Partita di poker col bluff a Kiev

– Gli Europei di calcio si sono svolti senza intoppi. Un successo per il presidente Yanukovic.

Le autorità russe l’hanno ben capito: immediatamente si sono congratulate con lui. Le assenze rumorosamente annunciate di ministri e commissari europei sono passate inosservate. Come previsto, la “strategia” della sedia vuota sostenuta in ordine sparso non ha prodotto il minimo effetto, se non quello di tacitare la coscienza di alcuni e di illudere altri che si trattasse di una risposta politica all’evoluzione in corso a Kiev.

Non per questo tutto è negativo. Gli Ucraini hanno accolto quasi un milione di tifosi di una decina di Paesi dell’Unione. Si sono sentiti un po’ meno isolati, un po’ più parte di questa Europa alla quale molti di loro aspirano senza crederci troppo.

Ora che la festa è finita, rimane da interrogarsi sull’impasse della politica dell’Unione e dei 27. Sull’essenziale di essa, la richiesta di liberazione dell’ex primo ministro Yulia Tymoshenko e dell’ex ministro degli Interni Yuri Lutsenko, il presidente Yanukovic e il suo governo sono rimasti inflessibili. Perfino il congelamento da parte dell’Unione del processo di firma e di ratifica dell’ambizioso Accordo di Associazione con l’Unione europea è rimasto senza effetti. Si può ragionevolmente temere che pure il pungente verdetto(1) della Corte europea dei Diritti umani sull’Affare Lutsenko e i verdetti attesi nell’Affare Tymoshenko non saranno molto più efficaci.

Perché dietro all’affare Tymoshenko e all’obbiettivo di neutralizzare i principali oppositori, c’è, secondo noi, una motivazione più profonda e più primordiale da parte del presidente Yanukovic e dei suoi alleati: nientemeno che impedire l’entrata in vigore di questo accordo di associazione, nonché l’apertura di veri e propri negoziati di adesione all’Unione europea. Con la detenzione di Yulia Tymoshenko, infatti, le autorità ucraine prendono i proverbiali due piccioni con una fava: hanno la possibilità di continuare ad affermare alta e forte davanti all’opinione pubblica, sia in patria che a livello internazionale, la loro volontà determinata di integrare l’Ucraina nell’Unione, ma allo stesso tempo, proprio in ragione di questa controversa detenzione, si garantiscono un rinvio sine die da parte dell’Unione dell’avvio dell’accordo di associazione.

Due risultati in un colpo solo, quindi, per il Presidente Yanukovic. Neutralizzazione della sua oppositrice più determinata e neutralizzazione del processo di avvicinamento all’UE. E, ciliegina sulla torta, la possibilità di addossare all’Unione e ai suoi stati membri la responsabilità di questo rinvio. Esercizio in cui eccelle il ministro degli Affari esteri ucraino, Konstantin Grishenko, che non esita ad affermare che “a dispetto della crisi nell’UE, a dispetto dell’assenza di consenso nell’UE sulle prospettive di adesione (dell’Ucraina), a dispetto delle frustrazioni conseguenti al ritardo nella firma dell’Accordo di Associazione, l’integrazione europea rimane la nostra priorità numero uno.”(2)

Queste dichiarazioni risultano tanto più ridicole in quanto, non è un segreto per nessuno, il ministro ucraino degli Affari esteri è molto ben introdotto a Mosca. La realtà è che dietro a questa politica ufficiale ucraina che si vanta di volere insieme l’integrazione nell’Unione europea e il mantenimento di eccellenti relazioni con la Russia, l’equidistanza è solo di facciata. Che lo si riconosca o no, l’obiettivo, ancora non confessabile date le resistenze considerevoli di gran parte dell’opinione pubblica ucraina, è in realtà di aggregarsi allo spazio dello stato di diritto relativo (per gli ottimisti) costituito dalla Russia attuale. E’ questa la politica che stanno perseguendo il Presidente Yanukovic e la sua famiglia (la Famiglia)(3) con l’abilità di temibili bluffatori di poker.

A Mosca hanno imparato bene la lezione dalla rivoluzione arancione del novembre 2004. Le dichiarazioni intempestive come quella del Presidente Putin che si affrettò a congratularsi col candidato Yanukovic prima ancora della proclamazione dei risultati ufficiali sono bandite. Ma il progetto rimane lo stesso. Colui che, a Berlino nel 2005, non esitava a dichiarare che “La dissoluzione dell’URSS è la più grande tragedia geopolitica del XX Secolo, colui che non la rimpiange non ha cuore, colui che vuole ricostituirla come prima non ha cervello.”(4) , persegue con grande testardaggine il suo disegno: (ri)fare di Mosca il centro di un grande spazio geopolitico. Sotto una forma nuova: “ Proponiamo un modello di unificazione potente e sovranazionale, in grado di diventare uno dei poli del mondo contemporaneo”, … “abbiamo un obbiettivo più ambizioso: progredire verso un altro livello, più elevato, di integrazione: l’Unione eurasiatica” (5) .

Il ruolo dell’Ucraina in questo contesto è determinante. In ragione del suo peso economico e demografico, certo. Ma soprattutto per una ragione più prosaica e consustanziale alla natura del regime di Vladimir Putin. Quella di impedire che un grande Paese che condivide, essenzialmente (6), la stessa eredità imperiale e sovietica della Russia possa diventare una formidabile smentita al tipo di regime promosso dal presidente russo. Lo stato di diritto contro la “dittatura della legge” (7) del più forte, la separazione dei poteri contro il potere verticale, una piena collaborazione con l’Europa contro il neo-imperialismo… Il presidente Putin, peraltro, l’ha detto senza perifrasi, affermando che l’adesione dell’Ucraina all’Unione era irrealistica (8).

Al contrario, una rapida integrazione dell’Ucraina nell’Unione europea costituirebbe un formidabile catalizzatore per il radicamento dello stato di diritto, il consolidamento della democrazia e lo sviluppo economico di un Paese di 46 milioni di abitanti nonché un potente moltiplicatore degli scambi economici e culturali tra l’Ucraina e l’Unione.

L’Unione europea ha altre preoccupazioni e quindi altre priorità, si dirà. Ma, a meno di considerare come inevitabile una stagnazione alla giapponese di una ventina d’anni, dove qualsiasi proiezione nel futuro diviene tabù, perché non pensare – e preparare – il post-crisi? Quali sarebbero i costi, diretti e indiretti, di un’Ucraina alla deriva? Quale sarebbe il mancato guadagno economico e, soprattutto, politico di un’Unione senza l’Ucraina? Se, invece, si scommette su – e si lavora a – un rilancio economico e politico dell’Unione nei cinque anni a venire, pianificare sin d’ora un processo di adesione dell’Ucraina entro dieci anni è perfettamente fattibile. Per l’Unione implica a breve termine l’attribuzione di un aiuto tecnico e giuridico per l’integrazione dell’acquis comunitario e dei fondi di pre-adesione, relativamente modesti rispetto al bilancio comunitario complessivo.

In questa incredibile partita di poker col bluff nella quale l’Unione si è lasciata trascinare, non c’è più tempo per tergiversare. L’Unione e i 27 potrebbero chiedere di “vedere”, potrebbero costringere le autorità ucraine a mostrare le loro carte (e il loro gioco). Come? Firmando e ratificando il più rapidamente possibile l’Accordo di Associazione e proponendo di iniziare, sulla sua scia, il processo di adesione all’UE che potrebbe opportunamente cominciare col negoziato dei capitoli 23, “Apparato giudiziario e diritti fondamentali”, e 24, “Giustizia, libertà e sicurezza”.

Note al testo:

(1) Il 3 luglio 2012 la Corte Europea dei Diritti Umani ha condannato l’Ucraina, considerando che “l’arresto del Signor Lutsenko è stato arbitrario”, ed effettuato senza “alcuna ragione valida”.
(2) Ukrainian Politics Foundation – Institute of Ukrainian Policy, 12 Maggio 2012.
(3) The EU’s Plan B for Ukraine, Olga Shumylo-Tapiola, Carnegie Endowment, 14 Maggio 2012.
(4) Intervista di Pierre Hasner, a cura di Marc Semo, Libération, 20 settembre 2008.
(5) Izvestia, 4 ottobre 2011, AFP, 5 ottobre 2011.
(6) Salvo i territori polacchi, cecoslovacchi e rumeni annessi all’Ucraina da Stalin.
(7) Espressione coniata da Putin.
(8)Putin schitaet nerealnim vstuplenie Ukraini v ЕS” [Putin Considers Ukraine Joining EU to be Unrealistic], 16 September 2011.


Autore: Olivier Dupuis

Nato a Ath (Belgio) nel 1958. Laureato in scienze politiche e sociali all’Università di Lovanio, è esperto di politica internazionale e europea. E’ stato prima dirigente e poi segretario del Partito Radicale Transnazionale dal 1995 al 2003 e deputato europeo, eletto in Italia, per due legislature (1996-2004). Gestisce il blog leuropeen.eu .

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