Più credibili di quel che sembra, ma meno del necessario

di LUCIO SCUDIERO – Riunitisi per perfezionare i dettagli, rischiarono di ridiscutere i principi. Se una sintesi va tratta dall’Eurogruppo consumatosi ieri in quel luogo iperuranico che è diventata Bruxelles, capitale di un Paese che non c’è, è questa qui.

Un bilancio non entusiasmante, dunque, con l’ennesimo rinvio tattico, che rischiava però di essere pessimo, a giudicare dal timore di rappresaglie nordiche pendente sulle già provate milizie del vituperato “ClubMed”. Olanda e Finlandia non avevano nè il peso, nè la statura, e francamente neppure la ragionevolezza della pretesa, per imporre una ritrattazione del patto faticosamente siglato lo scorso 29 giugno.  Perchè stiamo parlando di due paesi che insieme fanno rispettivamente il 6 e l’1 per cento del Pil dell’eurozona, contro il 16 e il 12 di Italia e Spagna, e che alle procedure di “salvataggio” finora approntate dall’UE contribuiscono con quote irrisorie: l’1 per cento la ritrosissima Finlandia, contro il 12,4 per cento dell’Italia e l’8,7 della Spagna.

Uno stop dell’iter di rafforzamento del meccanismo di stabilizzazione finanziaria dei paesi più esposti, sarebbe stato iniquo e ancora meno efficace del timido accomodamento trovato, quello di utilizzare le dotazioni limitate dei fondi Efsf-Esm per comprare titoli sul mercato secondario attraverso la Bce. Lentamente, forse troppo, si comincia a intaccare il muro di gomma contro cui erano rimbalzate le proposte di coinvolgimento diretto di Francoforte nella gestione della febbre sui titoli di Stato.

Quello di ieri è stato un risultato di meticolosità, credibilità e perseveranza di Mario Monti, in veste di titolare dell’Economia. Ha giovato alla trattativa la conferma della notizia che in Italia si fa sul serio coi compiti a casa, e stavolta l’assegno era la spending review come la riforma del lavoro era stata alla vigilia del vertice di dieci giorni fa.

Date le condizioni interne, l’esecutivo Monti di più non può oggettivamente fare nè l’Europa e i mercati, forse, concedere in termini di fiducia al nostro Paese. Il quadro politico italiano è un generatore automatico di inaffidabilità. Basti pensare che qui si campa alla giornata e si rischia una crisi di governo sulla governance della Rai. Sindacati e industriali seguono, ciascuno per il proprio, a ruota. E il sistema di informazione spesso sembra privilegiare la notiziabilità delle beghe alla comprensione approfondita dei fatti, ciò che servirebbe a far consapevolezza presso la pubblica opinione e a evitare che ceda a pulsioni demagogiche o di mero rifiuto della realtà.  E’ un circuito infernale dove tutto e tutti contribuiscono a generare spread. L’Italia di Monti è condannata ad essere più credibile di quel che sembra, ma sempre meno del necessario.

E non giova, spiace dirlo, il monito all’urgenza della riforma elettorale espresso ieri dal Capo dello Stato, perchè i partiti lo interpreteranno male e in fretta, pasticciando una soluzione che riterranno di garanzia fintanto che non “fotterà” nessuno di loro, sollevandoli dall’onere più gravoso di autoriformarsi per davvero. La parola chiave che oggi espia il fio di tutte le colpe è “preferenze”, dimenticando cosa siano e cosa portino in dote. Insomma, si profila l’ennesimo giro a vuoto sul piano delle riforme politico istituzionali demandate al Parlamento, e questo i mercati e i partner europei lo intuiscono.

Unico argine all’eterno ritorno dell’uguale sarebbe un’eventuale disponibilità di Monti a guidare l’esecutivo della prossima legislatura. Che sarà breve e transitoria, di sicuro. Ma non è detto che solo per questo possa far meno danni.


Autore: Lucio Scudiero

Classe 1986, è laureato in Giurisprudenza presso l’Università Federico II di Napoli. Quando non scrive nè edita bozze altrui studia a un master di diritto europeo, in attesa di potersi dedicare alla storia moderna, alla musica e ai classici della letteratura. E' incidentalmente caporedattore di Libertiamo.it.

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