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Vota Antonio! La passione per le preferenze, in un Paese dimentico di sé

La passione per le preferenze che ha contagiato una parte del sistema politico e molta parte di quello anti-politico dà la misura di un Paese dimentico di sé e della propria storia e piuttosto incline a fare “all’italiana”, anche quando ciò non giova affatto all’Italia. Il sistema delle preferenze è stato infatti alla base di quel processo di corruzione economica e libanizzazione politica che ha portato al collasso morale e finanziario della Prima Repubblica.

In sé le preferenze costituiscono un formidabile incentivo alla cattura e alla fidelizzazione del consenso mediante l’uso del potere e del denaro pubblico. In un collegio uninominale, nessuno può sperare di comprare il voto della maggioranza (relativa o assoluta) degli elettori. In un sistema proporzionale con preferenze un cacciatore di voti efficiente diventa inamovibile “pagando” il voto di una esigua minoranza. Le preferenze trasformano naturalmente la rappresentanza politica in una sorta di sindacato clientelare e il voto in voto di scambio.

Non c’è clientela solo dove c’è malaffare, ma dove l’interesse materiale o ideale del rappresentato dipenda direttamente dal potere del rappresentante. Da questo punto di vista, le preferenze aggravano e non correggono il difetto sia di rappresentatività che di democraticità proprio dei sistemi proporzionali. E non è un caso che non esista alcun sistema proporzionale efficiente – a partire da quello spagnolo o tedesco – in cui ci si affidi al sistema delle preferenze individuali per la selezione degli eletti.

Ai problemi che il sistema delle preferenze comporta di per sé si sommano i problemi che le preferenze comportano in un Paese in cui la democrazia tende a farsi naturalmente “minoritaria”, sia per un problema di offerta che di domanda politica. Se – come purtroppo avviene in Italia – gli elettori e gli eletti condividono l’attitudine ad intendere il consenso come uno scambio tra un voto e una “prestazione”, le preferenze rendono più opaca e pervasiva la spinta all’intermediazione politica. La politica dovrebbe occuparsi delle regole e non degli esiti del gioco.  Le preferenze legano invece i politici agli “affari” di alcuni giocatori e favoriscono gli interessi organizzati e concentrati a svantaggio di quelli disorganizzati e diffusi.

Del Porcellum l’aspetto scandaloso non è in sé il meccanismo delle liste bloccate, che funziona assai meglio in Spagna o in Germania. E’ il fatto che in un sistema di partiti personali e proprietari le candidature “bloccate” non riflettono la realtà plurale del partito, ma l’interesse esclusivo del suo titolare pro tempore o pro semper. L’elezione della Minetti al Consiglio Regionale della Lombardia non è dipesa dalle liste bloccate, ma dalla natura del partito berlusconiano. E le preferenze non hanno peraltro impedito che il Cav. paracadutasse al Parlamento europeo altre “ragazze” sconosciute a tutti, ma non a lui. In un quadro proporzionale, un sistema di primarie interne e aperte sulla composizione delle liste è decisamente più democratico di un sistema che affida alla guerra interna delle preferenze individuali la scelta di chi dovrebbe alla fine rappresentare il partito. Un eletto con 10.000 preferenze in un partito che ha preso 100.000 voti in una circoscrizione con 1.000.000 elettori rappresenta l’1% del suo territorio e il 10% del suo partito.

Per smontare il sistema di blocchi che rendono inefficiente la democrazia italiana, non serve tornare indietro al sistema elettorale pre ’94. Serve andare nella direzione opposta, cioè più avanti di dove ci si era fermati con Mattarellum, costruendo un sistema per tre quarti maggioritario sulle fondamenta di una quota proporzionale residua, ma decisiva per ordinare il sistema politico. Un sistema uninominale e maggioritario – ad uno o due turni – sarebbe molto più efficiente sul piano istituzionale e democratico sul piano politico e sarebbe assolutamente decisivo per rendere tutti i seggi teoricamente contendibili. In un sistema proporzionale (a maggior ragione con preferenze) non si dà neppure l’ipotesi che un “uscente” di potere non sia destinato alla riconferma. Nelle democrazie maggioritarie sono invece all’ordine del giorno i casi – ultimo quello di Ségolène Royal – in cui un potente viene licenziato (a volte clamorosamente) dagli elettori del suo collegio.

Non esistono sistemi elettorali perfetti ed è possibile che anche un maggioritario classico sarebbe destinato in Italia ad un funzionamento meno efficiente del previsto, visti i “fondamentali politici” del Paese (a partire dalla natura e dalla qualità dei partiti). Ma sistemi elettorali in sé più che imperfetti sarebbero destinati certamente a “disfunzionare”. Come e peggio che in passato.

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Twitter @carmelopalma


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

6 Responses to “Vota Antonio! La passione per le preferenze, in un Paese dimentico di sé”

  1. Luca Di Risio scrive:

    D’accordissimo. Con la dovuta precisazione che il porcellum è stato voluto da tutti e non solo da Berlusconi. Le liste bloccate erano il contrappeso inserito contro Casini e Fini che furono i veri fautori del ritorno al proporzionale. Occorre farlo presente.

  2. Giorgio Frabetti scrive:

    Il collegio uninominale nell’esperienza 1994-2001 in Italia ha solo anticipato il meccanismo delle “liste bloccate”, permettendo ai principali partiti di “piazzare” i loro candidati speculando sulla forte polarizzazione nazionale del voto. Finchè resterà il Ns. bipolarismo malato e ideologico, finchè resteranno le NOMENKLATURE che conosciamo ai vertici dei partiti poco cambierà, vanificando l’auspicio di Carmelo per una nuova contendibilità delle candidature. Ed è poi vero che le preferenze hanno garantito non solo corruttele mafiose o clientelari, ma anche selezione delle classi dirigenti (penso alla pur sfortunata esperienza dei “Cento”): e non è da sottovalutare questa ipotesi come correttivo per la mancanza di “democrazia interna” dei partiti. Non è per caso che dietro a questa paura delle preferenze, ci sia una totemica paura della società civile, dei territori, delle associazioni, dei corpi intermedi, tipica di certa area “liberal” italiana. Io sono il primo a non nutrire veruna stima per l’intelligenza collettiva degli italiani, ma c’è da porsi seriamente il punto se i Ns. corpi intermedi siano da buttare via tutti. Ad esempio, io per esperienza professionale, ho trovato nei Consulenti e nei Professionisti dei Patronati molta conoscenza e pratica del diritto previdenziale (dovuta al rapporto diretto con i cittadini), meritevoli di assumere ruoli dirigenti, talvolta di più di molti Professori di Centri Studi… Forse le preferenze sono il male minore, meditiamo!

  3. Carmelo Palma scrive:

    Il fatto che anche il sistema maggioritario abbia funzionato all’italiana – candidati paracadutati in collegi blindati e “ingoiati” senza colpo ferire dagli elettori – non significa affatto che le cose andrebbero meglio con un sistema ancora più caratteristicamente italiano, con pochissime applicazioni internazionali e in nessuna grande democrazia parlamentare. La superiore qualità della classe dirigente primo-repubblicana, al di fuori della mitologia, mi sembra più legato a dinamiche socio-politiche che tecnico-elettorali. Esistevano i partiti – secondo un modello non riproducibile, ma allora efficiente – ed esisteva una classe dirigente che aveva un senso molto alto, anche se un po’ paludato, della professione politica. Tutte cose che non hanno niente a che fare col proporzionale.
    Ritorno sul cuore del ragionamento. Il sistema a preferenze fa coincidere la rappresentanza politica con i rappresentanti di una quota esigua e tutt’altro che “generale” dell’elettorato, portatori di interessi specifici e microsettoriali. Se un eletto, anzi tutti gli eletti, non devono rappresentare (non scontentare) la maggioranza degli elettori dei rispettivi collegi, ma solo qualche migliaia di “amici”, cadono insieme l’unità politica dei partiti e l’efficienza di governo delle istituzioni.

  4. Paolo scrive:

    Nei sistemi elettorali precedenti la preferenza era solo una facoltà, non un obbligo: la maggioranza degli elettori votava solo la lista, e pochi prezzolati piazzavano la preferenza.

    Ne derivava l'”efficenza” del voto di scambio, che consentiva al “cacciatore di voti” di guadagnarsi il seggio tramite le poche preferenze dei “clienti”. Voto, tra l’altro, anni addietro controllabilissimo date le svariate possibilità per indicare le preferenze (combinazioni di cognomi, nomi e numeri di lista).

    Ma con l’abolizione del voto alla sola lista e l’introduzione del voto di preferenza obbligatorio, da esprimersi con segno sul nome dei candidati, il meccanismo clientelare non avrebbe vita così facile (o quanto meno non darebbe tali risultati).

    E tra una Minetti e un outsider di valore, l’elettorato ben potrebbe dare una sberla elettorale alla segreteria del partito…

  5. Giorgio Frabetti scrive:

    Riprendo il cuore del ragionamento di Carmelo: “Il sistema a preferenze fa coincidere la rappresentanza politica con i rappresentanti di una quota esigua e tutt’altro che “generale” dell’elettorato, portatori di interessi specifici e microsettoriali. Se un eletto, anzi tutti gli eletti, non devono rappresentare (non scontentare) la maggioranza degli elettori dei rispettivi collegi, ma solo qualche migliaia di “amici”, cadono insieme l’unità politica dei partiti e l’efficienza di governo delle istituzioni”. Ciò è assolutamente vero e coerente, ma cosa ci garantisce che la “sintesi” tra volontà generale e particolare che non si realizza con un sistema Porcellum debba realizzarsi con collegi uninominali, per eccellenza ricavati da un frazionamento della rappresentanza? Non è per caso un problema che investe questioni di equilibrio costituzionale più complessivo?
    Forse non c’è modo di ricavare la “volontà generale” dai parlamenti, per limiti storici e costituzionali!
    Da che mondo e mondo i Parlamenti non sono mai riusciti ad essere rappresentativi di una vera “volontà generale” ed è curioso che quando ci sono riusciti (nella Prima Repubblica) ciò accadeva perchè i parlamentari erano puntellati … dai partiti! Cioè da organismi extraparlamentari … Io credo che sia fisiologico che i Parlamenti diventino depositari delle varie istanze anche microsettoriali della società civile; e si sa alla base delle più gravi esperienze di instabilità (come la fase prerivoluzionaria e la crisi prerisorgimentale) c’è sempre una crisi degli organi di rappresentanza. E c’è da riflettere che liste bloccate e premio di maggioranza abbiano concorso alla crisi di Berlusconi, contestato per la sua autoreferenzialità.
    Quindi, un certo quale ruolo di “valvola di sfogo” dei particolarismi è inevitabile. E in questo senso parlare di preferenze non è una bestemmia. Il punto è un altro; impedire che questa Istituzione che è fatalmente apparsa un “pachiderma” possieda un potere incontrollato di spesa: ecco allora che servono i vincoli sul pareggio di bilancio in Costituzione ad esempio e altri rimedi che Carmelo conosce meglio di me. E poi la “volontà generale” potrebbe trovarsi in meccanismi di rafforzamento e blindatura dell’esecutivo, Cancellierato o Presidenzialismo etc. Mi scuso per la lunghezza.

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  1. […] per davvero. La parola chiave che oggi espia il fio di tutte le colpe è “preferenze”, dimenticando cosa siano e cosa portino in dote. Insomma, si profila l’ennesimo giro a vuoto sul piano delle riforme politico istituzionali […]