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Uniti, si può vincere. Divisi, neppure si conta. Riflessioni sul partito che non c’è

La parabola politica di Silvio Berlusconi ha una sua tragica, letteraria grandezza. Era sceso in campo per difendere dall’ostilità dell’establishment un’impresa che, con piglio certo spregiudicato e corsaro, aveva sfidato il monopolio televisivo pubblico, producendo una positiva innovazione di sistema. Oggi, dopo quanto accaduto e consegnato alle cronache, non solo politiche, è costretto a restare in campo per proteggere con gli strumenti dell’influenza politico-istituzionale un’azienda che ha via via sperperato la sua autonoma capacità di competere.

Se ieri Berlusconi difendeva la forza di mercato di Mediaset dall’ostilità ideologica del partito Rai e dalla regolamentazione punitiva a cui i competitor, politici e economici, volevano sottomettere il suo impero mediatico, oggi, come dimostra la vicenda del Cda di Viale Mazzini, è costretto a fare l’esatto contrario: usare il potere residuo per imporsi come “editore di riferimento” della concessionaria pubblica e da lì difendere il proprio periclitante ruolo di sistema, sia nel mercato televisivo che in quello elettorale.

In questi quasi vent’anni è successo molto nella politica italiana dominata dal Cavaliere, e certamente non tutto è da buttare. Ma oggi la sua ennesima candidatura al governo dell’Italia, la sesta, getta un’ombra grottesca sul Pdl, anche se l’ultimo colpo di teatro dovesse essere quello di una rinuncia tattica in zona Cesarini. Per chi ci osserva trepidante al di là delle Alpi sarà difficile farsene una ragione, ma la volontà del Cavaliere di restare in sella oltre ogni ragione politica è a suo modo un dato di chiarezza per tutti, non solo per chi ancora si illudeva di cambiare il Pdl dall’interno con Berlusconi politicamente in campo. L’imperativo oggi è di assicurare per i prossimi anni un governo dell’Italia che garantisca la continuità con la stagione montiana della serietà e delle riforme, allargando lo spettro del cambiamento dai temi economico-finanziari a quelli istituzionali (giustizia e pubblica amministrazione comprese), sociali e ambientali.

Per evitare che la campagna elettorale sia l’eterno ritorno dell’uguale, cioè la conta tra chi è “per” e chi è “contro” Berlusconi, chi è “per” e chi è “contro” i comunisti, però, le forze e le personalità politiche che si riconoscono convintamente nel governo Monti debbono unirsi in un unico e credibile progetto riformatore alternativo al Pdl (comunque si chiamerà) ma distinto dal PD e dai suoi alleati degli ultimi vent’anni.

Non so cosa deciderà alla fine per il proprio futuro il Presidente Monti e ci atteniamo alle sue parole, ma il consenso che oggi il Professore continua a registrare presso gli italiani nonostante le – o forse in ragione delle – difficoltà che deve affrontare e del modo con cui le affronta, mostra anche, a mio avviso, la disponibilità dell’elettorato a scommettere su una proposta politica chiara, che non abbia le stigmate della demagogia berlusconiana ma nemmeno le contraddizioni bersaniane.

Vale per Fini e Fli, per Casini e l’Udc, per Montezemolo e Italia Futura, per i liberali intransigenti e arrabbiati, più che delusi e per tutti gli italiani che vogliono uscire dalla trappola delle riforme impossibili e delle non-riforme necessarie per “ragioni di opportunità” e vogliono, anzi pretendono, un change, di cui proprio il governo “tecnico” ha reso credibile la promessa politica.  Per assicurare all’Italia un governo riformatore ed europeo, giusto ed efficiente nei prossimi anni, uniti si può pensare di incidere, divisi si rischia di fare mera ed inutile testimonianza e di dissipare un potenziale di consensi che parcellizzato e polverizzato rischia di diventare più piccolo, più debole e politicamente più marginale. Tra i tanti partiti senza elettori, c’è un vasto elettorato senza partito, che occorre convocare e persuadere di un progetto che, per essere credibile, deve essere grande nell’ambizione e nel disegno.


Autore: Benedetto Della Vedova

Nato a Sondrio nel 1962, laureato alla Bocconi, economista, è stato ricercatore presso l’Istituto per l’Economia delle fonti di energia e presso l’Istituto di ricerca della Regione Lombardia. Ha scritto per il Sole24Ore, Corriere Economia, Giornale e Foglio. Dirigente e deputato europeo radicale, è stato Presidente dei Riformatori Liberali. Presidente di Libertiamo, è stato capogruppo di Futuro e Libertà per l'Italia alla Camera dei Deputati. Attualmente, è senatore di Scelta Civica per l'Italia.

8 Responses to “Uniti, si può vincere. Divisi, neppure si conta. Riflessioni sul partito che non c’è”

  1. Marco scrive:

    Molto d’accordo, soprattutto su quel “grande nell’ambizione e nel disegno”.

  2. Marcello Mazzilli scrive:

    I liberali di Giannino si annacquerebbero.. meglio soli ! Per il resto fate come volete

  3. Federico scrive:

    Da quando Fini e Casini sono liberali? Mah… Speriamo che nasca qualcosa di nuovo e del tutto indipendente dalla vecchia politica. Magari con Oscar Fulvio Giannino e che ponga al centro la guerra allo Stato ladro.

  4. FLI deve avere il coraggio di mollare Casini ed alleati improponibili come quelli dell’API e dell’MPA. Una coalizione liberale può avere senso soltanto insieme ai liberali di Giannino, ai Radicali, Italia Futura. Abbiamo la possibilità di liberarci dall’alleanza con l’UDC e di dare vita ad un soggetto realmente riformatore. Spero non venga sprecata.

  5. gisberto scrive:

    la disponibilità dell’elettorato ecc… Guardando con gli occhi e lo spirito dello statu quo (Leggo:In politica lo statu quo viene utilizzato soprattutto per indicare, spesso negativamente, una situazione di immobilismo, il più delle volte originata da convenienze di compromesso tra le parti), un’alleanza con UDC, API,MeM (Magari ex Margheritini), farebbe bene alla pressione arteriosa di chi ha qualcosa da perdere (sto parlando di finanze).
    Se i miei occhi e il mio spirito guardano oltre, non posso pensare a tutto ciò, ed allora prendiamo coraggio e immaginiamo il nostro futuro, ci sono tante persone intelligenti e coraggiose che ci possono aprire la strada per il nuovo millennio.
    Sono daccordo con lei quando scrive: c’è un vasto elettorato senza partito, che occorre convocare e persuadere di un progetto che, per essere credibile, deve essere grande nell’ambizione e nel disegno.

  6. lorenzo scrive:

    Non c’è una virgola sbagliata! E’ da gennaio che bisognava andare verso questo progetto e organizzare la macchina. Non c’ è alternativa! Da una parte c’è Silvione, dall’altra la CGIL e l’oscurantismo statalista. Il tempo è tiranno e non capisco cosa stiano aspettando Fini, Casini, Montezemolo, Monti. Mah!

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