A 17 anni da Srebrenica, un’intervista sul “genericidio”

– 17 anni fa cominciava il massacro della popolazione maschile di Srebrenica, il più grande atto di sterminio di massa in Europa dopo gli anni ’40 ed un esempio di “genericidio”, cioè di uccisione selettiva di un gran numero di persone sulla base del loro sesso.
Sulla rilevanza del concetto di “genericidio” Marco Faraci ha intervistato il professor Adam Jones, canadese, massimo esperto dell’argomento, oltre che uno dei più riconosciuti studiosi nel campo del genocidio.
Jones è autore di numerosi libri, tra cui “Gendercide and Genocide“, “Gender Inclusive: Essays on Violence, Men, and Feminist International Relations” e “Genocide: A Comprehensive Introduction”.


Prof.Jones, come definisce il “genericidio” e perché pensa che debba essere considerato un crimine specifico?

Esattamente la parola è stata inventata dalla studiosa femminista Mary Anne Warren per definire l’omicidio selettivo rispetto al genere. Io ci sono arrivato in modo indipendente nel 1999, durante la furia serba in Kosovo, dato che pensavo che fosse un ottimo termine per designare le atrocità selettive contro gli uomini che erano evidentemente in atto, così come lo erano state durante tutti i conflitti nei Balcani.
Ho scoperto dopo che la Warren aveva usato questa parola per prima, nel suo libro del ’95 “Gendercide”. Fortunatamente l’ha utilizzata in un’accezione che ne prevedeva l’applicabilità ad omicidi selettivi sia di donne che di uomini – anche se nella pratica lei si è focalizzata quasi interamente sulle donne.

In realtà non è corretto dire che penso che il genericidio “meriti di essere considerato come un crimine specifico”. Piuttosto, ritengo che debba essere considerato uno specifico “concetto” legato ai già riconosciuti crimini contro l’umanità, incluso il genocidio. La “Convenzione sul Genocidio”, ad esempio, consente di considerare genocidio anche la distruzione parziale di “un gruppo nazionale, etnico o razziale”. Il mio parere è che colpire anche solo gli uomini o solo le donne di un certo gruppo debba contare come genocidio – anche senza che sia necessario un set di leggi ad hoc.

Quando è cominciato il suo interesse per il tema del genericidio?

Già alla fine degli anni ’80, riflettevo seriamente su genere e violenza, in particolare sull’aspetto poco studiato della violenza contro gli uomini ed i ragazzi.
In un certo senso, il massacro di quattordici giovani donne al Politecnico di Montréal – vivevo là in quel periodo – fu un momento cruciale. Si trattò di uno shock per il sistema canadese – il peggior omicidio di massa mai verificatosi nel paese.
Io sono passato accanto alle bare delle vittime, insieme a centinaia di migliaia di quebechiani, e questo mi ha fatto riflettere profondamente sulla violenza contro le donne. Eppure allo stesso tempo realizzavo come la natura di quell’omicidio di massa – scegliere le persone di un certo sesso, separarle dalle altre ed ucciderle – fosse qualcosa che da sempre storicamente aveva riguardato soprattutto i maschi nel ruolo di vittime.

Ricordo che scrissi un pezzo sulla lettura filosofica “sbagliata” che i media davano di quella tragedia, con particolare riferimento al principale giornale canadese, il “Globe and Mail”. In questa visione ero e rimango ispirato dal lavoro dell’Università di Edmonton ed in particolare del prof. Ferrel Christensen, che per me è stato un mentore importante.
Nel 1993, ho cominciato a fare studi su contesti internazionali ed il mio articolo “Gender and Ethnic Conflict in ex-Yugoslavia“, pubblicato nel 1994 , ha rappresentato una linea guida per tutti i miei successivi scritti sull’argomento. Tuttavia devo dire che è stato solamente nel 1999, con i fatti del Kosovo e di Timor Est che ho davvero cominciato a fare degli omicidi di massa selettivi rispetto al genere il focus dei miei studi e del mio attivismo – proprio mentre stavo completando il mio Ph.D. su un argomento totalmente diverso.

Srebrenica, 17 anni fa. Perché è importante ricordare questa tragedia e comprendere a pieno la sua dimensione genericida?

Srebrenica è importante, non soltanto perché è stata il peggior massacro in Europa dopo gli anni ’40, ma perché è ad oggi l’unico massacro che è comunemente riconosciuto come un genericidio contro gli uomini. Con questo intendo che tipicamente ci si riferisce a questo evento come ad un massacro non semplicemente di musulmani bosniaci, ma di “uomini e ragazzi” musulmani bosniaci e ciò è qualcosa di unico.
Tra l’altro il verdetto del Tribunale Penale Internazionale sui Crimini per l’Ex Yugoslavia (ICTY) nel caso di Radislav Krstic – secondo il quale l’uccisione “solo” di uomini e ragazzi di una certa popolazione presa di mira (anziché di tutti i membri del gruppo) può essere considerata in sé genocidio – è un precedente molto importante nella legislazione internazionale.
Personalmente non mi sono occupato molto di Srebrenica, perché è un caso ben conosciuto, ed ho preferito concentrarmi su eventi meno studiati. Tuttavia il caso Srebrenica è utile come paradigma della tendenza basilare e molto diffusa al genericidio dei maschi in contesti politico-militari.

Nel suo libro “Gender inclusive – Essays on violence, men, and feminist international relations”, Lei discute l’omissione selettiva della connotazione di genere in tutti i casi in cui sono gli uomini ad essere vittime della violenza selettiva. Perché la violenza contro gli uomini non viene “riconosciuta” e che cosa può essere fatto per cambiare l’atteggiamento generale verso di essa?

Sono domande molte difficili. Tuttavia direi che la mancanza di riconoscimento deriva da due fattori principali.
In primo luogo gli uomini sono stati tipicamente dipinti (e si sono dipinti) come persone forti ed invulnerabili, che non hanno bisogno di protezione, rispetto invece alle donne ed ai bambini, che sono da sempre i “deboli” – così è stato più facile per le società nel loro complesso riconoscere la vulnerabilità e la sofferenze delle donne e dei bambini (ed ancor più delle bambine).
In secondo luogo abbiamo oggi un concetto di “genere” che ha un significato preciso, quello del framework creato e dispiegato dalle femministe, con i loro studi ed il loro attivismo sociale – un significato che prevede una focalizzazione quasi esclusiva sulle problematiche che affliggono le donne.

E’ interessante, però, che sono state soprattutto donne quelle che si sono interessate al mio lavoro sulla violenza sugli uomini e sui ragazzi e che lo hanno sostenuto. Penso che dipenda dalla loro particolare capacità di empatia, dovuta a ragioni culturali, per cui possono immagine l’uomo vittima in modo vivido – potenzialmente loro figlio, il loro padre, fratello o partner. E gradualmente – intendo negli ultimi vent’anni – ho anche visto il femminismo accademico diventare più aperto su questo tema – come indicano gli inviti che ho ricevuto a scrivere per giornali o libri femministi. E’ sicuramente gratificante, ma sfortunatamente anche se la prospettiva delle università si è allargata, ho trovato radicata nel sistema delle Nazioni Uniti e nelle ONG una mentalità molto più ristretta ed incentrata solo sulle questioni femminili. Questo è, secondo me, quello che va cambiato se vogliamo affrontare veramente anche la questione delle violenze contro gli uomini.

Ma quali sono oggi secondo Lei gli esempi più importanti di genericidio?

Per quanto riguarda genocidio e genericidio, penso che sia opportuno distinguere tra quelli che hanno particolari motivazioni politico-militari (come il massacro di Srebrenica) e quelle che io chiamo “istituzioni genericide” – nel caso dei maschi in particolare i lavori forzati, la coscrizione obbligatoria e da certi punti di vista la pena di morte.
Poi, spesso sottovalutiamo alcune forme strutturali di violenza radicate in profondità che si rivelano particolarmente affliggenti, specie nel caso delle donne – penso all’infanticidio femminile, alle morti per parto o alla discriminazione nella nutrizione e nelle cure mediche.

Se vogliamo considerare le crisi politico-militari attuali, direi che è la Siria a primeggiare come contesto in cui uomini e ragazzi sono presi di mira per la detenzione, la “sparizione” e le esecuzioni sommarie – così come è avvenuto in Libia precedentemente al ribaltamento di Gheddafi. Qualche giorno fa il New York Times è stato pregevole nel riconoscere la dimensione di genere di certe atrocità. Forse a piccoli passi i media stanno diventando più sensibili a questo aspetto.

Per quanto riguarda le donne, quali sono le forme di violenza selettiva che la preoccupano maggiormente?

Come ho già detto le forme più distruttive di genericidio contro le donne tendono ad essere strutturali ed istituzionali. Insieme all’infanticidio femminile, senz’altro è molto grave il fenomeno delle morti legati alla gravidanza ed al parto – circa mezzo milione di donne ogni anno, proporzioni da olocausto.

Come un paese povero come Cuba ha dimostrato, per risolvere la questione basterebbe un minimo in più di attenzione alla salute femminile; invece molti paesi in via di sviluppo sono ancora restii ad investire su questo – mentre trovano sempre soldi per nuovi aerei da caccia o simili giocattoli. Ho curato un “case study” sull’argomento per il sito Gendercide Watch.
Menzionerei poi i delitti d’onore – anche se anche i maschi sono vulnerabili da questo punto di vista.

In contesti di genocidi politico-militari, le donne in genere sono vittime di violenza omicida nei casi di “genocidio radicale” – quelli in cui si va oltre lo sterminio genericida dei maschi (ed in particolare di quelli percepiti come in “età da battaglia”) per colpire l’intera comunità. L’olocausto degli ebrei è sicuramente un esempio paradigmatico – così come lo è stato il caso del Ruanda.

Le donne poi spesso sono colpite anche in forme specifiche di violenza sessuale e c’è un’interessante linea di argomentazioni negli studi sul genocidio – rappresentata tra gli altri dal lavoro di Elisa von Joeden-Forgey – secondo cui lo shock e la distruzione causati da tali atti si collocano al cuore del genocidio. La decisione del Tribunale Penale Interanazionale per il Ruanda (ICTR) nel caso di Jean-Paul Akayesu crea un precedente legale per considerare lo stupro in sé come genocida. Dobbiamo ricordare da questo punto di vista che la definizione legale di genocidio fa riferimento all’inflizione di severi danni fisici e psicologici, con l’obiettivo di distruggere un gruppo (Articolo II(b) della Convenzione sul Genocidio).

Più in generale, cosa pensa che debba essere fatto per promuovere un dibattito sui temi di genere aperto ed inclusivo che vada oltre la lotta distruttiva tra femminismo ideologico e revanscismo maschile?

Ho la sensazione che questo tipo di dibattito stia già cominciando. Molte femministe nelle università, così come la società più in generale, cominciano ad essere stanche della solita formulazione in bianco e nero e oggi sono più aperte a considerare il concetto di un maschio come vittima – e simmetricamente di una donna come perpetratrice di violenza. Io sono docente di un corso di Genere e Politica Internazionale nella mia università e di vari altri corsi con una forte componente di genere – e ho una chiara percezione che tra i miei studenti c’è una genuina apertura ad esplorare questi argomenti, senza bisogno di rendere il tema della sofferenza di genere una “competizione” e senza accusare di cattiva fede o sessismo chi non è d’accordo su questa o quella cosa.

La questione adesso è di fare penetrare questa apertura anche al livello dei governi nazionali e delle organizzazioni internazionali, governative e non governative. Le burocrazie tendono purtroppo ad incoraggiare un pensiero conformista e restrittivo ed il femminismo ideologico è ancora molto forte all’interno delle Nazioni Unite e nelle principali organizzazioni internazionali come Amnesty International e Human Rights Watch.


Autore: Marco Faraci

Nato a Pisa, 34 anni, ingegnere elettronico, executive master in business administration. Professionista nel campo delle telecomunicazioni. Saggista ed opinionista liberista, ha collaborato con giornali e riviste e curato libri sul pensiero politico liberale.

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