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Comunicare. Perché informare non basta

– Come comunicare? E’ la domanda dalle risposte infinite, sospese, a tratti enigmatiche, che però in un modo o nell’altro chiunque si occupa di comunicazione si sente fare. Quando poi c’è di mezzo la politica la questione si fa complessa, apparentemente irrisolvibile, ma non troppo.

In politica la comunicazione può essere di due tipi. La prima è quella assertiva. Si comunica la decisione o l’intento. Si comunica in termini e con modalità didascaliche il tipo di decisione presa, il suo senso, le sue ragioni. Questo tipo di comunicazione, che potremmo definire burocratica, risponde al concetto di chiarezza, quando c’è, ma non risponde ad un’altra logica costitutiva della comunicazione politica, ossia, l’identificazione.

Con identificazione si intende quella modalità della comunicazione che permette una sorta di fusione virtuosa tra il tema del comunicante (politico, Istituzione, ecc.) ed il tema del cittadino. Politico e cittadino si compiono in una comunicazione compiuta solo nel momento in cui i loro propri temi dell’agire e del circuito comunicativo si muovono all’unisono. Per raggiungere questo risultato non basta far sapere o dire una cosa ai cittadini, ma bisogna far sì che i cittadini sentano l’urgenza di un qualcosa… e che questo qualcosa venga offerto loro dalla politica.

In poche parole io non devo, semplicemente, comunicare al popolo che lo Stato ha dichiarato guerra, ma devo far sì, prima di dichiarare guerra, che il popolo senta (e quindi che io gli faccia sentire) l’urgenza della guerra che ho intenzione di dichiarare, e che dichiarerò solo quando il sentimento e la volontà pubblica circa la guerra sarà talmente forte, smisurato, che la dichiarazione di guerra potrà sembrare non una scelta e decisione dello Stato, ma un adeguamento dello Stato ai desideri, a questo punto impellenti, del popolo.
Per vendere un televisore di nuovo tipo, devo prima creare nella società il desiderio, simbolico, di acquisto di un nuovo tipo di televisore – e poi lo lancerò sul mercato. Ma in solo in quel secondo momento. E questo televisore sarà la implicita risposta ad una domanda di novità tecnologica.

Queste sono banalità. Sono banalità che in poche righe stiamo ulteriormente banalizzando ma che non possono essere eluse nel momento in cui si decide di attuare o meno una strategia di comunicazione. La comunicazione senza una strategia complessa, sia testuale e sia ideologica, finisce per funzionare a scartamento ridotto, o ancor peggio finisce per essere sterile, o ancor peggio (il peggio nella comunicazione non finisce mai) finire per ottenere l’effetto inverso, ossia, invece dell’avvicinamento al cittadino, si ottiene l’allontanamento da esso.

Un partito, un governo, un nuovo soggetto politico, mai devono fare l’errore di intendere la comunicazione come “mettere al corrente”, ma, invece, sempre dovrebbero intenderla come “risposta negoziale”. Risposta ad istanze sociali come negoziazione tra le risposte politiche plausibili e quelle non plausibili nei confronti di istanze sociali plausibili ed istanze non plausibili.

La vera, fruttifera, strategia di comunicazione politica consiste nel preventivare le istanze sociali che più sono in linea con il proprio asset politico ed ideologico, organizzarle, coltivarle e divulgarle, e poi renderle azione politica. Solo in questo modo l’azione politica non correrà il rischio di essere rigettata dagli elettori, ma sarà considerata frutto della negoziazione virtuosa tra “loro” e “la politica”.

Tutto questo per dire cosa? Per dire che è facilmente spiegabile come e perché alcune azioni politiche di questi giorni (tagli, spending review, riforme ecc.) difficilmente trovano e troveranno il modo di essere accettate se non come imposizioni forzate. In termini sociali e psicologici è tutto ovvio e chiaro. In termini comunicazionali, invece, è meno chiaro il fatto che queste azioni politiche vengono lette come forzate anche perché non si è avuto modo, o tempo, o capacità di creare una strategia intertestuale, ad ampio raggio, di comunicazione che facesse sì da renderle una latente istanza sociale. Una motivazione e/o un desiderio pubblico.

Piacere a una donna non significa piacerle di per sé, ma significa convincerla di piacerle. A questo punto, se si è in grado di far ciò, qualunque donna potrà cadere ai piedi di chi lo vorrà. E questo vale per tutti i sessi, generi, categorie umane, elettori compresi.


Autore: Francesco Linguiti

Si occupa di produzione culturale. È autore nella produzione audiovisiva. È docente di semiologia del testo.

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