La passione per le preferenze che ha contagiato una parte del sistema politico e molta parte di quello anti-politico dà la misura di un Paese dimentico di sé e della propria storia e piuttosto incline a fare “all’italiana”, anche quando ciò non giova affatto all’Italia. Il sistema delle preferenze è stato infatti alla base di quel processo di corruzione economica e libanizzazione politica che ha portato al collasso morale e finanziario della Prima Repubblica.

In sé le preferenze costituiscono un formidabile incentivo alla cattura e alla fidelizzazione del consenso mediante l’uso del potere e del denaro pubblico. In un collegio uninominale, nessuno può sperare di comprare il voto della maggioranza (relativa o assoluta) degli elettori. In un sistema proporzionale con preferenze un cacciatore di voti efficiente diventa inamovibile “pagando” il voto di una esigua minoranza. Le preferenze trasformano naturalmente la rappresentanza politica in una sorta di sindacato clientelare e il voto in voto di scambio.

Non c’è clientela solo dove c’è malaffare, ma dove l’interesse materiale o ideale del rappresentato dipenda direttamente dal potere del rappresentante. Da questo punto di vista, le preferenze aggravano e non correggono il difetto sia di rappresentatività che di democraticità proprio dei sistemi proporzionali. E non è un caso che non esista alcun sistema proporzionale efficiente – a partire da quello spagnolo o tedesco – in cui ci si affidi al sistema delle preferenze individuali per la selezione degli eletti.

Ai problemi che il sistema delle preferenze comporta di per sé si sommano i problemi che le preferenze comportano in un Paese in cui la democrazia tende a farsi naturalmente “minoritaria”, sia per un problema di offerta che di domanda politica. Se – come purtroppo avviene in Italia – gli elettori e gli eletti condividono l’attitudine ad intendere il consenso come uno scambio tra un voto e una “prestazione”, le preferenze rendono più opaca e pervasiva la spinta all’intermediazione politica. La politica dovrebbe occuparsi delle regole e non degli esiti del gioco.  Le preferenze legano invece i politici agli “affari” di alcuni giocatori e favoriscono gli interessi organizzati e concentrati a svantaggio di quelli disorganizzati e diffusi.

Del Porcellum l’aspetto scandaloso non è in sé il meccanismo delle liste bloccate, che funziona assai meglio in Spagna o in Germania. E’ il fatto che in un sistema di partiti personali e proprietari le candidature “bloccate” non riflettono la realtà plurale del partito, ma l’interesse esclusivo del suo titolare pro tempore o pro semper. L’elezione della Minetti al Consiglio Regionale della Lombardia non è dipesa dalle liste bloccate, ma dalla natura del partito berlusconiano. E le preferenze non hanno peraltro impedito che il Cav. paracadutasse al Parlamento europeo altre “ragazze” sconosciute a tutti, ma non a lui. In un quadro proporzionale, un sistema di primarie interne e aperte sulla composizione delle liste è decisamente più democratico di un sistema che affida alla guerra interna delle preferenze individuali la scelta di chi dovrebbe alla fine rappresentare il partito. Un eletto con 10.000 preferenze in un partito che ha preso 100.000 voti in una circoscrizione con 1.000.000 elettori rappresenta l’1% del suo territorio e il 10% del suo partito.

Per smontare il sistema di blocchi che rendono inefficiente la democrazia italiana, non serve tornare indietro al sistema elettorale pre ’94. Serve andare nella direzione opposta, cioè più avanti di dove ci si era fermati con Mattarellum, costruendo un sistema per tre quarti maggioritario sulle fondamenta di una quota proporzionale residua, ma decisiva per ordinare il sistema politico. Un sistema uninominale e maggioritario – ad uno o due turni – sarebbe molto più efficiente sul piano istituzionale e democratico sul piano politico e sarebbe assolutamente decisivo per rendere tutti i seggi teoricamente contendibili. In un sistema proporzionale (a maggior ragione con preferenze) non si dà neppure l’ipotesi che un “uscente” di potere non sia destinato alla riconferma. Nelle democrazie maggioritarie sono invece all’ordine del giorno i casi – ultimo quello di Ségolène Royal – in cui un potente viene licenziato (a volte clamorosamente) dagli elettori del suo collegio.

Non esistono sistemi elettorali perfetti ed è possibile che anche un maggioritario classico sarebbe destinato in Italia ad un funzionamento meno efficiente del previsto, visti i “fondamentali politici” del Paese (a partire dalla natura e dalla qualità dei partiti). Ma sistemi elettorali in sé più che imperfetti sarebbero destinati certamente a “disfunzionare”. Come e peggio che in passato.

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Twitter @carmelopalma