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Centralità della didattica e riforma degli incentivi

– “Per la valorizzazione della responsabilità educativa e sociale, della ricerca e del merito nell’università e nella ricerca”.

Questo il titolo del testo presentato all’attenzione del Ministro Profumo solo qualche giorno fa da Stefano Semplici, professore di Etica Sociale dell’Università di Roma “Tor Vergata”, direttore scientifico del Collegio “Lamaro Pozzani” e presidente del Comitato Internazionale di Bioetica dell’Unesco; Giampaolo Azzoni, professore di Giuriprudenza dell’Università di Pavia e direttore del Centro di Etica Generale e Applicata del Collegio “Borromeo”; Paolo Leonardi, ordinario di Filosofia del Linguaggio all’Università di Bologna e direttore del Collegio Superiore; Emanuele Rossi, docente di Diritto Costituzionale della Scuola Superiore S. Anna di Pisa.

Si continua a parlare di diritto allo studio, di necessaria valorizzazione dei talenti, ma come è realizzabile un tale progetto se viene meno la centralità della didattica e si continuano a tagliare risorse agli atenei universitari?
La proposta, aperta all’adesione di tutti, rappresenta una vera sfida: è possibile cambiare dal basso un sistema che ormai non è più accettabile?… Quantomeno bisogna tentare!

I punti chiave sono la centralità della didattica e la necessità di nuovi finanziamenti: in primo luogo è quanto mai urgente una selezione rigorosa dei docenti, ponendo un tetto al numero delle abilitazioni e garantendo che solo docenti meritevoli possano insegnare, a patto che poi lo facciano effettivamente! L’attività didattica deve rappresentare il punto di forza della riforma: chiudere un occhio o forse anche due davanti agli evidenti problemi di assenteismo di un certo numero di docenti universitari, o dimenticare che il rapporto studente-docente rappresenta un elemento importante di un percorso formativo di eccellenza sicuramente non fa bene al sistema universitario italiano e crea un ambiente poco attraente per giovani in cerca di successo, il cui merito non viene adeguatamente riconosciuto.

Un problema forse connaturato alla società italiana è il parlare troppo di assenza di concrete prospettive di cambiamento a fronte di progetti troppo ambiziosi. Nel nostro caso, tuttavia, il problema non è l’utopia delle misure annunciate, ma la mancanza di reale volontà di cambiamento del sistema di incentivi. Sicuramente la previsione di un certo numero di ore di lezione da tenere personalmente dai docenti e l’assegnazione di compensi aggiuntivi ai professori che abbiano ricevuto una valutazione particolarmente pregevole nella didattica sono misure necessarie se si ritiene che l’insegnamento sia uno strumento formativo di primaria importanza.

Non è accettabile un sistema di valutazione dei professori basato esclusivamente sul numero di pubblicazioni, senza tuttavia considerare che la loro presenza in aula è limitata. Siamo ormai lontani dai tempi in cui l’insegnamento veniva percepito come una missione istituzionale per la formazione di giovani capaci e meritevoli e appare inattuale (purtroppo!) la concezione secondo la quale ai docenti universitari vengono affidate una funzione pubblica e un’alta responsabilità nella formazione dei giovani allievi.

Non si può poi non considerare che insegnare bene è sicuramente importante, ma – come ha fatto ben notare anche il professor Gustavo Piga in un recente intervento sul suo blog – l’insegnare male si traduce in un aggravio di costi per la società. L’idea di separare i centri di ricerca dai centri universitari non è condivisibile e non si può ammettere che i professori giustifichino sistematiche “distrazioni” dalla didattica con la necessità di riservare maggiore spazio alla ricerca. Si deve invece avere consapevolezza che le lezioni universitarie rivestono grande valore e mettere il proprio sapere a disposizione degli studenti è un compito tanto importante quanto l’attività di ricerca.

L’efficacia di un pacchetto di riforme deve certo essere connessa anche alla previsione di modifiche del sistema di incentivi finanziari:i capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”… è questa la base su cui i padri costituenti facevano leva per la costruzione di un sistema d’istruzione basato sulla valorizzazione delle qualità individuali, non dipendente dalle disponibilità finanziarie e dunque senza discriminazioni.

È forse fallito il tentativo di realizzare questo progetto, si è forse abbandonata la fiducia di creare un sistema di questo tipo? Si continua a parlare di merito, di necessaria valorizzazione dei talenti come possibile argine al brain drain di menti brillanti in paesi più attenti alla predisposizione di incentivi a favore di giovani meritevoli e capaci di contribuire in modo sicuramente decisivo alla crescita economico-culturale dei paesi ospitanti.
Si può ancora affermare che l’incentivazione del merito rappresenti l’obiettivo ultimo di un sistema d’istruzione che sempre minori risorse destina ai propri atenei universitari, rendendo l’istruzione un bene a fruizione riservata e ormai accessibile solo a pochi?

Deve essere vista con favore anche la possibilità, prevista nella proposta dei quattro professori, di destinare una quota del gettito fiscale risultante dai contratti di locazione per studenti fuori sede e una certa percentuale delle risorse risparmiate dagli atenei che amministrano in modo particolarmente efficiente l’ateneo a borse di studio e assegni di ricerca. Così come l’introduzione di incentivi per favorire l’accesso nel mondo del lavoro a giovani neolaureati particolarmente bravi.

I problemi non sono certo finiti: questioni quali il valore legale della laurea, l’ampliamento dell’offerta formativa con possibilità d’iscrizione temporanea a due corsi d’istruzione, il sostegno ai giovani universitari anche nel mondo del lavoro e della ricerca sono temi particolarmente complessi, che richiedono una vera presa di coscienza del trade-off costi-benefici e del fatto che un aggravio di costi nel breve periodo può tradursi in un generale miglioramento delle condizioni italiane, tenendo ben presente che in un’ottica di lungo periodo la crescita di un paese non può che dipendere dallo sviluppo di sinergie creative tra il mondo della ricerca e la realtà economico-politica.

Un’offerta formativa di qualità per tutti richiede che si acquisisca la consapevolezza dell’inesistenza di qualsiasi contraddizione tra equità e merito: la qualità deve essere diffusa ed è necessario che una formazione di eccellenza non sia garantita solo ed esclusivamente a chi può pagarla.

Si deve cioè capire che il merito deve essere posto al servizio dell’Italia, e non può servire solo per far fiorire paesi che si dimostrano oggi molto più attenti alla valorizzazione dei giovani talenti.


Autore: Marianna Meriani

Nata ad Avellino nel 1988. Laureata in Giurisprudenza a La Sapienza di Roma e membro dell'Associazione Laureati Cavalieri del Lavoro. Dopo un periodo di studi negli Stati Uniti, orna in Italia per continuare a coltivare il suo sogno più grande, la magistratura.

One Response to “Centralità della didattica e riforma degli incentivi”

  1. Paolo scrive:

    D’accordo, nel principio.

    Ma chissà perché non ho ancora visto una proposta proveniente “dal basso” dei dipendenti pubblici che preveda, a fianco dei forti incentivi per i migliori, altrettanto forti decurtazioni dello stipendio per i peggiori.

    Qualora fosse necessario, ricordo che in tutto il pubblico impiego gli unici contratti che continuano a mantenere gli scatti di anzianità di servizio sono proprio quelli della scuola e dell’università! Proprio come gli “statali puri” (i non contrattualizzati: polizia, forze armate, magistratura, diplomatici) che anch’essi, come il vino, più invecchiano e più van pagati…

    Ecco, mi vien da pensare che, sotto sotto, quel che si vuole è un bel merit-washing del meccanismo di riparto degli incentivi, senza però rischiare in caso che qualcosa vada storto nelle commissioni di valutazione: “tanto lo scatto d’anzianità non ce lo leva nessuno!”

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