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Nigeria, Kenya, Tanzania: l’Africa insanguinata dal terrorismo religioso

– Le notizie sui massacri di cristiani in Nigeria sono ormai troppe per elencarle tutte.
I morti di questi ultimi giorni sono circa 90, nello stato centrale di Plateau, al confine fra l’area meridionale a prevalenza cristiana e quella settentrionale a maggioranza musulmana.

Ormai ogni domenica gli integralisti islamici di “Boko Haram” (“l’educazione occidentale è peccato”) uccidono in massa i fedeli riuniti a messa. L’ultimo grave attentato risale al 17 giugno scorso, quando cinque chiese, a Zaria e Kaduna, sono state distrutte dalle bombe degli attentatori: 52 morti. Solo una settimana prima, altre due bombe, in altrettanti edifici di culto cristiani a Jos (capitale del Plateau) e Biu, avevano provocato 5 morti e 41 feriti. E sono ancora aperte le ferite per le due consecutive stragi di Natale, sempre rivendicate da Boko Haram: 80 morti nel Natale del 2010, 44 morti in quello del 2011. I cristiani rispondono. E le rappresaglie non vanno a colpire i singoli terroristi, ma tutti i musulmani che capitano a tiro.

Eppure, nei commenti delle personalità religiose locali, emerge una sola frase: “non è un conflitto di religione”. Ad esempio, Monsignor Ignatius Ayau Kaigama, presidente della Conferenza Episcopale nigeriana, spiegava all’agenzia Fides che il massacro attuale nello stato di Plateau “… è originato dallo scontro tra agricoltori e pastori. È un vecchio problema che non è stato ancora risolto (…) A mio avviso il problema è economico. I pastori Fulani si sentono vittime di un’ingiustizia perché il loro bestiame è ucciso o rubato e non vengono risarciti delle perdite subite. Penso che la rabbia originata da questa situazione li spinga ad attaccare in questo modo terribile

Sarebbero solo questioni economiche, dunque? Il vescovo nigeriano ammette, al massimo, che vi siano anche inimicizie etniche. Ma comunque sempre locali: “Il problema è tra i Fulani e i Birom. Questi due gruppi etnici hanno dispute che durano da molto tempo. Tutti gli attacchi nei villaggi dell’area (dello stato di Plateau, ndr) sono stati sempre concentrati su questi due gruppi. Non ci sono stati attacchi che hanno coinvolto altre tribù”. Sì, ma i massacri di cristiani avvengono anche in altri stati (nel Nord del Paese, per esempio) abitati da etnie differenti. Eppure le vittime sono sempre i cristiani colpiti dalle bombe islamiche e i musulmani uccisi nelle rappresaglie cristiane.

Ben lontano dalla Nigeria, sulla costa orientale, in Kenya, dove non abitano né Fulani, né Birom, né ci sono schermaglie per il bestiame, il 1 luglio scorso, nella città di Garissa, guerriglieri islamici hanno fatto irruzione in due chiese massacrando i fedeli raccolti in preghiera: 17 morti e 45 feriti. Non è la prima strage di cristiani nel Paese. Le violenze hanno sempre la stessa firma: gli Shebaab (il “partito della gioventù” islamista) che arrivano dalla Somalia. Controllano tutto il Sud del Paese, combattono la loro guerra civile contro il governo provvisorio di Mogadiscio e sempre più spesso esondano nel vicino meridionale, il Kenya.
Anche qui si può trovare una causa locale, politica: dato che il governo del Kenya è intervenuto nella guerra civile somala contro gli Shebaab, questi ultimi si starebbero “vendicando”. Contro cristiani riuniti in preghiera, però, non contro caserme o istituzioni governative.

In un altro Paese africano orientale, la Tanzania, il 28 maggio scorso due chiese di Zanzibar sono state incendiate. Anche in questo caso la matrice dell’attacco, avvenuto in seguito a violente manifestazioni, è fondamentalista islamica: l’Organizzazione Non Governativa Uamsho (“risveglio”). E anche in questo caso si può sempre trovare una causa politica ed economica locale: la volontà di Zanzibar di secedere dalla Tanganica (l’entroterra) dopo mezzo secolo di unione.

Ma è inutile nascondersi dietro un dito. Quando in più Paesi africani si presenta lo stesso tipo di problema, con lo stesso tipo di vittime e lo stesso tipo di carnefici, non abbiamo tanti problemi locali, ma un unico problema continentale. Il problema, allora, è un conflitto in piena escalation fra Islam e Cristianesimo? Le autorità religiose africane dell’una e dell’altra fede si uniscono per dire di no. Non è una guerra di religione. E in parte hanno anche ragione: fosse un conflitto su larga scala, considerando i numeri del continente nero (160 milioni di persone solo in Nigeria), oggi conteremmo i morti, non a decine, ma a decine di milioni.

Se non possiamo ancora parlare di guerra, però, possiamo ben parlare di terrorismo religioso. Chi lo promuove si richiama esplicitamente a valori religiosi (islamici) e colpisce bersagli religiosi (chiese). Non tutto l’Islam africano sta promuovendo il terrorismo, bensì una sua parte ben identificabile. La setta armata Boko Haram e il partito guerrigliero degli Shebaab, si identificano con il programma islamista radicale di Al Qaeda.

Sono tutti gruppi locali che sposano un’agenda internazionale. Il cui obiettivo è sempre quello: creare (con la violenza) un Califfato universale, dove solo l’interpretazione fondamentalista dell’Islam ha diritto di esistere. Lo dimostra, il 1 luglio scorso, la distruzione della Porta della Resurrezione della moschea di Timbuktu, nel Mali. Chi lo ha fatto? Uomini armati di Ansar Dine, un gruppo armato legato sempre ad Al Qaeda. Oltre ad essere patrimonio mondiale dell’Unesco, la Porta della Resurrezione era un luogo simbolo dell’Islam sufi. E’ l’utopia violenta di Al Qaeda, in cui nemmeno le altre interpretazioni dell’Islam sono tollerate.


Autore: Stefano Magni

Nato a Milano nel 1976, laureato in Scienze Politiche all’Università di Pavia, è redattore del quotidiano L’Opinione. Ha curato e tradotto l’antologia di studi di Rudolph Rummel, “Lo Stato, il democidio e la guerra” (Leonardo Facco 2003) e il classico della scienza politica “Death by Government” (“Stati assassini”, Rubbettino 2005).

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