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Libertà d’informazione o libertà da bar sport?

– La democrazia e la libertà sono beni troppo fragili da maneggiare: ali per chi se ne sa servire con equilibrio e misura, zavorra – per sé e per gli altri – per chi quell’equilibrio se lo mette sotto i piedi, calpestando proprio quella libertà e democrazia che pretende di diffondere, trasformandola in arbitrio e legge del più forte.

Anche Internet, la rete, le reti sociali sono una straordinaria invenzione, e forse la più straordinaria invenzione democratica dei nostri tempi, forse più anche del suffragio universale attualmente in stato precomatoso: ma anche qui libertà e democrazia sono da maneggiare con cura, affinché non vinca la legge di chi grida più forte.

Viviamo in tempi magri, e questo si sa: tempi in cui economia e finanza, e i mercati, e lo spread vengono citati a ogni pie’ sospinto come causa, per alcuni giustificata, per altri pretesto, per limitare libertà e restringere spazi pubblici, in modo più o meno indiscriminato. C’è molta frustrazione nell’aria: un’aria mefitica dalla quale emergono miasmi sempre più venefici, fogne a cielo aperto, in cui i cittadini si sentono scippati del loro voto da oscure presenze a cui cercano di assegnare dei nomi e dei simboli, il più delle volte sbagliando bersaglio.

La risposta più chiara, più semplice, più immediata, meno meditata – e in fin dei conti più ininfluente – è l’urlo e il furore: serve a lavarsi la coscienza, ad alleviare per un momento le sofferenze, a bruciare sull’altare della Santa Indignazione i libri neri del potere oscurantista che secondo la “società civile” vuole scientemente affamare i popoli; ma nulla più.

Urlo e furore che vengono poi ospitati e amplificati dai social network e sotto qualsiasi post su Internet sotto forma di commenti, molti dei quali informati e ben scritti, frutto di pensiero meditato (qualunque esso sia) e di solidi pensieri e riflessioni. Commenti che però per la maggior parte sono altro: florilegio di aggressività, frustrazioni assortite, becero conformismo, pensieri inconfessabili e inconfessati, furori diffamatori, discorsi fatti per sentito dire, istintività da Basso Impero e da basso ombelico, simboli di una lotta iniziata e mai conclusa (ma di sicuro perduta) con (ma sarebbe il caso di dire contro) la lingua italiana, ribollente commentiamo cialtrone (o cialtronismo commentista).

Discorsi da bar, per dirla in sole tre parole, senza neanche l’aggiuntina del vino dell’oste nel fiasco di paglia o della Gazzetta del Lunedì per commentare il gol fantasma o il fuorigioco che non c’era, “trenta sul campo” e il “gol di Muntari”.

Discorsi da bar duri e puri, perché anche i social network hanno i loro frequentatori più assidui, quelli che ci sono ma non si vedono, quelli che “ordinano il minimo indispensabile”, quelli che come cantava Gaber parlando di un caffè nella Milano di qualche decennio fa “meno male che c’è il Riccardo che da solo gioca al biliardo non è di grande compagnia ma è il più simpatico che ci sia”.

Discorsi da bar che, dentro la visione parziale di una società che non riesce a sentirsi responsabile neanche di se stessa, per alcuni rappresentano la nuova frontiera di una “democrazia diretta” e “in-mediata” e del dialogo tra i popoli, l’utopia della democrazia diretta, la nuova Atene di Pericle o la Svizzera dei civilissimi Cantoni su tastiera fin quando la connessione, meglio se pagata dagli altri, tiene.

D’altronde è su questo che il grillismo ha prosperato e continua a prosperare e per questo è fenomeno speculare e quasi gemello del berlusconismo, pur distaccandosene a parole ma non essendo poi molto dissimile nei fatti: lì c’era l’unidirezionalità del messaggio televisivo, la calza di nylon sulla telecamera, le interviste a giornali e giornalisti amici, i monologhi fiume, l’agiografia dei media compiacenti, e il “popolo” che seguiva indistintamente il suo leader “in odore di santità” in modo acritico e fideista. Qui c’è il post che detta la linea, meglio se ricco di livore, allusioni da “dico-non-dico”, qualche insulto buttato giù qua e là (ci sarebbe anche l’intervista del giornalista addomesticato e compiacente o quella data alla stampa straniera che chiaramente ha frainteso i passaggi più impresentabili): poi si dà la stura ai commenti, meglio se diffamatori anche qui con allusioni ai limiti, spesso, dell’istigazione alla violenza, dove l’ortodossia, la fedeltà alla linea è praticata, ostentata e insistita, in modo da essere “più realisti del re” e infine i pochi commentatori dissenzienti vengono fatti dapprima oggetti di scherno, poi additati al pubblico ludibrio e infine isolati come degli untori o degli appestati.

E quando poi si fa notare, sempre molto sommessamente e con educazione, per carità, che forse il miglior servizio che si può rendere alla libera e informata costruzione della pubblica opinione non è quello di avere cento voci uguali che ripetono acriticamente la dottrina del capo, aggiungendoci il carico da novanta di personali ignoranze e approssimazioni, ma magari quello di godere di dieci voci diverse che si confrontano e si scontrano sulla base di convincimenti personali frutto di pensieri liberi e meditati, allora ecco che viene invocato lo spettro della censura. O ecco che, ancora peggio, chi pronuncia queste poche paroline di buonsenso viene tacciato di essere “venduto” o “infame”.

Non si tratta di invocare la censura, che sempre è cosa odiosa, perché tappare la bocca di un essere umano è costringerlo all’inaccettabile stupro delle proprie idee e dei propri pensieri. Si tratta, però, di invocare un diverso approccio alla quotidianità della propria vita, perché da sempre viviamo in una società autoassolutoria, dove la colpa dei nostri sbagli è, in primis, “del sistema”.

E quindi, anche quando siamo su una tastiera, davanti a uno schermo, contiamo fino a dieci e pensiamo bene prima di esprimere un pensiero, specie se “serio”, consapevoli del fatto che a differenza del bar un social network è un luogo frequentato da migliaia, milioni di persone, e che le cose che scriviamo rimangono lì, scritte per sempre. E che se offendiamo, berciamo più o meno indistintamente, diffamiamo (magari protetti dal vile e codardo meccanismo dell’anonimato) è troppo comodo poi nasconderci sotto l’ombrello onnicomprensivo della “libertà di parola” o “libertà di rete”.

La libertà è partecipazione, cantava sempre quel signore meneghino citato più su. La libertà è anche consapevolezza: del proprio posto nel mondo, del servizio che ognuno di noi rende alla formazione di un’opinione pubblica informata, della responsabilità che quando si scrive, non importa su che mezzo, abbiamo nei confronti di noi stessi e degli altri.

È bene che i soldatini, che schieravamo allineati e coperti durante guerre immaginarie nei lunghi e tediosi pomeriggi estivi, rimangano confinati alla nostra memoria di bambini.


Autore: Simone Callisto Manca

Nato a Sassari nel 1982, è giornalista professionista. Ha avuto esperienze professionali all'Ansa (tra Madrid e Roma) e al Public Affairs dell'Ambasciata Usa in Italia. Attualmente vive a Barcellona, dove è Responsabile Comunicazione e Relazioni Pubbliche di un'importante associazione benefico-culturale di italiani all'estero.

3 Responses to “Libertà d’informazione o libertà da bar sport?”

  1. Giorgio Frabetti scrive:

    Se Libertiamo vuole (come credo) essere un “Caffè” che riunisce il meglio della Rete in termini di preparazione e moderatismo, si coltivi questa fascia di pubblico e lasci perdere il “parco buoi” della Rete! Cosa gliene frega di questo target di pubblico?
    Con questo, direi che il problema non sta in Internet, nella Rete, ma in chi commenta, che rivela un caratteristico “stress” da Rete.
    Un disagio comprensibile: Beppe Grillo dice “Sulla Rete ci vogliono due palle così”. La Rete è ultra-stressante, perchè sei sotto gli occhi di tutti, al minimo errore sei controllato; in una parola è durissima.
    C’è però per tutte i gruppi e i Caffè un dilemma. Finchè non hanno preoccupazioni elettorali, possono rimanere nella loro cerchia, tra intimi, diciamo così. Ma quando infuria la battaglia politica, le cose cambiano. In Inghilterra, nel XIX Secolo, quando i Caffè e le elites liberali e progressiste hanno voluto espandere la propria egemonia verso le classi popolari hanno cavalcato molto la propaganda e l’emotività della folla: pensiamo alla ‘leadership’ di Galdston in Inghilterra, che (molto discussa) fu una tappa importantissima verso l’accrescimento della Democrazia in Inghilterra. Oggi, forse Gladston organizzerebbe un raduno in rete … pensiamoci! Scusate la lunghezza.

  2. Simone Callisto Manca scrive:

    Spunto di riflessione interessante,

    grazie Giorgio!

  3. creonte scrive:

    francamente non trovo interessante prendersela col “bar dello sport” della rete. Innanzitutto perchè preso un qualunque argomento, pure i premi nobel possono finre in discorsi da “bar dello sport” e comunque ormai nel ventunesimo secolo si è abbastanza vaccinati contro chi apre la bocca e ci da fiato… e può essere sia in un bar che in uan convention contro “l’obamacare”

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