di MARIANNA MASCIOLETTI – Gli europei di calcio sono finiti. Le Olimpiadi ancora non iniziano. Dunque, in questo mese di intervallo tra i due avvenimenti sportivi dell’estate, siamo obbligati a trovare qualcos’altro per cui dividerci in tifoserie, come nella miglior tradizione italiana.

Granita contro ghiacciolo? Vasco contro Ligabue? Berlusconi contro Grillo?
No, beh, ormai sono quasi sei mesi che c’è il governo tecnico, e una certa qual sobrietà si è impadronita anche di noi, impedendoci di interessarci più di tanto a queste alternative frivole.

La grande battaglia del luglio 2012, quindi, complice anche la direzione che ha preso la spending review del governo Monti, sembra essersi scatenata sugli impiegati statali, tra chi li vede come nobili, disinteressati esempi di eroismo e abnegazione e chi invece li ritiene fannulloni, mangiapane a ufo, rovina dell’ (altrimenti impeccabile) Italia.

Appassionante, senza dubbio, come tutte le querelle che nascono ogni giorno nel nostro Paese, impedendoci di disaffezionarci del tutto alla sit-com della politica. Quello che colpisce di più di tutto il resto un’umile utente dei social network come la sottoscritta, però, è il gelo caduto all’improvviso sull’autoproclamatosi “popolo della Rete” all’annuncio della suddetta spending review.

Quasi tutte le persone, ed erano parecchie, che fino alla scorsa settimana diffondevano continuamente immagini, slogan, filmati e chi più ne ha più ne metta per dire, sostanzialmente, “basta con gli sprechi”, adesso sembrano ammutolite: dalle rare e sparse notizie che ne pervengono, pare siano tornate a occuparsi di scarpe, di telefilm, di frasi di Oscar Wilde, di canzoni dell’estate.

Eppure, “basta con gli sprechi” è un’istanza legittima, anzi, più che legittima, necessaria in un periodo come questo: sorprende ancor di più, dunque, che la maggior parte dei suoi promotori, lungi dal raddoppiare di entusiasmo quando i progetti del governo in questo senso sono stati svelati al grande pubblico (o dal criticarli argomentando, come ha fatto Oscar Giannino), sia caduta nel torpore.

Seriamente, giovani, dove siete finiti? Si parla di tagliare 26 miliardi di euro, qua, mica bruscolini.
Si può discutere sui tempi, sui modi, sulla chiarezza, ma non sulla sostanza, che è quella che volevate: eliminare almeno una parte degli sprechi della macchina pubblica. Che vi succede?

Certo, vostra zia lavora alla provincia. Certo, vostro padre dirige una sottosezione di un ufficio pubblico, e magari ce la mette pure tutta per svolgere la sua funzione. Che poi quella funzione serva ancora a qualcosa, beh, è questione del tutto secondaria, si sa, il lavoro, QUEL lavoro, esattamente quello, è un diritto, barbari. Certo, vostro marito fa il portantino in uno degli ospedali decentrati che sono minacciati dai tagli.

Ma cosa sono questi dettagli, in confronto alla vittoria che tanto aspettavate? Pareva che farla finita con gli sprechi fosse una questione di vita o di morte, non vi lascerete mica fermare da qualche questioncella personale, da qualche (per ora solo annunciato) prepensionamento a condizioni più che eque, giusto?

Come? Ah, ho capito. Non erano queste, le spese da tagliare. Uhm. Erano le spese della Casta. Eh, ma proprio per quello: non avete visto che si prevede anche la riduzione delle province? Ah no, giusto, c’è zia che lavora negli uffici provinciali, quasi dimenticavo. Tagliare le province allora è, e non può essere altro che, una misura di spietata macelleria sociale portata avanti dallo spietato governo delle banche. Certo, non si può non convenire.

Ben altro, ci vorrebbe, ben altro. Gli stipendi dei parlamentari, ‘sti ladri. Quelli, andrebbero tagliati. O i parlamentari stessi, con un coltellaccio ben affilato, a quel che leggo sui profili di alcuni miei contatti. O almeno, se di più non si può fare, tagliategli le gomme, che se lo meritano.
Ma anzi, facciamo una bella cosa: aboliamo direttamente il Parlamento. Almeno la Camera dei Deputati, toh.
Trasformiamo finalmente quell’aula sorda e grigia in un bivacco di manipoli, come auspicava la buonanima. Che ci sta anche bene.

Risparmieremmo un sacco di soldi, potremmo inventarci lavori inutili per un’altra infornata di lavoratori pubblici e via, eliminato il conflitto generazionale, potremmo mandare in pensione ancora un po’ di gente a quarant’anni, ci pensate? Eh sì, recupereremmo la bellezza di 900 milioni di euro.

Come dite? Poco e niente? Qua ci vogliono i miliardi? Eh ma ragazzi miei, io ve l’ho detto.
Va bene, benissimo ridurre i costi della politica, da queste parti nessuno ha mai sostenuto il contrario. Bisogna però capire che sarebbe un atto poco più che simbolico, di fronte all’enormità delle cifre di cui parliamo.

Già. Gli sprechi non sono solo quelli degli altri, e ce ne stiamo accorgendo. La macchina statale si è espansa talmente tanto che non si può sperare di rimpicciolirla senza dar fastidio a nessuno: sono in pochi a non mangiare quello che Sciascia chiamava, con grande acutezza, “il pane del governo”.

Pane che, però, oggi è diventato quanto mai scarso, secco, muffito e dannoso: date retta, ragazzi, meglio imparare a impastarcelo da soli, ed essere liberi di farlo come ci pare. E magari la zia, chissà, anziché disperarsi per quel che ha perduto, sarà anche contenta di darci una mano.