L’Unione Interbancaria, una possibile via di salvezza

– “La situazione è ancora grave ma c’è una luce in fondo al tunnel”. Nelle parole di Mario Draghi si trova quella che viene considerata in sede europea la soluzione alla crisi anticiclica dalla quale l’Unione sembra non essere in grado di uscire.

L’accelerazione del 29 giugno sul meccanismo permanente di stabilità ha trovato conferme nell’eurovertice di martedì e dovrebbe tradursi in consolidamento delle posizioni nel prossimo appuntamento del 20 luglio. L’obiettivo dichiarato, fortemente voluto dal presidente di Eurotower, è arrivare entro fine 2012 a quell’unione bancaria sovranazionale cui sta lavorando insieme a Barroso. Essa rappresenta un passo necessario verso il processo integrativo che porterebbe all’unione di bilancio e di politiche fiscali in sede continentale.

L’Europa è stata per un quarantennio un mercato comune, e per poco più di un decennio un’area di scambi a valuta comune. La debolezza di questa strategia fatta con piccoli passi successivi si è manifestata in tutta la sua violenza quando il deterioramento del ciclo economico ha messo in luce le discrasie di sistemi troppo eterogenei tra loro. Membri come la Grecia e l’Italia, ma anche Francia e, in misura minore la stessa Germania, non hanno voluto o saputo risolvere problemi, talvolta strutturali, di bilancio pubblico; altri, come Irlanda e Spagna, sono stati costretti a chiedere soccorso per il sistema bancario interno, stressato da bolle speculative e finanziarizzazione degli attivi.

Alle difficoltà dei sistemi creditizi interni, gli organismi comunitari hanno reagito con una duplice strategia: rafforzando i sistemi di vigilanza centrale attraverso l’istituzione di un’autorità (EBA) competente in materia di ricapitalizzazione degli istituti; garantendo meccanismi temporanei di finanziamento, LTRO – long term refinancing operation – e programmi di stability contenuti nell’EFSF. Entrambi gli strumenti, validi per tamponare situazioni contingenti di difficoltà di accesso al credito a tassi sostenibili, hanno però il difetto di trasformarsi in debito pubblico, alimentando così quella spirale di sofferenze debitorie che è alla base delle difficoltà in cui versano i Paesi eurodeboli.

Per questa ragione vediamo con favore la trasformazione del fondo europeo di stabilità finanziaria in meccanismo permanente di salvataggio. Il fatto che gli interventi, eventuali e su richiesta, dell’ESM non generano debito pubblico, rappresenta un tassello indispensabile per la messa in sicurezza dei conti pubblici, seppur nei limiti di una dotazione – 500 miliardi – non certo tranquillizzante.

Ma perché è necessario garantire la stabilità del sistema creditizio da cui è dipesa gran parte della crisi economica che stiamo vivendo dall’agosto 2007?

Nel nostro continente opera il 53% degli istituti di credito mondiali. La centralità di questi istituti nell’economia di un Paese si evince dai milioni di correntisti che vi depositano i propri risparmi e nel sostegno alle imprese commerciali ed industriali. Il rafforzamento dei requisiti patrimoniali, il divieto di operazioni a leva senza adeguata copertura, la “liquidazione ordinata” degli istituti insanabili e il salvataggio di quelli sanabili, sono misure rese necessarie per evitare che un rischio specifico – il rischio credito – diventi sistemico trascinando nell’insolvenza un’economia intera.

La crisi americana dei subprime ci ha insegnato che la delega del rischio dalla banca mutuante al market maker, che trasforma il mutuo in strumento finanziario negoziabile prima e in credit swap poi, non annulla quel rischio ma ne allontana solo la percezione.
Quando il sistema manifesta i primi segnali di insostenibilità, reagisce con una crisi di fiducia fra gli operatori che blocca gli scambi. La crisi di liquidità che ne consegue rende quei titoli non negoziabili e quindi ne annulla il valore di mercato. I due fallimenti più famosi, uno portato a termine e l’altro scongiurato con azione congiunta di Fed e Governo federale (rispettivamente Lehman Brothers e AIG) hanno avuto in comune la caratteristica di manifestarsi nell’arco di pochi giorni non solo (e non tanto) per inadempienza delle agenzie di rating, ma perché il blocco degli scambi era stato repentino.

Le banche, piaccia o no, sono strutture integrate nel tessuto economico della società. Uniformare i criteri di solvency delle banche europee, scopo dell’unione bancaria, vuol dire evitare che crisi devastanti come quella che stiamo vivendo e quella, molto simile, del ’29 si ripresentino.

“Non ci sono scorciatoie” dice ancora Draghi; l’Unione Europea passa anche attraverso la supervisione bancaria sovranazionale.


Autore: Costantino De Blasi

Nato a Brindisi nel 1968, vive fra Salerno e Milano. Risk manager per una società di brokeraggio e consulente finanziario. Seguace di Friedman e della scuola liberista di Chicago, è iscritto a FARE per Fermare il Declino, e candidato al Senato.

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