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Totti sull’omofobia non sa quel che dice, ma sa quel che fa: la cosa giusta

– Sembra proprio che quest’estate sia di moda tra i calciatori parlare di gay. Il palcoscenico non è più quello internazionale degli Europei, ma quello capitolino.

Ad iniziare la polemica è stato l’insulto omofobo rivolto su twitter da Zarate ad un tifoso romanista importuno, l’involontaria risposta invece arriva invece da un confuso Francesco Totti, che richiesto in conferenza stampa di intervenire sul “tema”, pensa che gli si chieda dell’affaire Cassano e risponde serissimo e impacciato: “Io rispetto l’omofobia, rispetto la gente che vuole fare quella cosa, sono esseri umani e vanno rispettati”.

Con fatica, fuori microfono, l’addetta stampa della Roma tenta di spiegargli in corsa che omofobia e omosessualità non sono sinonimi e intanto i giornalisti gli spiegano che le parole di cui gli si chiedeva un commento erano quelle del laziale Zarate… Allora Totti si salva “romanisticamente” in corner con un “Mica ‘o conosco, Zarate?…Mejo così”.
E’ un episodio grottesco che fa della persona Totti qualcosa di molto vicino al personaggio Totti protagonista, in coppia con la moglie, di una nota campagna pubblicitaria. Ma il capitano giallorosso, che sulla sua ignoranza tontolona ha scelto di marciarci, ne è uscito alla fine più indenne di Cassano e di Zarate.

Perché in fondo c’è ignoranza e ignoranza. C’è l’ignoranza “grammaticale” del calciatore ruspante e c’è quella morale del calciatore tracotante. C’è l’ignoranza che costringe Totti a lottare con l’italiano e a dichiararsi onorevolmente sconfitto, e c’è l’ignoranza che consiglia virilisticamente ai calciatori di dar sfoggio di un pregiudizio omofobo. Totti scambia le parole – omofobia e omosessualità – ma non confonde le cose, non sa quel che dice, ma sa quel che fa e si iscrive a suo modo nel “partito Marchisio”. Nel nome del “capitano” i tifosi giallorossi non potranno gridare “ah frocio!” agli avversari, perché anche “la gente che vuole fare quella cosa, sono esseri umani e vanno rispettati”. E questo è alla fine quello che conta.

La battaglia anti-omofobica nel mondo del calcio, come abbiamo già scritto, non ha bisogno di confessioni, ma di dissociazioni. Non ha bisogno di campioni gay, ma di campioni che la smettano di accarezzare il pelo al pregiudizio anti-gay. Da questo punto di vista, Totti, anche con il suo italiano improbabile e sconclusionato, si è rivelato un ottimo testimonial. Diventerà perfetto quando – come Marchisio – dirà che i gay non hanno solo diritto di essere tali nel privato, ma di apparire tali anche nel loro (e al loro) pubblico.


Autore: Simona Nazzaro

Nata a Roma nel 1980. Laureata in Scienze della Comunicazione, a La Sapienza, ha curato le campagne politiche e di comunicazione dell’Associazione Luca Coscioni. Collabora con diversi settimanali e quotidiani. La sua grande passione è il basket, e da anni concilia questa con il lavoro: conduce infatti una trasmissione radiofonica di approfondimento sportivo.

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