di CARMELO PALMA – Tra l’anacronistica “eternità” del Cavaliere, che annuncia la sesta candidatura a Palazzo Chigi, a diciannove anni dalla prima, persuaso della propria imprescindibilità, e la presentissima “provvisorietà” di Monti, che si tiene da conto da sé (per dirla alla Ferrara) e chiude subito le discussioni inutili sugli scenari post-elettorali, non c’é obiettivamente né discussione né partita.

Chi rappresenti il passato e chi il futuro, chi la cattiva e chi la buona coscienza della “rivoluzione” é così chiaro che Berlusconi, in modo abbastanza razionale, cerca di recuperare spazio politico e entusiasmo psicologico non tra i delusi del nulla di fatto, ma tra i profughi della conservazione impossibile: i nostalgici della lira e delle svalutazioni competitive, dell’evasione come alternativa pratica e “compatibile” all’oppressione fiscale, dell’Italia domestica e familiare insidiata dalla competizione straniera e diffidente di ogni forma di integrazione (economica e politica, ma anche culturale e religiosa).

Lo spazio politico che fu di Berlusconi è oggi di Monti. Lo è in maniera totale e perfino imbarazzante per un Cavaliere ridotto a una sorta di Occhetto di destra, alla guida di una “gioiosa macchina da guerra” assemblata con i pezzi di un conservatorismo vecchio e bacucco, disorientato e frustrato e soprattutto risentito che la storia non sia stata ferma lì dove, con un colpo di mano, la si sarebbe potuta acchiappare.

Monti, che è soggettivamente l’alternativa antropologica più perfetta all’homo berlusconianus è oggi oggettivamente l’unico interprete credibile della “rivoluzione berlusconiana”, per quella che doveva essere e non è stata e che l’ex rettore della Bocconi ha ripristinato nei suoi fondamenti pratici e ideali, decisionistici e anticoncertativi, realistici e profetici, “cattivi” ma in realtà buonissimi, egualitari e non “sociali”, cioè feudali e discriminatori, secondo l’accezione che il termine indubitabilmente merita, almeno in Italia.

Berlusconi è davvero tenace. Dopo essersi semi-suicidato ed essere stato politicamente accoppato da uno molto più (seriamente) berlusconiano di lui, è ancora lì a battagliare forte di un consenso minoritario e diffuso, ma uguale e contrario a quello che ebbe l’ambizione e certo la fortuna di suscitare, sei discese in campo fa. Ora per limitare i danni deve fare, in concorrenza con Grillo, il paladino della “povera gente” contro i poteri forti. E con il suo talento trasformistico,  è pure possibile che lo Zelig di Arcore in qualche modo ci riesca.

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