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Pregi e difetti della spending review per Università e Ricerca

– La spending review del Governo Monti colpisce anche università e ricerca, due settori considerati sensibili da elettorato e classe politica, sui quali si è concentrata l’attenzione delle polemiche più rumorose.

Tuttavia, è così certo che tagli e nuove misure non siano necessari e che sia opportuno mantenere lo status quo? Premesso che il decreto può essere sostanzialmente modificato in sede di approvazione, è oggi possibile valutare il lavoro di proposta del Governo, pur senza conoscerne ancora tutti i dettagli.

Il taglio complessivo sugli atenei è pari a 200 milioni di euro concentrati su tre versanti: personale amministrativo, docenti e corsi, ricerca. Quest’ultima è senza dubbio il settore più problematico. I tagli toccano alcuni enti di ricerca. Le percentuali di riduzione non saranno alte, ma ovviamente molto dipende dall’efficienza degli enti e dalla presenza di sprechi. Come principio generale, comunque, meglio finanziare la ricerca attraverso bandi competitivi fra enti diversi, valutati da specialisti piuttosto che allocare i soldi agli enti con decreto ministeriale. Sul fronte occupazionale il decreto stabilisce che le università possano usare per nuove assunzioni solo una parte dei risparmi di spesa per personale previsti nei prossimi anni (il 20% nel 2014, poi il 50% nel 2015).

Questo freno non dovrebbe essere un problema a livello didattico in quanto storicamente il rapporto tra docenti e studenti, pur se in aumento negli ultimi anni, è molto basso nel nostro Paese. Di certo i docenti dovranno lavorare di più ed i corsi meno frequentati chiuderanno, ma non è un male. Inoltre, il decreto lascia agli atenei autonomia nella gestione: i risparmi sul personale oltre il 20% (poi 50%) potranno essere usati per altri scopi come borse di studio, acquisto di attrezzature di ricerca, missioni di ricerca etc. Mentre fino ad oggi gran parte dei finanziamenti veniva utilizzata per il personale docente e le loro carriere, alimentando clientele e baronati, oggi quei soldi potranno essere destinati al finanziamento delle strutture e della ricerca accademica. Il decreto infine non sembra abbastanza coraggioso nell’affrontare la liberalizzazione delle rette universitaria, che è l’unica misura realmente capace di aumentare le risorse degli Atenei in maniera equa, chiedendo di più a chi ha di più e usufruisce dei servizi di formazione accademica, invece che a tutti i contribuenti, in maniera regressiva rispetto alla ricchezza.

La misura approvata mantiene purtroppo il tetto al finanziamento privato tramite rette delle Università, che continueranno a non poter superare il 20% dell’ammontare del contributo pubblico erogato all’Ateneo, introducendo però alcuni buoni correttivi.Vengono infatti escluse dal vincolo le tasse pagate dagli studenti extracomunitari e dai fuoricorso. Con questa previsione, il decreto autorizza le università a far pagare i fuoricorso molto di più e a prescindere dal limite del 20% del Finanziamento Ordinario previsto dalla legge. Inoltre, destina delle somme ottenute a borse di studio. Correttivi apprezzabili sul fronte della meritocrazia, lo studente ritardatario paga una retta più alta, come stabilito ad esempio nelle università private, e quei soldi in surplus finanzieranno borse di studio per gli studenti bravi e meno abbienti.

Infine, su quali obbiettivi dovranno concentrarsi le future policy per università e ricerca? Proviamo ad indicarne due: internazionalizzazione e trasferimento tecnologico.

Sul primo versante è possibile immaginare un allargamento ulteriore dei programmi di scambio con le università straniere e l’introduzione di corsi di lingua straniera obbligatori (non solo semplici esami) per più semestri fino al raggiungimento di un certo livello di conoscenza di quell’idioma. Nel 2012 non è più possibile diplomare ingegneri che abbiano smesso di studiare l’inglese alle superiori.

Sul versante del trasferimento tecnologico (brevetti,certificazioni ecc) siamo ancora molto indietro. La creazione di un più stretto rapporto tra il mondo della ricerca, le istituzioni e il sistema d’impresa – la così detta “tripla elica” – è la condizione determinante per lo sviluppo della capacità innovativa soprattutto nei settori ad alta intensità di conoscenza.

Una recente indagine di Confindustria sottolinea, ancora una volta, come un’alta percentuale di domanda d’innovazione delle PMI rimanga del tutto inespressa. Ciò avviene sia per la difficoltà nell’individuare i canali corretti per attivare l’innovazione, sia perché le potenzialità di sviluppo insite nella crescita tecnologica dell’azienda non sono subito facilmente percepibili dagli stessi imprenditori. Ciò evidenzia quanto sia necessario individuare nuove modalità di intervento che partano da una attenta analisi e profonda conoscenza dei sistemi di riferimento per poter attivare concretamente il circuito virtuoso del trasferimento tecnologico.

In particolare, si dimostra sempre più insufficiente una generica azione di sensibilizzazione del mondo della ricerca (affinché il suo patrimonio di conoscenza sia messo a disposizione del complesso imprenditoriale), ed è anche vana, per converso, quell’indefinita esortazione al mondo imprenditoriale sull’importanza dell’innovazione tecnologica per la competitività dell’impresa. La politica dovrà pensare a nuovi sistemi di circolazione e vendita dei brevetti statali e allo stesso tempo ad un enforcement nell’interazione col mondo industriale. Solo così sarà possibile utilizzare in modo più efficiente i risultati della ricerca scientifica senza richiedere ulteriori interventi di spesa pubblica.


Autore: Lorenzo Castellani

Studia Giurisprudenza alla Luiss Guido Carli di Roma. Appassionato di diritto, politica e giornalismo. Ha diretto un giornale universitario e fondato il network studentesco LUISS APP, è promotore dell'associazione ZeroPositivo. Liberale e liberista, sogna un’Italia dinamica, aperta e competitiva. Tw:@LorenzoCast89

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