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La green economy? Senza i sussidi muore

– Quando all’election day mancano soltanto quattro mesi, sono molte le cose di cui un presidente deve occuparsi per tentare di aggiudicarsi la rielezione.
Preoccupato per un’economia tutt’altro che rinvigorita, oltre che per i dati sulla disoccupazione decisamente scoraggianti e la minacciosa impennata nella raccolta fondi dello sfidante Romney, il presidente Obama rilancia portando in pole position i cavalli di battaglia di sempre: immigrati, Obamacare, automotive e green economy.

In una situazione tanto delicata è facile tralasciare questioni politicamente meno rilevanti, ma un presidente a caccia di rielezione sa bene che ogni dimenticanza ha un peso elettorale. A piantare la grana che Obama farà bene a non trascurare è l’industria eolica americana, tormentata da una scadenza: 31 dicembre 2012, giorno in cui scadrà il Production Tax Credit che da ormai due decenni tiene in piedi la bolla del settore eolico; bolla che l’amministrazione Obama appoggia e contribuisce da quattro anni a gonfiare. Si tratta, in sostanza, di un credito d’imposta di 2.2 centesimi di dollaro su ogni kilowattora prodotto.

Gli imprenditori e i dipendenti del comparto eolico temono che Obama, dalla loro parte in tempi più sereni, ricacci la questione in fondo all’agenda per ragioni di priorità elettorali, aumentando le possibilità che l’agevolazione fiscale non venga rinnovata nel periodo tra l’election day di novembre e la fatidica scadenza di dicembre, provocando un forte calo nella produzione del settore. Molte aziende sostengono di aver già registrato diminuzioni significative degli ordini, e la storia recente sembra dar loro ragione: le uniche tre volte che il Tax Credit non è stato rinnovato per tempo, le installazioni di turbine eoliche sono calate tra il 79 e il 93%. Con previsioni di perdite simili, molte aziende saranno costrette a sottoporsi ad una rigorosa spending review e minacciano di iniziare con un taglio netto dei dipendenti, che potrebbe provocare un downsizing del 50% degli impiegati totali nel settore.

Un fronte bipartisan composto da 18 membri del Congresso, democratici e repubblicani alla loro prima esperienza e in cerca di visibilità e consenso, ha sposato la causa e promette battaglia affinché le ragioni della febbre elettorale non prevalgano sugli interessi della categoria.

Tutto sommato, a consolare Obama c’è la compagnia di David Cameron, anche lui alle prese con le proteste del settore, fermamente contrario ai tagli che i conservatori – con grande sostegno degli elettori britannici – vorrebbero operare a partire dal 2013.

La situazione di stallo dell’intero comparto eolico americano è emblematica per comprendere come la politica, animata da logiche elettorali, non sia in grado di sgonfiare le bolle che essa stessa ha creato e gonfiato negli anni. Lo abbiamo visto in passato con il fallimento dei colossi del fotovoltaico americano Solyndra e Optisolar e ora possiamo constatare le stesse dinamiche nel settore eolico. L’industria delle rinnovabili è un castello di carta, pronto a crollare ogniqualvolta si paventi anche soltanto una remota possibilità che il rubinetto pubblico – prenda esso la forma di sussidi, incentivi o credito d’imposta – venga chiuso o quanto meno regolato. E’ vero in America come lo è in Gran Bretagna, e in generale ovunque la green economy è legata a doppio filo alle casse dello Stato.

Non rinnovare il Production Tax Credit e lasciare che molti dei 75.000 imprenditori e lavoratori del settore rimangano disoccupati vorrebbe dire consegnare il loro voto e quello dei familiari al proprio rivale; e in politica, si sa, chi concede troppo al proprio oppositore perde la poltrona. Obama è troppo scaltro per alimentare una simile débacle in dirittura d’arrivo alle elezioni. A pagarne le conseguenze – potete starne certi – sarà il mercato dell’energia, drogato da dei nani che, pompati dalla retorica ambientalista e con lo Stato dalla loro, appaiono come giganti.

Twitter @danielevenanzi 


Autore: Daniele Venanzi

Romano, studente di Scienze Politiche e Relazioni Internazionali alla Sapienza. Contributor di Libertiamo, Linkiesta, l'Occidentale e The Front Page; autore del blog Mercato & Libertà. È redattore di Disarming the Greens, blog che si occupa di questioni ambientali e green economy da una prospettiva di mercato. Nel 2011 ha tradotto l'appendice all'Autobiografia di Friedrich Von Hayek, edita da Rubbettino. È vincitore della Scuola di Liberalismo 2013 di Roma organizzata dalla Fondazione Einaudi, con tesina sulla public choice e la crisi del welfare state.

3 Responses to “La green economy? Senza i sussidi muore”

  1. creonte scrive:

    il punto è che se chi inquina pagasse davvero, il concetto stesso di competività andrebbe rivito… chissà nella “reale realtà” cosa è più efficente

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  1. […] e infruttuoso piano di crediti d’imposta all’energia eolica. Lo stesso Obama, accortosi di come un’operazione così fallimentare non giochi a suo favore, aveva per un momento rinviato il rinnovo; una volta sondato il terreno e […]

  2. […] e infruttuoso piano di crediti d’imposta all’energia eolica. Lo stesso Obama, accortosi di come un’operazione così fallimentare non giochi a suo favore, aveva per un momento rinviato il rinnovo; una volta sondato il terreno e […]