dal Drug Report  2012, nel descrivere il Bel Paese come la patria del consumo di droghe leggere, confermano pienamente la previsione di Friedman: la logica proibizionistica non solo ha determinato un notevole incremento del numero di consumatori di sostanze stupefacenti, ma ha fatto lievitare anche il numero dei crimini. Oltre un detenuto su quattro nelle carceri italiane, infatti, è tossicodipendente ed è stato spinto o “costretto” a delinquere dalla necessità di soddisfare la propria dipendenza da sostanze stupefacenti. Negli ultimi 5 anni, inoltre, il numero dei detenuti per violazione della legge sulla droga è quasi raddoppiato: si è passati da 15 mila detenuti nel 2006 a  28 mila del 2011.

Il proibizionismo, pertanto, ci costringe a pagare le costose e sanguinose conseguenze sociali di migliaia di crimini che l’ordinamento, se solo si sforzasse di usare la strategia della tolleranza e della legalizzazione in luogo della sterile arma dell’asprezza sanzionatoria, avrebbe il potere ed il dovere di scongiurare.

Parafrasando ancora Cesare Beccaria, esempio di un liberalismo colto ed ancora attuale, tali crimini potrebbero essere ricondotti nella calzante espressione “Delitti delle male leggi”, originati non da condotte realmente delittuose, ma da una pessima, incerta, impopolare ed antipopolare legislazione.

Volete – concludeva il liberale milanese – prevenire  i delitti? Fate che i lumi accompagnino la libertà”. L’esatto opposto della proibizione, letale droga e comodo rifugio dei cattivi governanti.