PPP: proporzionale, premio di maggioranza e preferenze. Una legge arci-italiana

di CARMELO PALMA – Sulla legge elettorale i partiti politici hanno intransigenze mutevoli e pure capricciose. Sempre opportunistiche, ma non sempre razionali. Sempre ultimative e mai ultime e definitive nel “cosa” e nel “come”.
Ad esclusione dei radicali e di una pattuglia trasversale e minoritaria di uninominalisti che, dalla metà degli anni ’90 ad oggi, hanno più volte sfiorato, ma sempre fallito la vittoria referendaria, non c’è un politico che nella ormai lunga storia della Seconda Repubblica non abbia prima professato incrollabilmente una “fede” e non l’abbia poi rinnegata.

Negli ultimi giorni – per guardare alle forze maggiori – si è assistito ad un paradossale rovesciamento delle parti tra PdL e PD. L’uno, che nella stagione delle vacche grasse aveva eletto il premio di maggioranza e il principio (giuridico) di coalizione a “valore non negoziabile”, oggi sembra propendere per un sistema proporzionale puro di stampo primo-repubblicano. L’altro, che a Berlusconi regnante proponeva un modello maggioritario “classico” (francese) contro il maggioritario spurio (italo-padano) che rinsaldava il rapporto tra Bossi e Berlusconi, oggi ripiega (irrinunciabilmente, ça va sans dire) su di un correttivo che non corregga, ma semmai preservi, il vincolo di coalizione e il premio di maggioranza.

In tutto questo, Grillo si iscrive preventivamente tra le vedove inconsolabili del Porcellum e tra i martiri della riforma elettorale, che anche il guru anti-politico del Movimento 5 stelle vorrebbe, come del resto i suoi colleghi politici, a propria immagine e somiglianza.

L’ultimatum del Quirinale e la deadline imposta alle decisioni del Senato – ancora 10 giorni in Commissione e poi si va in Aula a votare quel che c’è e con chi ci sta – non è, obiettivamente, una garanzia di qualità.
In realtà le soluzioni di compromesso per migliorare l’efficienza del sistema politico e istituzionale senza prescindere del tutto dall’interesse dei maggiori player già esistono – a partire dal cosiddetto ispano-tedesco  proposto del senatore Ceccanti – ma comportano un effetto politico “nucleare”. Pd e PdL dovrebbero giocarsela interamente da soli, non con, ma contro i “cugini” post-comunisti e leghisti.

Fine della logica frontista, inizio della logica maggioritaria (i due termini non sono sinonimi, ma contrari). Anche al centro (absit inuiria verbis) cambierebbe tutto. Senza un salto di scala, quantitativa e qualitativa, un partito Casini-Fini che si limitasse a rimpacchettare ciò che c’è (o che rimane) del Terzo Polo non sarebbe affatto baricentrico, ma residuale e marginale.

Invece l’ultimatum avvicina, non allontana il papocchio di una riforma purchessia, anche perché nel dibattito pubblico, complice una stampa a dir poco corriva, hanno ormai sfondato due issue di grande effetto, ma di nessun fondamento. La prima è che la stabilità istituzionale delle maggioranze di governo sia un “prodotto normativo” e dipenda dall’esistenza di un premio di maggioranza e di un vincolo di coalizione. La seconda è che per scegliere gli eletti e restituire una piena titolarità democratica agli elettori occorra reintrodurre il voto di preferenza.

Le due “verità” su cui potrebbe fondarsi la riforma elettorale ordinata dal Colle sono due falsi storici clamorosi, due patacche logico-ideologiche abbastanza volgari e clamorosamente smentite dai fatti. Così la legge “ordinata” dal Colle rischia di portare non ad un compromesso, ma ad un accomodamento che va più o meno male a tutti, ma del tutto a nessuno, e di perfezionare un sistema elettorale arci-italiano, che somma il peggio della Seconda Repubblica e il peggio della Prima.

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Twitter @carmelopalma


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

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  1. […] anomalia “italo-italiana”, cioè le preferenze, porta grosso modo dove rischiamo di finire. Ne abbiamo già parlato e ribadiamo il […]